Al Teatro San Matteo Lultimaprovincia con "Il tempo di Agnese"

In programma venerdì 1 settembre presso il Teatro San Matteo "Il tempo di Agnese", uno spettacolo-studio multimediale alla ricerca della libertà, apparentemente tratto da "L'Agnese va a morire" di Renata Viganò

Un'immagine di scena

Prosegue con successo Lultimaprovincia, un festival che porta la cultura tra la gente, un teatro che abbandona le abituali location per 'invadere' con i suoi spettacoli piazze e cortili, privilegiando il contatto ravvicinato con gli spettatori. 

Tutto questo è la XXVI edizione del Festival LULTIMAPROVINCIA, curato da Manicomics Teatro e articolato tra Piacenza e provincia. Il festival si concluderà domenica 10 settembre e vede la partecipazione di 15 compagnie teatrali impegnate nella rappresentazione di 17 spettacoli in diverse località.

Venerdì 1 settembre alle 21 presso il Teatro San Matteo Officina M in collaborazione con Manicomics Teatro porta in scena "Il tempo di Agnese", uno spettacolo-studio multimediale alla ricerca della libertà, apparentemente tratto da "L'Agnese va a morire" di Renata Viganò, un romanzo limpido, onesto, coraggioso.

Gli autori dello spettacolo sono di Graziella Rimondi, Maria Spelta, Matteo Ghisalberti, Fabio Piazzi, Allegra Spernanzoni con Graziella Rimondi e Matteo Ghisalberti sul palco
video con Maria Spelta, Fabio Piazzi, Graziella Rimondi
e con Jole Morresi e Giovanna Orlandini

Scrivono gli autori: "Agnese ci ha accompagnato in questo tempo di costruzione della drammaturgia, così come la storia di Irma Bandiera e delle altre staffette partigiane, le lettere dei condannati a morte dai fascisti e dai nazisti, i racconti dei martìri delle ragazze e dei ragazzi che hanno lottato fino alla fine anche perchè noi oggi fossimo qui.
Il tempo di Agnese, allora, è in ognuno di noi. E noi - ci siamo chiesti - in quale tempo siamo? In effetti potremmo trovarci ad essere Agnese da un momento all’altro. Allora dovremmo scegliere.

La scelta: ecco il centro. Come si fa a decidere? Come andare incontro ad un destino così strano, feroce ai nostril occhi e incomprensibile? Cosa avrà pensato Agnese e come lei quelle donne che hanno deciso di “non vivere ad occhi spenti”?

Invisibili, donne, bambini, ragazzini, hanno cavalcato le loro biciclette e, ai margini, hanno cambiato la storia con la propria pazienza, testardaggine, coraggio inestinguibili.
Noi le ringraziamo da questo nostro tempo e in ogni attimo le portiamo con noi. Per sempre".

… Nel cesto aveva messo il pane caldo lievitato durante la notte quando i sogni soffiano sulla farina bianca e tutto diviene nuvola e sale. Quella notte Agnese aveva sognato e il pane aveva lievitato. C’era una bambina in fondo alla passerella quella notte. Agnese ci aveva parlato con le mani sporche di farina. Non ricorda bene cosa si fossero dette, ma lei stendeva i panni sui bordi del fiume e la bambina la guardava tra le lenzuola. Siamo di pane caldo. Questo ripeteva la bambina con i capelli sciolti sulle spalle. Siamo di pane caldo. Chissà perché questo le faceva venire voglia di piangere adesso, mentre attraversava il ponte con la bicicletta in spalla. Fragili, ad ogni passo possiamo cadere, ad ogni passo lo sappiamo e, un passo dopo l’altro, camminiamo ...

Non sappiamo se l’abbiamo sognato veramente, oppure se è per resistere che ci siamo inventate un altro pretesto e trascorrere ancora un pezzo di vita insieme. E siamo ancora qua, amiche ed amici che si parlano, si raccontano, tentano di comprendere il mistero della vita e della morte, anche attraverso la storia, non più convinti su cosa sia giusto e cosa non lo sia. Il bene ed il male si danno il cambio continuamente al centro dello stomaco, pesano molto sulle spalle. Forse accade così quando si sta in mezzo ad una guerra. Forse anche in tempo di guerra si sta con l’orecchio attaccato a quel muro che ci separa dal nostro essere invisibile; forse anche in quell tempo si dialoga continuamente con la possibilità di trovare un varco per oltrepassarlo quel muro, uscire e trovare la libertà dal dolore, la libertà dalle ingiustizie, dalla morte di chi amiamo. Meglio andare per primi. Meglio che siano gli altri a piangerci. Forse si pensa così anche in tempo di guerra.

“….e fu per questo o per un episodio simile a questo che Agnese capì che lì stava perdendo tempo e che se non partecipava lei a quella rivoluzione, lei che era giovane e forte, la rivoluzione l’avrebbe raggiunta comunque. Bisognava decidere da che parte stare. Al mattino presto si mise le scarpe, il paltò da inverno che la faceva ancora più grossa, e infilò la sporta piena nel manubrio della bicicletta. Partì ondeggiando paurosamente sul terreno gelato. Si avventurò traballando sulla passerella, e prese la bicicletta in spalla. A metà credette di cadere nel fiume, le assi oscillavano, e la corrente rapida sotto di lei le faceva girare la testa. Riuscì a star dritta, a raggiungere la riva; trascinò ancora la bicicletta su per la salita dura dell’argine, poi giù dall’altra parte…”

Una bicicletta al centro di un viaggio, come fosse una vita lunga un attimo, con Agnese che canta e ride, con Agnese di 9 anni, di 20, lei anziana, ragazza spensierata, innocente, curiosa. Abbiamo chiamato Agnese tra la gente. A volte l’abbiamo incontrata. Certo la cercheremo per sempre.
 

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