Longevità, tra genetica e stile di vita

Fumo, alcool, sedentarietà, inquinanti chimici e radiazioni, accorciano la vita

Studi sulla longevità hanno scoperto che i maggiori rischi per la salute nascono dagli eccessi alimentari e lo conferma anche la dieta abituale delle persone che vivono nelle “zone blu”, aree in cui la vita media è più lunga e si registra una maggiore concentrazione di centenari, che, secondo Gianni Pes, Michel Poulain e Dan Buettner si tratta di: isola di Okinawa in Giappone,  paesi montani dell'Ogliastra in Sardegna, Nicoya  distretto di Costa Rica, isola di Icaria in Grecia e la comunità di Loma Linda in California. Queste popolazioni longeve, infatti, sono caratterizzate da una alimentazione a basso apporto calorico e basata soprattutto  su verdura, frutta e pesce.

L'invecchiamento è un processo che interessa tutti gli organismi viventi e nell'uomo comporta modificazioni del corpo e delle sue funzioni; il fenomeno è graduale e progressivo, anche se variabile per ogni individuo. Esistono difficoltà a stabilire l'inizio del processo di invecchiamento;  biologicamente, si assiste ad una generale riduzione del numero delle cellule e ad una diminuzione dell'efficienza funzionale, accompagnata  da modificazioni  organiche e predisposizione ad una serie di disturbi.

Studi anatomo-patologici sul cervello hanno evidenziato che nell'invecchiamento si ha una sclerosi progressiva, anche se esistono dei casi in cui non sono presenti modificazioni cerebrali e si ritiene possibile un recupero delle funzioni, attraverso un processo di attivazione sinaptica, detto sinaptogenesi.

Una recente ricerca ha scoperto come calcolare la longevità di una persona misurando la velocità a cui invecchia il suo DNA.  Lo studio si riferisce al genetista Steve Horvath dell'Università di Los Angeles che ha lavorato sui dati genetici di oltre 13 mila persone. E' emerso che un individuo che presenti una elevata età biologica, misurabile analizzando il suo DNA, avrà un alto rischio di morte prematura, indipendentemente dalla sua data di nascita. I geni, però, non determinano tutto e la predisposizione genetica alla longevità si annulla, se non vengono adottati comportamenti salutari. Fumo, alcool, sedentarietà, esposizione agli inquinanti chimici, radiazioni, vanificano gli influssi positivi dei geni ed accorciano la vita.

Secondo gli scienziati, la possibilità di una lunga vita in buona salute è per il 70% affidata a noi stessi e deriva dalle abitudini che adottiamo, indipendentemente dal nostro patrimonio genetico. L'esercizio fisico, inoltre, alza il tono dell'umore ed aiuta a mantenere allenate le capacità cerebrali. Gli italiani sono tra i popoli che nel mondo, hanno la probabilità di vivere più a lungo, secondo i dati della relazione annuale 2015 dell'Organizzazione Mondiale della Sanità. L'Italia è al secondo posto per l'aspettativa di vita, insieme a San Marino, Spagna, Svizzera e Singapore, al primo posto si trova il Giappone.

Gli studiosi dei meccanismi della longevità cercano “il gene della giovinezza”; fino ad ora non l’hanno trovato, ma hanno scoperto i meccanismi che avviano l'invecchiamento  ed i metodi utili per allungare la vita delle cellule.  Gli anni di vita dei propri genitori e dei parenti prossimi, sono un utile indicatore sulla probabilità di vivere a lungo; i fratelli e i figli dei centenari, vivono per lo più oltre la media.

Per scoprire il gene della longevità, i ricercatori della Stanford University e dell'Università della California, hanno analizzato il genoma di 17  delle 74 persone che, al momento della ricerca avevano superato i 110 anni di età; dall'esame, è emerso che nessuna singola variante genica era comune tra i supercentenari. Ma anche se non esiste uno specifico “gene della longevità”, piccole differenze nella sequenza di alcuni geni possono favorire o sfavorire l'invecchiamento. La componente genetica  è stata analizzata da studi multicentrici che hanno identificato 281 mutazioni  di geni, in base alle quali era possibile fare previsioni sulla longevità di una persona. 

Tra le varianti genetiche che possono favorire la longevità, vi sono anche quelle che regolano i telomeri, le strutture di protezione del DNA, alla cui lunghezza sembrano strettamente collegati i processi di invecchiamento. I telomeri sono il cappuccio protettivo collocato al termine dei cromosomi, che servono a proteggere, a mantenere integro il DNA, evitando che possa modificarsi nella duplicazione cellulare.  Quando la lunghezza dei telomeri, scende sotto una soglia critica, definito “Hayflick limit” che si crede essere tra 50-70 divisioni cellulari, le cellule diventano senescenti e la divisione cellulare si ferma. 

Ricerche recenti hanno anche dimostrato che vari fattori, quali ad esempio lo stress e la depressione possono portare all'accorciamento dei telomeri, causano invecchiamento precoce e incidono profondamente sulla durata della vita.  I ricercatori dell’Indiana  University School of Medicine  e dello Scripps Research Institute  sono riusciti ad  identificare  una serie di geni  che sembrano controllare l'impatto  delle risposte alla stabilità  all'umore  e stress sulla longevità. I test sull'uomo hanno portato alla luce 347 geni associati a sintomi depressivi e le analisi del sangue hanno rilevato una maggiore attività del gene ANK 3 nelle persone  anziane  o con grave depressione. Una serie di composti possono agire su questi geni  e promuovere la longevità: Omega 3, acidi grassi DHA (acido docosaesaenoico), piracetam, quercetina, vitamina D, resveratrolo, composti estrogeno simile, antidiabetici, rapamicina  (immunosoppressore).

Attualmente, un gruppo di ricercatori italiani, coordinato da Fabrizio D'Adda, responsabile del programma di IFOM  “Risposta al danno al DNA e senescenza cellulare”  e ricercatore presso l'Istituto di Genetica molecolare del Consiglio Nazionale delle Ricerche (IGM-CNR) di Pavia, ha dimostrato che i telomeri, quando sono corti o danneggiati, possono indurre  essi stessi  la formazione di DDRNA (DNA Damage Response RNA) e quindi l'attivazione e la conseguente senescenza delle cellule. I telomeri si accorciano progressivamente ogni volta che il  DNA  dei  circa 10 mila miliardi  di cellule del nostro organismo  si replica, ma si danneggiano nel tempo, anche in assenza di divisione e non sono  facilmente riparabili. Il risultato è che il danno ai telomeri costituisce una minaccia  alla stabilità del DNA, così  la cellula reagisce  attivando un allarme  molecolare che blocca la proliferazione  cellulare e induce la senescenza. E' possibile spegnere questi allarmi molecolari, colpendo specificatamente i DDRNA con una nuova molecola detta “antisenso”. Gli oligonucleotidi antisenso  costituiscono una classe di farmaci  innovativi che trova la sua forza  nella capacità  di colpire  selettivamente  una sequenza di RNA complementare, inibendone la funzione e quindi  prevenire  l'invecchiamento cellulare, in patologie associate al danno ai telomeri quali: la cirrosi epatica, la fibrosi polmonare, l'aterosclerosi, il diabete, la cataratta, l'osteoporosi, l'artrite o  in malattie rare, come la progeria, caratterizzata da invecchiamento precoce.

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