Anticaglie

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«Piacenza, città buia che ricerca l'intimità come i suoi abitanti»

La nostra città, già taciturna di giorno, alla sera acquista la sua anima più autentica. Quando le strade si riempiono d’ombra e tutto viene occupato dal silenzio di un buio che sa perfino diventare dolce accoglienza, per chi non ama le luminarie troppo cariche di quella luce intensa

Piazza Cavalli

Sì, Piacenza è una città buia sia nel senso della scarsa luce durante le ore serali e notturne, sia nel senso figurato del termine. Luci e ombre da sempre caratterizzano la vita degli uomini e ovviamente anche quella delle comunità di cui le città rappresentano le dimensioni più compiute. Infatti si viene alla luce alla nascita e si chiude l’esistenza chiudendo gli occhi. Quindi precipitando nelle tenebre. Anche quelli che vivono esperienze pre mortali (in inglese si dice NDE, neard eath experience) vedono tunnel bui e quando ritornano in vita , compare loro una luce a segnalare il pericolo scomparso. Il buio quindi riguarda il poco illuminato come è quello della nostra città, ma il suo significato si può allargare fino a comprendere gli aspetti caratteriali di un popolo. Il buio infatti è freddo come il cielo quando è nuvoloso che si acciglia prima del temporale diventando tetro, mentre la terra a sua volta appare scura e tenebrosa.

Ecco, lo scuro rimanda allora all’oscuro che in senso letterale fa pensare a qualcosa  difficile da capirsi, in quanto ogni apparenza appare avvolta nelle tenebre del poco chiaro, fino a sconfinare a volte nell’incomprensibile. Succede quando il raggio (di luce) della ragione fa fatica ad emergere in quell’opaco stagnante rappresentato dal caos che appunto senza ragione avvolge a volte le cose (e gli uomini) tali da renderle poco comprensibili. Ma ritorniamo alla nostra città e percorriamola nei momenti serali quando la luce del giorno lascia il posto a quella artificiale dei lampioni. Dove le strade (parlo del centro storico) con i loro andirivieni, le piccole salite e le altrettanto deboli discese che degradano verso il Po, risentono dell’antica forma del castrum romano, dunque di una colonia militare. Camminando, ogni via, ogni inferriata, ogni chiesa, ogni spezzone di altana o di torre rimandano ad antichi odori e alle altrettanto antiche gesta di una città che vanta oltre 2000 anni di storia.

Si scoprono allora dai palazzi nobiliari le antiche casate del Landi, Anguissola, degli Scotti, degli Sforza Fogliani, dei Costa, per riportarne solo alcune, con le loro eleganti facciate, i cortili interni alberati cui fanno di conforto polverose statue di ninfeo veneri dai profili greci in posa di compiacente, accattivante ospitalità. I cancelli in ferro battuto che appaiono come tanti ricami agli ingressi, gli scaloni d’onore sinuosi nel procedere con le loro ampie balaustre, i saloni dai soffitti alti ed affrescati  con motivi allegorici tratti dal mondo classico. Oppure le ampie stanze con le pareti dipinte, magari a grottesche come nei castelli di cui è ricco il nostro territorio, cui fanno bella mostra ampie specchiere dalle cornici finemente scolpite e dorate, sistemate sopra consolle dalle gambe a volte lineari a forma di piramide rovesciata oppure arcuate che si alzano su delicati piedi, che gli esperti definiscono a capra, causa la somiglianza con questo animale. Consolle dicevo il cui oro di rivestimento risente dei secoli passati, lasciando intravvedere in diverse parti, causa l’uso, il colore del bolo sottostante di un rosso marcio, ormai stinto  in un violaceo timido e vergognoso consapevole  del suo stato di decadimento dal fasto originario. Palazzi questi, illuminati quel tanto che basta per nascondere le ferite del tempo, ma non l’antica nobiltà dove alleanze, congiure, intrighi e fatti d’armi decretavano  il loro destino.

Ma il palazzo dei palazzi rimane sempre quello dei Farnese, recentemente restaurato e che vanta il privilegio di una illuminazione propria che rende la sua mole, la sera, ancora più imponente nel senso di una grandiosità che si accresce nel tempo a confronto con le nostre modeste capacità costruttive. Osservandolo si respira l’aria dell’antico ducato, che evoca i tempi di quel PierLuigi che fu il primo  duca di Piacenza e Parma con una dizione che privilegiava la nostra città fino alla morte del duca, avvenuta , come si sa, per mano di pugnale e successiva defenestrazione. Allorché per il trasferimento della sede nella città di Parma, si sovverti l’ordine di citazione delle due città e il ducato cambiò, diventando di Parma e Piacenza.

Da palazzo Farnese alla Piazza (dei) Cavalli il passo è breve, sia per la vicinanza, che per il respiro  che si ossigena dalle memorie delle antiche gesta  comunali, rese attuali da tanta grazia di forme. La luce entra nella piazza in modo singolare lasciando spazio ad ampie ombre che con il senso di mistero che ogni ombra rivela accrescono di fascino anche quel bello che si cela. Come i cavalli del Mochi illuminati solo alla base e per il resto al buio. E così i cavalli con i loro cavalieri, più che vedere si immaginano, attraverso l’imponenza e l’armonia di un’immagine che freme di movimento e di coinvolgimento emozionale, sistemandosi in un punto della mente dove visione creativa e fantastica diventano una cosa sola. Oppure lo stesso Palazzo Gotico, uno dei migliori esempi dello stile post romanico esistente in Italia, che  appare sotto una illuminazione più fioca che vivida. La quale vela piuttosto che rivelare particolari di una scenografia che in quel misto di luce ed ombra valorizza il fascino dell’antico e di quello che si è ormai sedimentato dell’immagine dei tanti giorni trascorsi. E che dire delle numerose chiese o delle caserme, queste in parte dismesse, che sopravvivono al buio come se fuggissero la luce, per non essere violate. 

Quasi a mantenere inalterato il loro fascino, nascondendo la impudente  rivelazione  del troppo moderno, con le sbrecciature dei muri equalche caduta di  parti. Da questa descrizione scaturisce allora il carattere della città. Che non ama mettersi in mostra, che si acquatta nel suo isolamento notturno, che non può o non vuole rivaleggiare con la vicina Parma dove le luci abbondano, fendono gli antichi silenzi delle  prische abitazioni, delle chiese e dei monasteri e si propongono come un modo di vivere in piena luce. O meglio alla luce del sole anche quando è notte. Da queste luci ed ombre, ne risente anche il carattere dei rispettivi abitanti, discreti e quasi timorosi di apparire i nostri, aperti e anche un po’ sbruffoni i vicini  dell’antico ducato. Ma con questa differenza paradossalmente a nostro favore.

La nostra città infatti già taciturna di giorno, proprio la sera acquista la sua anima più autentica. Quando, come dicevo, le strade si riempiono d’ombra e tutto viene occupato dal silenzio di un buio che sa perfino diventare dolce accoglienza, per chi non ama le luminarie troppo cariche di quella luce intensa che dà e nello stesso tempo toglie. Perché se da un lato offre una maggiore gratificazione alla vista, dall’altro toglie il senso della intimità che non desidera essere violata. Succede quando il silenzio specie nei momenti di nebbia (sempre più rari) viene offeso dal rimbombo sull’asfalto o sul selciato del passo di quell’unico viandante che si ostina a percorrere, non si sa come e perché, una strada del centro storico forse alla ricerca di un tempo perduto. Mentre la luna non riesce a perforare quel protettivo muro d’ombra e di nebbia se non quando uno spicchio di luce fioca sistemato troppo in alto per essere vera, si fa strada per far nascere insolite emozioni. Fatte di un misto di spaesamento e di dolce oblio, anticipatrici di un sonno pieno di fantasmi che di li a poco coinvolgerà quel solitario sopravvissuto, una volta raggiunta casa. Si capisce allora che una città come questa, con tutte le sue contraddizioni, può chiamarsi anche Piacenza.

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