Bergonzoni, al Municipale applausi a scena aperta per il re del nonsense

Nel corso del vivace e movimentato monologo, "la vita è come un salto con l'arpa" e si citano il "cordoglio ombelicale" e "il monumento ai caduti in disgrazia". La recensione di "Urge".

Nel teatro le luci si abbassano, mentre un passo veloce risuona nella platea, avanzando verso il palcoscenico. È iniziato così “Urge”, giovedì sera al Municipale, insolito spettacolo fatto di parole, di suoni e di giochi sintattici, con Bergonzoni vero mattatore della scena, che a sipario ancora chiuso raggiunge il palco e vi si siede con noncuranza, rivolgendosi al pubblico in modo colloquiale, quasi raccontasse tra sé e sé una strana storia.

Grottesche battute e nonsense si susseguono poi rapidamente, suscitando applausi a scena aperta e risate da parte del pubblico piacentino, che fin da subito mostra apprezzamento per l’originale performance di questo sciamanico artista, che padroneggia magistralmente il linguaggio, modellandolo e trasformandolo come fosse creta nelle sue mani. Nel corso del vivace e movimentato monologo, “la vita è come un salto con l’arpa”, si citano il “cordoglio ombelicale” e “il monumento ai caduti in disgrazia”, mentre sorge la domanda “ma il serpente-nano è corto o basso?”; a tratti sembra di sentire riecheggiare le battute delle commedie dell’assurdo, ma l’incalzare delle parole e il loro veloce rimbalzare da un significato all’altro, stabilendo inverosimili connessioni ed esilaranti connubi, sono tutti e soltanto tipici di Bergonzoni.

L’autore spazia dalla interpretazione del mondo onirico al racconto di storie tragicamente comiche e surreali, in cui i personaggi provengono perfino dal mondo animale, come nel caso della signora che partorisce un ghiro, evento preannunciato dal ronfare beato del nascituro. Essenziale e scarna la scenografia, curata dallo stesso Bergonzoni: scheletriche impalcature metalliche, che di volta in volta simboleggiano luoghi e ambientazioni, unite ad un gruppo di faretti luminosi. La gestualità e l’irruenza verbale del protagonista della scena fanno poi tutto il resto, animando gli oggetti e riempiendo di sensazioni ed evocazioni il palcoscenico.

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Ma che cosa “urge” a Bergonzoni? Il suo “voto di vastità” che, come uomo e come artista, lo obbliga a considerare sempre la complessità di un mondo che non è solo mera realtà, ma anche e soprattutto essenza invisibile, sciamanica, trascendente? Allora, forse è proprio per questo che a fine spettacolo si ha la sensazione di avere compiuto un viaggio in mondi paralleli, dove le parole e non gli oggetti materiali si identificano con la realtà concreta, in un flusso ininterrotto di idee e immagini che si sovrappongono e trasmutano una nell’altra. Singolare davvero, questo “Urge” di Bergonzoni, che conferma con la sua performance notevoli ed originalissime doti di autore ed interprete, estraneo a qualsiasi concessione alle convenzioni sceniche.

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