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L’emergenza

Parola dal significato strano, l’emergenza. In essa infatti si può trovare il tutto ed il contrario del tutto. Intendiamoci, esiste una vera emergenza quando una catastrofe compromette la vita delle persone, ad esempio un terremoto, una guerra o comunque fatti analoghi che hanno in sé il carattere del disastro. Ma poi esistono altre emergenze che risentono di una valutazione soggettiva. In cui ognuno, in base al proprio modo di ragionare, valuta il grado o meno di pericolosità. Dunque è in questo contesto soggettivo in cui il tutto o il niente si equivalgono. Per alcuni infatti si tratta di una emergenza, per altri di una esagerazione. Parliamo allora del covid 19, una epidemia di carattere mondiale che si sta tuttora diffondendo in numerosi stati, anche se in Italia dopo il periodo nero di circa 35 mila decessi, sembra in fase di contenimento. Lo dicono i dati riguardo al numero dei contagiati e delle complicanze in netta diminuzione. Come se il virus avesse perso un po’ della sua virulenza, oppure se una certa immunità di gregge si fosse creata presso la popolazione. Non si sa.   Quel che ci interessa riguarda la decisione del governo di prolungare il pericolo di emergenza fino al 15 ottobre. E qui nascono le domande. Come, si chiede la gente, sia possibile prolungare una emergenza quando la stessa non c’è, visto l’andamento attuale del contagio?  E poi ancora.  Che senso ha stabilire una data, quando è stato ampiamente dimostrato che in fatto di dati e date nessuno è in grado di capirle?  Lo dimostrano le topiche stratosferiche dei nostri virologi. Ecco allora che il problema diventa l’emergenza, indipendentemente dalla sua natura. Ed allora chiariamo quali sono queste cause che giustificano questa presunta emergenza. La paura è una di queste, ma sappiamo che con la paura un governo non deve misurarsi, avendo l’obbligo di previlegiare il lato oggettivo.  Quindi ricorrendo al termine scientifico, oggi per la verità, fin troppo abusato, rispetto al dato emozionale che risente di altre componenti. Nelle quali ognuno investe il proprio vissuto e quindi i propri irrisolti problemi del vivere. Paura a parte, una seconda causa, forse la più importante, è il prevalere, nella nostra attuale cultura, del concetto del corpo. Cosa intendo? Che tutto viene ridotto alla soddisfazione della componente corporea. Non esiste altro valore se non il benessere fisico. Scomparsa l’anima, che si è persa nei meandri della storia passata, e di cui la stessa Chiesa sembra si sia dimenticata, anche ogni considerazione di tipo spirituale, è in netta fase calante. Sconfitta dalla voglia di apparire in quell’unico modo oggi ritenuto visibile e dunque reale che è il corpo. Osserviamo, a proposito del reale, il mondo in cui viviamo e convinciamoci come ogni cosa ci rimanda a quell’unica evidenza che è appunto il corpo. Ogni rivista lo celebra e così la pubblicità dove creme, integratori ed esercizi fisici nelle nuove chiese, rappresentate dalle palestre, devono celebrare i riti del benessere. In altra parola, nel definire l’aspetto dello star bene nel senso della migliore forma fisica possibile. Abbasso allora   le imperfezioni e l’invecchiamento. Preparati medici e chirurgici sono a disposizione per vincere i danni dell’età. E chi non si uniforma, diventa un condannato in terra, visto che non esiste altra condanna, quale un tempo era  l’inferno, anch’esso caduto in disuso.  La questione include anche la Chiesa, come prima accennavo, che antepone anch’essa l’aspetto della salute corporea a quella che oggi si stenta a definire anima. Così l’anima mundi è diventata l’anima corporis. Le celebrazioni religiose risentono   di questa nostra attuale cultura. Entrare in chiesa infatti è come entrare in qualsiasi luogo pubblico. Stesse regole e stesse disposizioni contro il contagio, atte a previlegiare la salute corporea e terrena. Quella divina può attendere altri momenti. Una dimostrazione?  Le scolpite e monumentali acquasantiere  in marmo, oggi rigorosamente asciutte, sostituite al massimo da piccoli contenitori in vetro contenenti quel po’ di acqua benedetta(?) che appare quasi un corpo estraneo e quindi poco invitante ad immergere la punta delle dita. In compenso fanno bella mostra di sé, ad ogni ingresso, i contenitori di gel alcolico per disinfettare le mani, rimaste fino a quel momento, rigorosamente asciutte. Con questo, lungi da me la volontà di voler dare l’impressione di impedire col gel la diffusione del virus, solo certificare che più nessuno crede al potere sanante dell’acqua santa. Oggi considerata superflua o addirittura fonte di contagio. Se ne può dedurre allora che il corpo mistico descritto nella teologia come presupposto della  comunione dei santi, sia stato sostituito dal   corpo nella sua accezione solo terrena. Il mistico o non conta oppure viene relegato a quei pochi religiosi, duri e puri, che se da una parte riscoprono il sacro, dall’altra come tutti coloro che si dichiarano  intransigenti, come i catari di un tempo, potrebbero anche essere in difetto per la causa opposta. Per mancanza del senso della compassione e della misericordia nei confronti dei beneficiati del corpo, a favore  di una   pretesa di appartenere ad una classe eletta o meglio auto eletta. Finora ho citato due cause dell’emergenza, ma ne esiste una terza. La celebrazione del corpo nella sua giustificazione scientifico sanitaria. Che questa giustificazione in teoria non sia di per sé condannabile, da parte di chi, come il sottoscritto, si considera un adepto, non è certo da condannare aprioristicamente. Ma attenzione, perchè non deve tradursi in una dittatura. Infatti qualsiasi elemento scientifico necessita di una validazione legata al buon senso. E per buon senso intendo una visione razionale di quanto ci succede giorno per giorno. Ma non tutto è ancora scientifico e non tutto include nella scienza le dinamiche psicologiche individuali per le quali ognuno è diverso dall’altro. Voglio dire che la scienza giustifica l’insieme ma non sempre il soggetto. Per non dimenticare che anche l’insieme varia, come varia nel tempo la scienza. Infatti nulla è cambiato dai tempi dei filosofi di Samo e di Efeso, secondo i quali ogni scienza è valida finche ce ne comparirà una superiore. Dunque la scienza perfetta non esiste ed ogni individuo lo deve sapere. Come i catari della fede, anche quelli della scienza possono cadere in errore. Questo vuol dire che sottostare ad ogni imposizione definita scientifica toglie la libertà perfino di dissentire e di mettersi all’opposizione rispetto alla vulgata. Infatti   questo è il concetto di libertà. Seguire la scienza, ma non legarsi ad essa, anima e corpo. Dimenticate, per le ragioni dette, l’anima, ma il corpo deve vivere secondo, quello che si dice scienza e coscienza. Non in base ad un’unica verità che rischierà di essere contraddetta e sostituita, presto o tardi, da un’altra. Conosci te stesso era la frase riportata sul frontone del tempio di Delfi da uno dei sette savi. Conoscere te stesso vale dunque anche oggi. Seguendo la scienza, ma senza dimenticare quello che ci dice il patrimonio genetico di ognuno di noi in cui sono stoccate verità cellulari, a loro volte condizionate dalle dinamiche psicologiche che differenziano ogni singolo individuo. Ritorniamo allora all’emergenza. Cosa essa sia, nessuno lo sa. Fin quando possa durare nemmeno. Non ci resta che vivere, obbligatoriamente vivere.         

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Commenti (2)

  • per fortuna, come scrive Giarelli qui sopra, “più nessuno crede al potere sanante dell’acqua santa”. E aggiungo che mi sembra una fortuna anche che le scolpite e monumentali acquasantiere in marmo vengano tenute rigorosamente asciutte in questo periodo, perché trovo che sarebbe veramente stupido, e anche criminale, se nel periodo del covid i preti si azzardassero a riempirle. Qualche pistola magari lo farà, ma suppongo che grazie all’intelligente guida di Francesco gli eventuali pistola saranno pochissimi

  • Si vive nella confusione più totale anche per l'eccesso di comunicazioni non controllate e, credo volutamente incontrollate. Le chiamano fake news perché ormai l'italiano è solo un optional. Il fatto mi ricorda il Mito biblico di Babele, la confusione linguistica per troppo eloquio.

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