Libertà di pensiero

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Il lockdown secondo Buzzati

È la realtà che genera la letteratura o è la letteratura ha creare la realtà? Domanda banale, sembra di riproporre la questione dell’uovo e della gallina, cioè se sia stato l’uovo l’elemento primordiale cui ha avuto origine la gallina o viceversa. La filosofia inizia la propria speculazione disquisendo sul termine logos, termine che sarà ripreso da Giovanni con l’incipit “In principio era il Verbo” e da Sant’Agostino con il concetto di Verbum. Per continuare nei secoli e giungere tramite l’idealismo hegeliano fino ai giorni nostri.

Sembrerebbe, da questa prospettiva, essere preminente la Parola, il Logos. Oggi siamo tutti chiusi nella nostra fortezza Bastiani, ed è dalle proprie mura domestiche che immaginiamo il mondo, tutta la realtà che sta fuori, al di là della nostra porta. Ci costruiamo la realtà, una realtà che non corrisponde a quella conosciuta perché deformata dall’isolamento e l’isolamento è costrizione, non una libera scelta, come tale deformante. L’isolamento è in qualche modo l’opposto della solitudine. La solitudine diversamente è una scelta, una condizione che si acquisisce con la maturità, si dice infatti che può essere raggiunta solo nell’età adulta: nella solitudine  si riflette e si ricrea la propria visione del mondo.

L’opera di Dino Buzzati “Il Deserto dei Tartari”, date le sintetiche e brevi premesse, possiamo considerarlo un prototipo cui trarre alcune consequenziali considerazioni. Due in particolare. In primis che la realtà così come ci si presenta oggi è già esistita in letteratura, è stata copertina libro-2cioè descritta e creata dalla scrittura prima ancora che potessimo averne concreto sentore.  Tant’è che possiamo dire che in questo momento siamo tutti delle controfigure di Giovanni Drogo, sì proprio lui, l’ufficiale della Fortezza Bastiani. La scrittura, non è un atto di speranza, in questo caso, ma diventa la cartina di tornasole della realtà. Dino Buzzati da scrittore, con il suo libro diventa profeta. La sua scrittura (il suo verbo, la sua parola, il suo logos) ha generato in tempi non sospetti la realtà, una realtà molto simile a quella che stiamo vivendo tutti noi in questi nostri giorni. Questo ragionamento può essere applicato ad un infinito numero di opere letterarie, può affermarsi senza tema di essere smentiti, che le realtà a venire sono esistite nelle menti dei letterati come le teorie scientifiche nelle menti degli scienziati. L’isolamento forzato cui ci sottopone il continuo decretare politico genera stati d’animo di questo tipo: “Crediamo che attorno a noi ci siano creature simili a noi e invece non c’è che gelo, pietre che parlano una lingua straniera, stiamo per salutare l’amico ma il braccio ricade Inerte, il sorriso si spegne, perché ci accorgiamo di essere completamente soli”. La frase è un pensiero di Giovanni Drogo, il personaggio centrale di quest’opera di Buzzati. Ecco il dramma di questi giorni, prendere coscienza di essere completamente soli. Un isolamento che, più nella forma più che nella sostanza, ci viene imposto per  necessità sanitarie. Sembra in realtà come il matrimonio di Renzo e Lucia, quando il potere, rappresentato da Don Rodrigo, ostacolava il loro matrimonio. Cioè, si ostacolano adesso certe attività che se svolte non favorirebbero affatto il diffondersi della pandemia. Un comportamento imposto come postulato scientifico, nella realtà subisce una metamorfosi radicale acquista carattere etico, fino a diventare precetto morale.  Non è vero che l’Italia è ingovernabile, al contrario è il più docile dei paesi a farsi comandare. (L’imperativo categorico di uniformarsi al nuovo ordine politico, in Italia durante il fascismo, fu praticato dal giornalismo nostrano, prima ancora di qualsiasi controllo legislativo sulla stampa!).

Considerato che da più parti ci si dà da fare per consigliare delle letture per trascorrere nel migliore dei modi questo nostro isolamento, io consiglierei proprio la lettura de “Il Deserto dei Tartari”. Una lettura cui torno spesso, dai tempi del liceo, il libro l’ho comprato se non ricordo male nel 1969, edito nella collana Oscar Mondadori. Valerio Zurlini nel 1976  ne realizzò una trasposizione cinematografica,l’ultimo ed uno dei migliori film della sua vita.

Buzzati  non  dice le stesse cose che Kafka con “Il Processo”, a prima vista, può sembrare avesse detto. L’uomo dello scrittore boemo si trova suo malgrado imprigionato, vittima sacrificale, il soldato di Buzzati partecipa invece “motu proprio” alla sua condizione di “felice” prigionia. Così come tante persone oggi hanno interiorizzato un comando esterno ed acconsentito a privarsi delle proprie libertà,  sono andate perfino oltre,  rendendosi compartecipe di una strategia della paura e di una consequenziale caccia all’untore.

Mentre si rimane  isolati a casa il tempo comunque continua il suo corso: “il suo battito silenzioso scandisce sempre più precipitoso la vita, non si può fermare neanche un attimo, neppure per un’occhiata indietro”.  Così ognuno continua, giorno dopo giorno, a sentire il rovinoso scorrere del tempo, generato dalla  mancanza di qualsiasi punto di riferimento.

Sarebbero tantissime le affinità elettive tra quest’opera e la realtà che si è venuta a determinare in seguito al cosiddetto lockdown  ( termine che si riferisce tanto all’isolamento dei detenuti  quanto a misure d’emergenza che non permettono di entrare o uscire da un determinato luogo). Preferisco  lasciare ai futuri lettori  la possibilità di trovare  le altre (e sono tante)  analogie (coincidenze ed incidenze) che insistono e sussistono tra la scrittura del  Deserto dei Tartari e la realtà quotidiana che si è venuta a determinare.

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A conclusione  preferisco lasciare l’ultima parola, come è giusto che sia allo scrittore, a Dino Buzzati: “A poco a poco la fiducia si affievoliva. Difficile è credere in una cosa quando si è soli, e non se ne può più parlare con alcuno. Proprio in quel tempo Drogo si accorse come gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangano sempre lontani; che se uno soffre il dolore è completamente suo, nessun altro può prenderne su di sé una minima parte; che se uno soffre, gli altri per questo non sentono male, anche se l’amore è grande, e questo provoca la solitudine della vita”. La nostra quotidiana solitudine.

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Riflessioni, opinioni e considerazioni sulla quotidianità del Piacentino di Sicilia Carmelo Sciascia

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Commenti (1)

  • sopra ho letto due frasi che mi sono sembrate essere state dettate da un certo amaro risentimento: la prima di queste frasi è “L’isolamento forzato cui ci sottopone il continuo decretare politico”, e la seconda frase è “si ostacolano adesso certe attività che se svolte non favorirebbero affatto il diffondersi della pandemia.“. Anche sulle prime pagine di quasi tutti i quotidiani inglesi avevo visto che nel primo giorno di lockdown del Regno Unito comparivano titoloni del tipo “Siamo tutti agli arresti domiciliari”, “La fine della libertà”, et cetera. Riesco anche a capire che lo sconforto e il disappunto possano generare certe reazioni, però, perlomeno per quanto riguarda l’Italia, bisogna anche considerare che il continuo decretare politico è la spiacevole conseguenza del fatto che viviamo in un Paese dotato di un sistema sanitario inadeguato ad affrontare una pandemia di coronavirus. Se vivessimo in Germania saremmo certamente costretti a disagi minori, ma viviamo in Italia e quindi temo che ci toccherà sopportare ancora un po’ di decretare politico

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