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Che cosa sta succedendo nel centrosinistra piacentino

I vizi storici del centrosinistra locale - personalismi e frazionismo - stanno distruggendo il progetto di una coalizione unita alle prossime Amministrative

Ma cosa sta succedendo nel centrosinistra locale, chiamato a costruire un’alternativa al centrodestra alle prossime Elezioni Amministrative? Succede che i personalismi e il frazionismo, come temevamo, riemergono con prepotenza. La coalizione è spaccata. Al momento non ci sono le condizioni per esprimere un candidato sindaco e un programma comune.

Proviamo a ricapitolare e pazienza se qualcuno penserà (e dirà) che è una “lettura” di parte. D’altronde gli stessi protagonisti delle vicende non sembrano disponibili a raccontare a fondo le cose. Qualora si volesse replicare o smentire, la rubrica è a disposizione.

Nel 2017 il centrosinistra presenta tre candidati a sindaco, che al ballottaggio non si coalizzano. La sconfitta è eclatante, una sola sezione cittadina vota per Paolo Rizzi contro Patrizia Barbieri.

Stavolta si vogliono fare le cose “fatte bene”, con largo anticipo. Si incomincia a parlare di un progetto alternativo al centrodestra già nella primavera del 2020. Siamo tutti in lockdown, chiusi in casa, c’è più tempo per riflettere, a bocce ferme. 

Alcuni esponenti del centrosinistra in Consiglio comunale iniziano a incontrarsi, prima online, poi fisicamente una volta alla settimana, per preparare un programma e un percorso comune. L’iniziativa è lodevole. In questo modo si evita di approdare all’appuntamento elettorale di corsa, in fretta, con idee raffazzonate e candidati consiglieri sconosciuti e impalpabili scelti all’ultimo.

Il progetto è ambizioso: dissotterrare l’ascia di guerra richiede uno sforzo da parte di tutti. Il Pd piacentino, quando era la forza egemone e controllava quasi tutto, era dilaniato al suo interno dalla lotta tra correnti. Le varie Primarie nazionali ed elezioni dei segretari locali si sono lasciate dietro una scia di rancori e personalismi.

I dem hanno poi perso per strada, nel corso degli anni, i compagni di Articolo Uno-Mdp (e Italia Viva) e i rapporti con la sinistra di “Piacenza in Comune”, Rifondazione e quant’altro si erano guastati da un pezzo. L’operazione è delicata.

Apparentemente tutti si dichiarano favorevoli a voltare pagina.

Nelle varie comunicazioni alla stampa e all’esterno, però, del programma c’è poco. Certo, la lotta alla legalità (frequente in tutti gli interventi la sottolineatura sull’arresto di Giuseppe Caruso), il contrasto all’inquinamento in città, più partecipazione, più diritti civili. Si rimarcano, giustamente, le mancanze della Giunta Barbieri. Ma di proposte, nemmeno l’ombra.

Solo sfiorati (e messi sotto al tappeto) gli argomenti che hanno diviso, in tutti questi anni, il campo del centrosinistra. Uno su tutti: Ritenete che il nuovo ospedale sia utile sì o no? Allo stesso tavolo infatti siedono persone che lo hanno voluto fin dal primissimo momento, altri che si sono convertiti in corsa sulla via di Damasco e diversi che ne hanno dette di peste e corna sull'eventualità di costruirlo. E rimangono tuttora contrari. Questo è l’esempio più lampante, ma sono diversi i temi sui quali le differenze di vedute sono notevoli.

A settembre-ottobre 2021 è venuto il momento di scegliere il leader, il candidato sindaco. E qua il castello di carte inizia a vacillare.

Ci si mette di mezzo anche l’editoria e la stampa locale. L' establishment del gruppo "Libertà" ha il suo candidato: è il notaio Massimo Toscani, che viene subito definito dal giornale “il Mario Draghi piacentino”.

Emergono le prime irritazioni. Da “fuori” si cerca di scalare “Alternativa per Piacenza”. La cosa non va giù a molti. Si è lavorato per un progetto di partecipazione, il candidato sindaco deve uscire da quel confronto e non essere calato dall’alto.

Pure da “fuori”, però, si contesta quello che fanno quelli “dentro”: stanno indirizzando il percorso dove vogliono loro. Ovvero? C’è troppa sinistra e troppo ambientalismo dentro ApP. Hanno loro il pallino del gioco in mano.

La sinistra ha le idee chiarissime e vorrebbe tentare un blitz: decidere, subito, entro la fine dell’anno per Stefano Cugini (Pd) candidato sindaco e Sergio Dagnino (Movimento 5 Stelle) suo vice.

La mossa è interessante. Può il Pd rifiutare la candidatura a sindaco del suo capogruppo in Consiglio comunale, il più votato alle scorse Amministrative? Può può, eccome se può. E infatti il partito non vede di buon occhio questa soluzione. Cugini viene ritenuto un candidato perdente, che replicherebbe la sconfitta di Fiorenzuola alle ultime Amministrative.

L’8 novembre purtroppo scompare Francesco Cacciatore. Quello stesso giorno Cugini, Dagnino e Rabuffi rinsaldano la loro alleanza in una conferenza stampa (era già stata convocata prima della triste notizia). Il 10 novembre, ai funerali, l’avvocato Paolo Fiori, tracciando un ricordo della parabola amministrativa di Cacciatore, lancia strali a tutto il centrosinistra locale. Una sorta di “resa dei conti” sul passato: altro che campo largo, questo è un campo minato. L’eterna lotta tra correnti e persone. 

Nel frattempo si fa confusione sui candidati. Nessuno, tranne forse Cugini, si propone direttamente. Iniziano i “si dice che”. Vengono diffusi, sotto forma di “veline” spacciate alla stampa (quella amica) i nomi di alcuni possibili papabili. Sarebbero disponibili (tutti del Pd, d'altronde è il "big" della coalizione) il già citato capogruppo, il suo collega di banco Christian Fiazza, la consigliera regionale Katia Tarasconi, l’ex assessore regionale Paola Gazzolo, l’ex deputato Marco Bergonzi. Extra Pd: solo il medico Stefania Calza.

E parte il consueto balletto: i protagonisti con le bocche cucite. Niente interviste, niente dichiarazioni. Alcuni “sherpa” sponsorizzano un candidato maggiormente meritevole rispetto agli altri contendenti. Partono gli ormai classici: «ah, se il candidato è lui io non ci sto». Poi scattano i ritiri: Bergonzi, Calza, Cugini si fanno da parte.

Il Pd preferirebbe risolverla con lo strumento delle Primarie. La solita conta. Chi ha un voto più degli altri è il candidato. E s’inizia a litigare. La sinistra (Movimento 5 Stelle, Cugini, ambientalisti, Piacenza in Comune di Luigi Rabuffi) teme il rovesciamento di forze, dopo tutto l’impegno profuso. Preparare la coalizione e poi vedersi il solito notabile che a febbraio scavalca tutti gli aspiranti leader. I tempi si dilatano. Si voleva scegliere un candidato sindaco per il 13 dicembre. Troppo ottimismo.

Sui social partono le recriminazioni del passato, anche qualche insulto e parecchie accuse pesanti. Sintetizziamo: se si fanno le Primarie, vanno a votare pure destrorsi e truppe cammellate per far vincere il candidato moderato, quello espresso dal Pd. Avanzano i sospetti, si sottolineano presunte “manovre occulte”, senza fare nomi.

Ma si può amministrare insieme una città da centomila abitanti se non ci si fida dei compagni di viaggio? Far parte della stessa Giunta se si pensa che dietro lo strumento delle Primarie si svolga una truffa?

Le premesse per una coalizione unita, anche a questo giro, non sembrano esserci. Le lezioni del passato, non insegnano e nessuno è disposto a rinunciare ad alcunché.

Il Pd è convinto di avere la carta vincente. Non lo dice - qua nessuno parla mai chiaramente e apertamente - ma lo pensa. In una tornata amministrativa che al prossimo giro potrebbe coinvolgere neanche il 50% dei piacentini, a causa della desolante scarsa affluenza, Katia Tarasconi – è il loro pensiero – potrebbe essere in grado di intercettare quel voto moderato e centrista. D’altronde, Piacenza non è Bologna o Modena.

Oppure c'è qualche altro asso tenuto nella manica? Ma chi sta dentro ad Alternativa per Piacenza, dal principio, non ci sta a vedere il Pd dettare legge. Il registra dell’operazione è davvero il segretario dem Silvio Bisotti? O le manovre partono da più lontano? Anche qui, poca chiarezza da parte di tutti.

Ora la parte più a sinistra di Alternativa per Piacenza - Rabuffi, Cugini, Dagnino - minaccia di voler andare per la propria strada. Anzi, probabilmente si sta già camminando verso un'altra direzione.  

Giovedì 20 gennaio, alle 21, alla Camera del Lavoro, l’ultimo disperato tentativo di salvare la "ditta", per dirla con Bersani. 

Nel frattempo nel centrodestra si sfregano le mani.

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