Anticaglie

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Ritratto di Corrado Sforza Fogliani

Tentare di tracciare un profilo di tale personaggio è difficile se non impossibile, a meno di avere a disposizione una infinità di carte e di testimonianze che però ci indurrebbero a scrivere di lui, qualora ne fossi capace, non un semplice profilo, ma una storia monumentale

L?avvocato Corrado Sforza Fogliani

Tentare di tracciare un profilo di tale personaggio è difficile se non impossibile, a meno di avere a disposizione una infinità di carte e di testimonianze che però ci indurrebbero a scrivere di lui, qualora ne fossi capace, non un semplice profilo, ma una storia monumentale. Troppi gli incarichi da menzionare, troppe le attività da ricordare, troppe le notizie che lo riguardano in chiave non solo piacentina, ma nazionale. Con queste premesse dovrei abbandonare l’impresa, ma causa le stesse premesse che ho volutamente anticipato come elemento giustificativo, mi avventurerò nell’impresa, preso soprattutto dal desiderio, anche un po’ ambizioso, di non lasciare solo ai posteri la non ardua sentenza, ma di sentenziare io stesso, onde mettere per iscritto le mie impressioni. 

L’intento è quello di sviluppare la componente umana del personaggio, riguardante perfino i suoi aspetti contraddittori. Per farlo devo prima esaurire la dimensione pubblica del nostro, che unicum nel suo genere, ha assommato carichi ed incarichi di un alto, altissimo prestigio, tale da intimorire chiunque. Per cui, nel tentativo di elencarli, so già di commettere l’errore di dimenticarne qualcuno. Chiederò venia. 

Cominciamo allora nella piacevole e nello stesso tempo faticosa prova, ma senza seguire un ordine cronologico, per non rendere troppo arida la materia. Per questo motivo, citerò dapprima gli eventi più importanti che sono anche gli ultimi, per poi recuperare gli altri in corso di trattazione. Ecco allora l’elenco dei titoli e delle benemerenze. Presidente dell’Associazione nazionale delle Banche Popolari, dal 1991al 2016 Presidente di Confedilizia, è attualmente Presidente del Centro Studi dello stesso ente e membro del Comitato di Presidenza. Continuando con la numerazione, è stato Presidente dal 1986 al 2012 della Banca di Piacenza, e attualmente è Presidente d’ Onore e componente del Consiglio d’Amministrazione e del Comitato esecutivo. 

Basta così? No di certo , c’è infatti un seguito che verrà espresso mentre cercherò di tracciarne una sintetica biografia, inframmezzando i fatti con personali riflessioni. Prima di tutto un cenno va detto, a proposito del suo blasone che, lui stesso, ci ricorda nel libro: Il diritto, la proprietà, la banca. Erede del capostipite Corrado da Fogliano, fratello uterino di Francesco Sforza, inviato da quest’ultimo a governare l’allora turbolenta Piacenza, distintosi in seguito per la sua capacità di ammansire la città per poi annetterla al ducato di Milano , venne insignito del privilegio di aggiungere al nome quello di Sforza. Nacque in questo modo il casato degli Sforza Fogliani, un titolo ed un blasone fra i più importanti d’Italia. Dopo lo sguardo sull’antico, ritorniamo ora al moderno. Il nostro si laurea in Giurisprudenza a Milano, dopo aver frequentato il liceo classico cittadino dove fonda un giornale studentesco: La squola ( mi raccomando con la q) che contrariamente ad altri fogli studenteschi non si prefigge di fare cultura o tentativi di stucchevole erudizione, ma entra nel merito dell’organizzazione scolastica, per dare ad essa una impronta più moderna soprattutto in chiave liberale. 

E liberale diventerà la parola chiave, la bussola ed insieme la ferma convinzione che guiderà per sempre sia la condotta che lo spirito del nostro personaggio. Per la verità il primo insegnamento è stato in famiglia. Il padre avvocato, ai tempi in cui la professione era di appartenenza borghese, quindi poco accetta dalle classi nobiliari, aveva impartito ai tre figli (la prima morta prematuramente in seguito ad un incidente stradale, il secondo agronomo dedito all’attività agricola e vitivinicola di famiglia in quel di Vicobarone e Pontenure, morto pure lui in tempi recenti ed il terzo trattasi dell’uomo di cui si parla), il padre – dicevo - aveva impartito ai figli quel viatico che diventerà per il nostro, un insegnamento, una fede, un dogma, cui improntare tutta la sua vita. Ecco la frase che è tutto un programma educativo: non contate sul patrimonio e men che meno sul nome, ma fatevi una posizione personale. 

Così fece il nostro che diventò avvocato cassazionista, dopo l’apprendistato nel celebre studio dell’avvocato Gaetano Grandi e soprattutto del figlio Filippo, poi diventato sindaco liberale di Piacenza. Tuttavia prima di aprire lo studio al piano terra della sua attuale abitazione, una elegante e prestigiosa magione ottocentesca in Via Garibaldi, dovette prepararsi alla professione svolgendo le funzioni di vice pretore al tribunale di Piacenza, convinto che per diventare un buon avvocato bisogna prima diventare buoni giudici per conoscere bene le pratiche degli avvocati che arrivano in sede di giudizio. Detto questo, facciamo due passi indietro e poi uno in avanti. Iniziamo indietreggiano. La passione giornalistica iniziata al liceo, non solo è rimasta nel tempo, ma in lui si è via via ingigantita, trasformata-se così possiamo dire- in una vera droga, intesa come la vera occasione di una soddisfazione intima, etica ed estetica insieme. 

Iscritto nel ‘60 all’albo dei giornalisti, non perde occasione per scrivere prima sui giornali locali, Libertà e Cronaca e contemporaneamente su quelli nazionali quali Il Giornale ed attualmente Milano Finanza. Ma non va dimenticata la direzione, affidata a lui giovanissimo, del periodico : Posizione liberale, da parte del segretario di quel partito Giovanni Malagodi, che seppe intravvedere con grande preveggenza le capacità e le potenzialità intellettuali e morali del nostro. Con un salto di decenni, va ora citato il periodico di informazione della Banca di Piacenza, Banca Flash che tira quasi trenta mila copie a numero, i cui articoli portano per gran parte la firma, cf. Sempre in retromarcia, l’altra sua fede nel liberalismo, trova la sua sublimazione nell’incontro con Luigi Einaudi che avendo letto un articolo del giovane Corrado Sforza allora ventitreenne, lo invita nella sua villa di campagna a Dogliani. In quella sede entrambi trascorrono intense e stimolanti ore, allorché l’ex Presidente della Repubblica e giornalista, preso in simpatia il nostro, gli fa conoscere la sua biblioteca ed i suoi libri. Insomma una esperienza unica sia intellettuale che umana, tanto che Einaudi diventerà, per il nostro, il suo vate, la sua guida ed in sostanza il suo vero maestro. 

Ed ora, come detto, facciamo il passo in avanti che mi permette di riproporre a proposito di passi una sua frase: fare il passo che la gamba consente. Frase che differisce dal più famoso detto: non fare il passo più lungo della gamba. La prima espressione infatti ha un significato più libero ( e liberale) e non è condizionante né limitante. La seconda invece è più costrittiva, tanto che dietro il significato morale, si avverte qualcosa di impositivo e di uniformante , in quanto più che al singolo tende a rivolgersi ad un collettivo con l’intento di ammaestrarlo. Comunque passo dopo passo arriviamo, come detto, ad un altro importante traguardo. Quando insegnante alle scuole serali, non potendo farlo durante il giorno perché occupato a far pratica di avvocato, incontra all’Istituto Tramello, una giovane e avvenente insegnate di lettere M. Antonietta De Micheli. Si conoscono, si piacciono, si sposano e dal matrimonio nascerà poi l’adorata figlia Paola. La moglie sarà per lui un punto d’appoggio costante, in quanto dotata di tre virtù fondamentali: intelligenza e perspicacia nel discriminare le cose per poi dare saggi consigli, buon senso nel saperle indirizzare e al terzo posto, la pazienza nell’accettare le assenze, (solo in senso fisico però), del marito dalla famiglia, causa gli impegni a Roma per almeno tre giorni alla settimana. 

Ho parlato prima del maestro Luigi Einaudi, secondo Presidente della Repubblica e prima ancora del padre del nostro. Non va ora tralasciata la madre, una nobile Anguissola Scotti, imparentata coi Raggio, celebri armatori liguri, la quale di grande caratura morale, è stata per il figlio l’esempio edificante di tenacia rettitudine, nell’insegnare a superare ogni ostacolo anche di salute, attraverso il motto diventato per lei un vero credo: le difficoltà della vita sono la misura delle nostre capacità a doverle e poterle superare . Tralascio ora il lungo periodo di militanza politica, come consigliere, nel Comune di Piacenza e l’occasione di una elezione al fine di stabilire il candidato a Sindaco della città, dove raccolse un numero di preferenze superiore a tutti gli altri partecipanti. Ma il gioco di palazzo ebbe il sopravvento sul volere popolare e così Piacenza, perse allora un’ennesima occasione , fra le tante, di mettersi in luce. Ed ora un po’ di psicologia del personaggio. Nonostante il suo alto lignaggio, non si atteggia in quel ruolo e apparentemente non se ne cura nel dimostrare il suo cosiddetto sangue blu. Apparentemente dicevo. Perché per quanti sforzi faccia, uno non può tradire completamente se stesso. Nel suo caso il retaggio nobiliare se diventa l’occasione di incontro e di naturale apertura con la gente, poi riemerge , come l’araba fenice, in toni pacati nella forma. Non quella legata all’aspetto fisico improntato ad una eleganza sobria e discreta, quanto nell’utilizzo di forme espressive linguistiche utilizzate per gli ospiti importanti, dove i termini “eccellenza” ed “eminenza” scomparsi per legge, vengono da lui utilizzati assieme ai vari titoli accademici ed onorifici in un lessico improntato ad uno stile educato e formale, che sa più di ancien regime che non ad un fare moderno. Quest’ultimo, per la verità, spesso scollacciato e francamente inelegante. Infatti se intendiamo per moderno la liceità di dare troppa confidenza ai vari interlocutori con magari l’aggiunta di baci e abbracci oppure di manate sulle spalle e cose del genere, l’uomo non se ne cura per niente, e rimanda invece nella condotta al compassato stile ottocentesco. Secolo peraltro che conosce molto bene essendo un cultore di storia e per il quale secolo, ha scritto la storia del Risorgimento piacentino nella recente e monumentale, Storia di Piacenza. Con in più molti profili di piacentini illustri fra cui il diretto antenato di chi vi scrive. Anche la sua oratoria ne risente. Preciso e puntuale, a volte rallenta il fluire del discorso, alla ricerca della parola giusta per definire al meglio il concetto. Nessuna sbavatura di logica, solo a volte un prolungamento nella sintesi che invece esprime senza tentennamenti nella scrittura. Intendiamoci piccolezze queste, dette solo per non proclamarlo santo prima del tempo. A me che non sono mai riuscito a disgiungere il suo fare discorsivo ed aperto nel rapportarsi con la gente, rispetto al suo nobile lignaggio, l’impressione è di un uomo - e lo dico senza reticenze - che vanta senza vantarsi una intelligenza e una capacità di cogliere gli aspetti più importanti delle cose che è di gran lunga superiore alla media. Una vitalità, la sua, legata ai mille impegni e alle altrettante mille occupazioni che ha del miracoloso. Chi lo conosce infatti si chiede come possa fare a tenere insieme così tante incombenze per poi portarle tutte a compimento, ma nessuno sa rispondere. Di queste una delle sue tante intuizioni è stato Palazzo Galli dal nome del conte omonimo, suo antico proprietario. Comperato dalla Banca di Piacenza, che sorta sulla pregressa Banca Popolare emise il suoi primi vagiti in quel palazzo, successe che proprio in quella stessa sede la storia dopo essersi distratta per qualche decennio, è ritornata alle origini. E quel luogo è diventato il centro culturale della città dove ogni manifestazione d’arte in fatto di mostre, di presentazione di ogni tipo di personaggio e di volumi editi, trovano l’occasione per proporre al pubblico, la più varia e piacevole informazione culturale. Il tutto all’insegna della piacentinità. 

Ecco allora il punto cardine che dobbiamo affrontare: la piacentinità Nessuno prima del nostro, ha fatto tanto per svegliare Piacenza dal torpore nebbioso in cui è precipitata dopo la grande avventura medievale, quando era terra di banchieri e di uomini, fatti per i grandi commerci. Anzi come ebbe a dire Leonardo da Vinci, Piacenza era terra di passo, al pari di Fiorenza, intendendo con il termine passo, il passaggio che attraverso la via francigena portava nella nostra città, banchieri, viandanti, pellegrini, uomini di commercio, religiosi e con essi ogni tipo di avventura commerciale e culturale. Psicologicamente parlando questa passione per la sua città ha qualcosa ,nella sua esagerazione ,perfino di patologico. Ovviamente uso volutamente ed enfaticamente questi toni per celebrare al meglio i fatti, ricorrendo alla nota paradossale per meglio accentuare il contrasto. Arriviamo allora al dunque e alla domanda, chi è allora per la gente comune Corrado Sforza Fogliani che può permettersi di farsi identificare solo col semplice nome di battesimo al pari dei Cesari romani, che nella loro grandezza non avevano bisogno di aggiungere al nome proprio, il patronimico e quello della gens? Le definizioni si sprecano per ammirazione. Può essere considerato un principe rinascimentale con la sua corte? Sì e no. Perché ammesso che abbia una corte ( ce l’ha, ce l’ha) è una corte che nasce da sé, per adesione spontanea senza costrizioni o meno ancora coercizioni, in quanto il suo contrassegno è la libertà. In essa, e sto parlando della corte, ognuno viene e ognuno va liberamente, in quanto l’unico criterio che invita a restare è Il merito. Che Piacenza allora abbia un altro Federico secondo di Svevia chiamato stupor mundi? Possibile. Ultima annotazione. Come anche un grande principe può al di là delle apparenze avere un fondo di riservata timidezza, anche Corrado, che così ora nomino col semplice nome causa le ragioni esposte , mi dà l’impressione di possedere questo stesso sentimento. Io lo penso. Me lo dice un piccolo particolare in base a come, lui stesso si definisce sui social: un liberale di nascita e un libertario di studio. Fin qui tutto quadra, ma c’è un’aggiunta, quella di essere free facebook, cioè di non far parte dei due miliardi di associati a questo motore di ricerca. Perché inserire questa nota distintiva? Forse per un fatto di differenziarsi al fine di non farsi inglobare nella massa? Una timidezza o meglio una modestia mascherata, da un senso di distacco dalle cose comuni? Il dubbio resta. E’ ora di chiudere e per definire il nostro, scelgo la testimonianza di una amico che ci ha lasciato, il quale ad una mia specifica domanda a proposito del nostro personaggio, mi rispose citando una frase da quest’ultimo pronunciata. Questa: la vita è solo l’occasione per esprimere le nostre qualità morali. Che altro aggiungere? 

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