Anticaglie

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Negozi aperti, negozi chiusi la domenica

Con tutti i problemi di natura economica che il Governo deve affrontare, ecco che se ne ripresenta uno apparentemente meno importante, ma che invece investe sia l’aspetto economico del paese, che il fatto di costume. In altre parole il modo di concepire la vita e riscoprire il valore della famiglia, sottraendola alla liturgia delle frequentazioni dei centri commerciali, con tutto quel che segue. Tipo spese non sempre indispensabili, causa una vocazione al consumismo inteso come riempitivo della noia, quella di non sapere come impiegare il tempo, specie la domenica. La proposta del Governo di un ritorno al passato che in realtà è un passato non molto lontano, datato 2012, in seguito alla liberalizzazione delle vendite da parte del bocconiano Monti, sta infiammando il dibattito. Come sempre in Italia due partiti, in questo caso non necessariamente politici, si contendono le ragioni e si dividono i consensi. Da una parte i tradizionalisti che vantano nostalgie e parlo soprattutto degli uomini al tempo in cui, tutte la partite di calcio si giocavano la domenica pomeriggio, e quindi obbligavano i tifosi a rimanere attaccati come sanguisughe all’apparecchio radio per seguire il calcio minuto per minuto. Sia che stessero in casa spaparanzati in poltrona o sul divano, sia durante il viaggio in macchina o da qualsiasi altra parte si trovassero con famiglia al seguito. In entrambi i casi valeva la regola ferrea : non disturbare per qualsiasi motivo l’ascolto della radiocronaca, che diventava un’ossessione per rendere la giornata esaltante o disperata al fremente ascoltatore. Per le donne invece non c’erano molte alternative. Una di queste, se rimanevano in casa, era rappresentata dalla televisione per vedere i programmi di intrattenimento, che oggi si chiamano talk show. Oppure se anch’esse erano in viaggio con marito e figli, non c’era altro che la noia mortale di assorbirsi l’esaltazione del goal o del quasi goal da parte del gracidante apparecchio radio, che imbavagliava il tempo e immobilizzava ogni attesa al pari di una liturgia sacra. Per i modernisti invece tutto il contrario. Non è vero, dicono, che la domenica era per la famiglia perché la verità è un’altra e le cose fin qui dette lo starebbero a dimostrare. Anzi, sempre per i modernisti, sarebbero le nuove cattedrali del consumo ad unire la famiglia. Scomparsa o ridimensionata la religione e dunque l’abitudine di andare a messa o alle altre manifestazioni liturgiche, il centro commerciale garantisce il naturale succedaneo onde riunirsi e consumare non i sacri misteri, ma le più banali esigenze corporee. Una felicità del corpo questa a costo alto, causa la malattia compulsiva al consumo. Sporte piene di ogni (spesso) inutile acquisto, seguite dalle obbligate soste nei bar di cui ogni centro commerciale è dotato, offrono l’occasione per arrivare a sera dopo aver gratificato lo stomaco. In cui pizze , panini e gelati oltre a bibite e caffe diventano prosaicamente i blasfemi sostituti della vecchia Comunione che soddisfaceva lo spirito, ma non il corpo. Sto magari un po’ esagerando, ma la società del consumo è questa e non si può mettere un freno a quella che ormai è una abitudine, cui il corpo si è assuefatto come fosse una droga. C’è infine un terzo elemento da considerare: i diritti dei lavoratori. E’ giusto farli lavorare la domenica? Vorremmo dire di no, ma la questione non è così semplice. Chiusi i supermercati, il lavoro manca , quindi che riposo sarebbe senza lavoro e senza soldi? Ma non è ancora finita. Se tutto quanto abbiamo detto riguarda i centri commerciali, vale a dire la grande distribuzione, cosa fare dei piccoli negozi, quali quelli sotto casa che ormai da anni chiudono i battenti per la concorrenza sleale da parte di chi offre quelle gratificazioni cui parlavamo prima, con in più la possibilità di svagarsi vedendo un film nel cinema associato al centro commerciale? Per questi, quale la soluzione ideale? Chiudere o tenere aperto la domenica? Sinceramente per come è la società che abbiamo costruito, non vedo per il piccolo commercio molto futuro. A meno che visto che tutto cambia, come disse un tempo l’oscuro Eraclito, non debba verificarsi nel prossimi anni una sorte di stanchezza o di esasperazione verso la grande distribuzione. Con la riscoperta di antiche abitudini come fare spesa nel negozietto presso il centro storico, al fine di intrattenere quei rapporti confidenziali, ora quasi scomparsi fra venditore e cliente, e la possibilità di riscoprire vecchi valori fatti di umanità e fiducia. Ma questa, mi rendo conto, è una speranza che confligge con la realtà attuale e rischia addirittura di trasformarsi in utopia o peggio ancora in una prossima e paventata distopia. Detto questo, avanzo la mia ricetta e comincio subito col dire che lo stato- madre che vuole gestire la libertà del cittadino a me non piace. Infatti anche in base a quanto fin qui detto, per quanto le ragioni della prossima riforma possano essere in parte condivisibili, non esiste una soluzione che soddisfi tutti. Troppi gli interessi, le motivazioni, i diversi modi di intendere la vita. Quindi nessuna legge è preferibile a regole troppo forzate e (co)strette che poi non troverebbero applicazione uniforme . Visto che già si avanzano eccezioni per quanto riguarda le città d’arte o i luoghi di particolare interesse turistico, col rischio o il merito di coinvolgere un po’ tutta la penisola. Preferisco all’imposizione e questo non scandalizzi, una soluzione che rischi una completa anarchia di abitudini e comportamenti, in modo che ognuno valuti la propria posizione sulla base delle proprie convenienze economiche ed esigenze lavorative. Per meglio precisare, non intimazioni statali, ma libertà di decidere individualmente. Quindi orari flessibili in base alle singole esigenze. Mi spingo oltre, fino a vedere bene persino le aperture notturne se costituiscono per qualcuno la possibile soluzione ai propri problemi. Vendere di notte sarebbe per qualcuno un delitto se è l’espressione di una libera scelta? Io penso di no. E penso pure che così facendo il lavoro aumenterebbe e molti negozi strozzati dalle stesse regole, che per le ragioni espresse favoriscono la grande distribuzione, potrebbero viceversa non solo reggere la concorrenza sleale, ma prosperare grazie al ritrovato senso umanitario che si stabilisce fra venditore e cliente, al di là del puro interesse commerciale. Rimane un ultimo aspetto volutamente lasciato per ultimo: la religione, per la quale la domenica( da dominus) essendo il giorno del Signore dovrebbe essere il giorno del riposo dopo le fatiche, diciamole così, della creazione. Ebbene che i veri cattolici si uniformino a questa legge cristiana sarebbe pienamente condivisibile. Ma non sarebbe condivisibile per tutti gli altri ( i non cristiani) se il rispetto di questa legge fosse decretato e deciso da un organo laico come il Governo. Che vi sia libertà di religione è un diritto ma che vi sia l’ imposizione di una fede no. La libertà per chi ci crede, non è sempre facilmente attuabile con tutte le sue infinite sfaccettature. Ma la libertà vera comporta anche delle limitazioni che non a tutti piacciono. Questo riguarda anche i negozi aperti o chiusi la domenica. 

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Commenti (3)

  • L'autore della proposta ignora che dovrà sacrificare il 10% circa dei posti di lavoro, non solo degli addetti alla distribuzione ma anche di quelli dell'indotto, ossia pulizia, ristoro, guardianaggio, ecc. Nella situazione odierna sarebbe un colpo basso al lavoro.

    • Senza contare che ciò darà ulteriore impulso agli acquisti online, già attualmente in fase di forte incremento, con danno sia dei piccoli che dei grandi commercianti. A me sembra ridicola la frase "...i centri commerciali hanno distrutto le famiglie italiane...", detta addirittura da un vice premier...Ridurre la complessità dell'evoluzione delle dinamiche intrafamiliari osservata negli ultimi decenni ad un fenomeno come questo , negozi aperti o chiusi, mi sembra miope o puerile. O il solito spot elettorale....

      • Di Maio sta cominciando davvero a toppare un po' troppo e, come ho sempre saputo, mi conferma che avergli dato un ruolo di primo piano nel movimento e averlo poi messo lì al governo sia stata una grossa @#?*%$ta, perchè il M5s dovrebbe cominciare a rendersi conto che al suo interno ha anche molto Di Mejo

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