Furti alla Sda, così funzionava la sinergia tra siciliani e calabresi

«Organizzazione verticistica con due macro-gruppi» si legge nell’ordinanza di custodia cautelare del gip. La sola parola Calabria incute rispetto e garanzia di credibilità criminale. Più paterno, più operativo e risolutore di conflitti il ruolo della parte siciliana

Il sostituto procuratore Matteo Centini e il procuratore capo Grazie Pradella

Dall’estate 2017 il magazzino Sda di Monticelli d’Ongina era una sorta di prateria dove scorrazzavano due tribù, quella dei siciliani e quella dei calabresi. L’ordinanza di custodia cautelare richiesta dal sostituto procuratore Matteo Centini, e poi accolta dal giudice per le indagini preliminari Luca Milani, si sofferma su diversi aspetti dell’operazione Stealing Job condotta dai carabinieri dell'Aliquota Operativa del Norm di Fiorenzuola guidata dal maresciallo Enrico Savali, con i colleghi di altre stazione specialmente quelli di Monticelli, dall’organizzazione dei furti, al trasporto delle merci, alla loro ricettazione sul mercato parallelo e illecito. Ma l’ordinanza offre anche uno spaccato della perfetta e rodata organizzazione che era stata messa a punto dai due vertici di questo sodalizio. E accende una luce anche sulle capacità relazionali e manageriali di Diego Accardi (il “siciliano”) Carmine Pascale e Nicola Dattilo (i “calabresi”) e sulla nascita di «un’unica organizzazione criminale costituita da due macro-gruppi, i quali presentavano entrambi una struttura verticistica». Una organizzazione che si reggeva anche sul senso di deferenza e rispetto che proveniva dal fatto di essere originari, soprattutto, della Calabria «che risulta riscuotere “credito” nel tessuto sociale locale».

Denunciò e gli bruciarono l'auto: sottratta merce per milioni di euro all'Sda di Monticelli-9L’analisi del gip ripercorre la genesi dell’operazione. Una parte dei colpi era stata resa possibile dagli scarsi controlli, tanto che nel magazzino non c’erano nemmeno le telecamere. Sda, stanca degli ammanchi, aveva chiesto alla cooperativa Elpe di assumere personale della GB investigazioni per la vigilanza esterna dove transitavano le merci. Il personale venne poi sostituito da guardie giurate. E sui tempi lunghi per il videocontrollo il gip dà anche una stoccata alla burocrazia: «… allo stato attuale tale sistema è attivo da poco causa le lungaggini burocratiche dovute alla natura statale della ditta SDA». Sda è una società a socio unico appartenente al Gruppo Poste Italiane. Nonostante i primi arresti, nell’estate 2017, tra cui quello di Carmine Pascale arrestato su posto lavoro nel giugno, grandi quantità di merci sparivano ugualmente e coloro che agivano lo facevano «perché coordinati tra loro all’interno di gruppi organizzati».

Il giudice ha respinto numerose richieste di arresto per molti lavoratori perché, pur appartenendo a Sda o lavorando per Sda, non Denunciò e gli bruciarono l'auto: sottratta merce per milioni di euro all'Sda di Monticelli-8potevano essere qualificati come “incaricati di pubblico servizio” e accusati di peculato: svolgevano solo lavori manuali e automatici. Diverso, invece, il discorso per le due guardie giurate, che hanno avuto la misura cautelare dell’obbligo di firma. Sda cambiò i vertici e i controlli contro i furti si intensificarono. I vertici dell’associazione, però, si sarebbero organizzati. Le intercettazioni «avrebbero dimostrato come gli indagati avessero continuato a mantenere contatti con il vecchio responsabile Elpe dell’HUB, Domenico Toscano, e avessero sempre un rapporto con questi evidentemente ossequiante, tanto da soddisfare anche le sue richieste illecite” anche con intercettazioni telefoniche». Il giudice Milano, poi, riconosce l’associazione per delinquere, come richiesto dalla procura: un’attività criminale organizzata. «Tanto più - scrive - pensando che la stessa veniva portata a compimento durante gli ordinari turni lavorativi degli indagati, i quali orientavano le modalità di svolgimento delle proprie mansioni proprio in funzione delle sottrazioni da realizzare e delle opportunità di profitto da conseguire». E qui, il gip descrive la struttura verticistica: «Le rispettive figure di riferimento potevano essere individuate, per i siciliani, in Diego Accardi, mentre per i calabresi in Carmine Pascale: dopo l’arresto e il licenziamento di quest’ultimo, il referente del sodalizio calabrese sarebbe divenuto Nicola Dattilo». Differenti, però, i modus operandi. Se la parola Calabria incute rispetto e ossequio, e una maggior discrezione nel comunicare, il ramo siciliano è caratterizzato dalla leadership che si preoccupa dei bisogni dei singoli “consociati”.

Secondo gli inquirenti «la compagine calabrese ha mostrato aspetti meno evidenti del contesto associativo in sede di intercettazioni telefoniche, in quanto composta da soggetti più attenti alla gestione delle comunicazioni, più consapevoli del proprio “valore” criminale e per indole più avvezzi alla clandestinità nelle comunicazioni e nella gestione degli affari. La regola generale seguita sembra essere quella del silenzio telefonico, accortezza comunicativa e trattazione degli argomenti di rilievo criminale in ambiti non monitorabili. Più rilevante è emersa essere la propria consapevolezza criminale atteso il peso intrinsecamente intimidatorio della omogenea appartenenza geografica alla regione Calabria, che risulta riscuotere “credito” nel tessuto sociale locale. Il semplice appartenere ad una determinata compagine risulta efficace, anche in assenza di elementi reali, in termini di acquisizione di credibilità criminale e potere implicitamente intimidatorio. Di questa consapevolezza si facevano scudo anche quegli elementi dal peso criminale veramente poco rilevante». Ma gli investigatori non sottovalutano, né trascurano, «comunque, che la componente siciliana aveva senza dubbio in Diego Accardi un leader carismatico, in grado di assumere nei confronti di tutti i consociati atteggiamenti protettivi e paternalistici, occupandosi della gestione delle attività illecite, ma anche di risolvere problematiche attinenti alla sfera quotidiana dei partecipi, come il prestito di denaro o la risoluzione di controversie in ambiente lavorativo». Proseguendo nell’analisi, il gip afferma che emergono «infatti aspetti semantici usati nelle conversazioni, comportamenti, atteggiamenti e gestione degli affari che certificano in modo incontrovertibile che i soggetti fossero operativi in un contesto organizzato, gestito e inquadrato in una reale associazione criminale. Il contesto associativo permette ai suoi membri di rivestire uno specifico ruolo all’interno della compagine criminale e di essere protetti dal rischio di essere scoperti».

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bertoldi savo pradella centini savoli 2020-2Grazie al management efficiente «la gestione delle attività era sostanzialmente suddivisa in due “turni”, ovvero i siciliani di Diego Accardi si occupavano della distrazione delle merci in arrivo nel turno di mattina, mentre i calabresi di Carmine Pascale e Nicola Dattilo gestivano il turno pomeridiano, serale notturno. Tale suddivisione ha portato i due gruppi a non entrare in diretta competizione ma ad operare in mutua assistenza …». Il gip rileva ulteriori differenze. La componente “siciliana” è «quella che ha senz’altro manifestato la maggiore operatività nel delitto, sfruttando un sistema rodato, capace di rendere apparentemente semplice l’intera sequenza sottrattiva e di successiva ricettazione». Il giudice cita la procura quando scrive che «è senza ombra di dubbio la capacità di trasferire all’esterno, in maniera assolutamente indisturbata, merci anche di notevole volume, che rende evidente la capacità organizzativa e consente di far emergere nella figura carismatica di Diego Accardi il valore aggiunto che va al di là di meri ostacoli di vigilanza e controllo». Le attività illecite di pomeriggio e di notte «erano appannaggio di un gruppo di lavoratori di origine calabrese». Al vertice ci sarebbe stato Pascale. Il gip riporta che, in una telefonata intercettata, «Pascale si definiva ironicamente “il capo dei capi”, venendo apostrofato dal suo interlocutore come “boss”. Abbandonati i toni scherzosi, i due avevano parlato della fuoriuscita di materiale dallo stabilimento di Monticelli», in cui un uomo si era impegnato a sottrarre la merce “a goccioline”. In alternativa, secondo questo facchino, «vi sarebbe stata la possibilità di corrompere coloro che indossavano le “magliette bianche”, ovvero gli addetti alla vigilanza. Questi ultimi sono visti come dei veri e propri nemici da parte dell’organizzazione criminale, come sottolineato nel dialogo registrato». Insomma, la collaborazione tra il gruppo calabrese e quello siciliano funzionava: « … l’ascolto delle telefonate intercettate - sostiene il giudice - ha permesso di comprendere come vi fossero un continuo confronto e una buona sinergia tra la compagine calabrese e quella siciliana».

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