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Lucchini (Confagricoltura Piacenza): «Le quote formaggio sono un cattivo surrogato delle quote latte»

Il presidente della sezione di prodotto Lattiero-Casearia su una possibile politica di deregulation del settore lattiero Caseario, influenzato dal piano di regolazione dell’offerta del Consorzio di tutela del Grana Padano

«Sulle quotazioni del latte e del formaggio Grana, lasciamo pure che le cifre parlino da sole. Aggiungo solo che una regolamentazione dell’offerta avrebbe senso se partisse dai produttori di latte». Così Alfredo Lucchini presidente della sezione di prodotto Lattiero-Casearia di Confagricoltura Piacenza su una possibile politica di deregulation del settore lattiero Caseario, influenzato dal piano di regolazione dell’offerta del Consorzio di tutela del Grana Padano. «A chi ci dice di volere una filiera deregolamentata rispondo che sembra essere più una fotografia del reale che non una prospettiva da noi invocata. Quello che manca, infatti, è proprio una gestione che parta dalla disponibilità di tutta la materia prima del territorio in modo organizzato. In questo comparto le scelte operate per la parte di latte che conferisce nella filiera della DOP non sono un mondo a sé, ma un'importante tessera del puzzle del mondo agricolo». Il noto allevatore associato a Confagricoltura Piacenza si dice perplesso sulle modalità di attribuzione di quotazioni differenziate del latte, distinto in quota(A) e quota(B), da chi trasforma il latte e assegna dunque quantitativi conferibili dagli agricoltori. Per inciso, la quota A è quella meglio retribuita e il cui latte rientra in un circuito di produzione privilegiato, la quota B è quella soggetta a una minor retribuzione perché non necessaria a soddisfare la programmazione della trasformazione. «Come le singole realtà assegnino la quota A e la quota B ai conferenti non è sempre chiarissimo» commenta Lucchini. L’incremento delle produzioni primarie dal 2015 ad oggi è l’esito della concomitanza di due fattori: la fine delle quote latte e gli incentivi allo sviluppo aziendale previsti nei bandi PSR con l'obbligo di ritiro della totalità del latte da parte dei trasformatori della filiera. L’eccesso di offerta ha portato inevitabilmente la zootecnia in una posizione di grande debolezza nella definizione dei prezzi del latte alla stalla, in un contesto in cui le realtà della trasformazione della filiera ob torto collo devono ritirare tutto il latte e sono portate ad alleggerirsi, svendendolo, del prodotto in eccesso che non possono trasformare. «In questo contesto – rimarca Lucchini – l’incremento produttivo di latte non viene gestito con una commercializzazione organizzata e strategica, anzi rischia di essere catalogato come sottoprodotto assieme a panna e siero nei bilanci del mondo della trasformazione. Tutto questo non può fare altro che aumentare il peso per chi si trova nella filiera della cosiddetta quota (B)».

«Forse qualcosa non ha funzionato se nel 2021 si è ancora simulato in malo modo un sistema di quote abbandonato per scelta comunitaria. Il valore delle quote latte è stato in parte trasformato in piani produttivi – spiega Lucchini – ma i diritti a produrre formaggio oggi vengono liberamente scambiati, a consistente valore, al di sopra dell'ambito della produzione primaria. Non fa differenza che siano venduti o ceduti in affitto (anche a tempo indeterminato) perché il tutto avviene senza regolamentazioni ufficiali sui sistemi delle transazioni”.  La compravendita della titolarità a produrre determinati quantitativi di formaggio Dop non dovrebbe neppure essere possibile dato che, per definizione, i piani produttivi stessi dovrebbero essere misure straordinarie per la gestione di criticità momentanee. “In pratica il valore delle quote latte per gli agricoltori è stato annullato d'ufficio, mentre quello delle "quote formaggio” si è creato e genera capitali e rendite di posizione prettamente finanziarie.  Si ricordi, in merito – sottolinea Lucchini - che le aziende primarie, nel vecchio sistema di quote, potevano affittare le quote e in caso di inutilizzo per due anni ne perdevano la titolarità. Gli agricoltori, proprio perché abituati da secoli ad essere positivi e a ragionare in modo molto produttivo e pragmatico, faticano a capire il quadro complessivo che si sta generando nel mercato del latte in Italia. Da un lato c’è chi, cifre alla mano su quotazioni e vendite di Grana, afferma che il sistema è perfetto così com'è, dall'altro c’è chi guarda i bilanci constatando che quelli positivi non sono di certo quelli delle aziende primarie».

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