Alluvione, Mainetti: «Procedure di allerta inadeguate e insufficienti»

In Commissione speciale d’inchiesta sull’Alluvione presenti il direttore della protezione civile Maurizio Mainetti e Francesco Capuano del Servizio Tecnico di Bacino. Le critiche del centrodestra al sistema di allerta. E Veneziani rilancia l'idea di un'applicazione per informare gli amministratori

Garetti, Mainetti, Capuano e Veneziani

È stata ricostruita ancora una volta la notte del 14 settembre nella commissione speciale d’inchiesta, per provare a conoscere meglio le "falle" del sistema di previsione ed allerta meteorologica. Ospiti dell’audizione del 26 novembre a Palazzo Mercanti, sono stati il direttore del servizio tecnico di bacino della Regione Francesco Capuano e il direttore della protezione civile regionale Maurizio Mainetti. «Dalle 11 a mezzogiorno di ogni mattina – ha esordito Mainetti – Arpa e Protezione Civile fanno valutazioni rispetto alle procedure nazionali delle eventuali criticità. Un fenomeno piovoso può essere assente (non si fa nulla), ordinario (di primo livello, ovvero eventi localizzati, “c’è una fase di attenzione”) o elevata. Nel giorno del 12 settembre si era registrata una previsione di eventi di perturbazione con fenomeni temporaleschi nel territorio regionale, nella parte parmense e piacentina. Il fenomeno risultava più intenso nella parte ligure dell’Appennino, e si sarebbe verificato tra il 13 settembre sera e il 14 al mattino. Il livello risultava ordinario, di attenzione. L’evento non era gravissimo, ma si potevano verificare alcune situazioni da tenere in allerta. Non era possibile fare valutazioni su un’area limitata: la previsione era molto ampia. Il territorio parmense – per fare un esempio – è diviso in due zone di previsione, Appennino e pianura».

Il 2° livello è di pre-allerta, il 3° è l’allerta in caso di emergenza. «I fenomeni piovosi – ha proseguito nella sua relazione - sono iniziati la sera di domenica 13. Il fenomeno si concentrava in particolar modo sull’Aveto e sul Trebbia. Da mezzanotte in avanti erano visibili intense precipitazioni. Dall’una alle 2 c’è stata una valutazione di tipo idrogeologico di Arpa che evidenziava “piogge particolarmente intense e incrementi nei dati degli idrometri lungo il Trebbia, non ancora a livello massimo”. Era una previsione – fino a quel momento – di “non raggiungimento” della piena vera e propria, che avrebbe fatto scattare il 3° livello, quello che dà allarme. Arpa ha informato alle 2 la Protezione Civile: io stesso sono stato avvisato e ci siamo preoccupati di aprire la sala operativa e diramare le prime comunicazioni, contattando anche la prefettura di Piacenza».

Aprire la sala operativa della protezione civile significa mettere in campo 4 funzionari (di norma) più due (eventuali) di supporto, in caso di situazioni problematiche. «Arpa e Protezione Civile – ha riferito Mainetti - a questo punto avevano contatti costanti. Ricevo alle 2.40 la comunicazione della prefettura di aver a sua volta ricevuto solo l’allarme 1 dalla Diga di Boschi. Per le dighe, l’allarme 1 significa la possibilità e previsione di piena e inondazione della struttura, con probabilità che con il sormonto ci fosse anche la rottura della diga stessa. Abbiamo contattato i sindaci competenti e i due reperibili della sala operativa  “di scorta”».

«Era indispensabile – continua il racconto di quella notte - seguire l’allarme sul Trebbia. Alle 3 il bollettino è ancora “moderato”. Dalle 3.10 (io arrivo dieci minuti dopo in sala), visti gli ultimi bollettini di Arpa, è iniziata la stesura dei documenti di allerta: per il fiume Trebbia e anche per il Nure. La situazione era ancora concitata. Il recupero di dati completo degli strumenti, ci mette un’ora, tra la raccolta e la diffusione dei dati. I numeri erano sempre peggiorativi. Per la stesura dei documenti di allerta serve tempo, bisogna archiviare i dati. Non può partire un allerta uguale per tutti. I tempi devono essere stretti: intanto che i colleghi stilavano i documenti, io – fuori dalla procedura – ho inviato alcuni sms personali alle 3.48 per il Trebbia a un gruppo di comuni (sindaci e funzionari di cui avevamo i numeri) e alle 3.53 per i comuni del Nure (escluso Piacenza)».

«Fino a quel momento – ammette Mainetti - non c’erano ancora dati che rappresentassero problemi per la città. L’sms era ancora un pre-allarme: i dati intanto arrivavano con continuità. Ho poi inviato un sms ancora ai comuni del Nure e per la prima volta ho parlato di “allarme” di livello 3: erano le 4.05. Quando abbiamo concluso i due documenti ufficiali, i comuni del Trebbia hanno ricevuto le mail, i nuovi sms di avviso e i fax, alle 4.38, mentre quelli del Nure alle 4.48. Abbiamo un sistema per rilanciare la messaggistica che ci dice se sono stati ricevuti correttamente. Non abbiamo la possibilità di avere alcun riscontro sulla lettura di questi avvisi». Le cose da fare in quei momenti erano molte, i funzionari dicono di non aver potuto verificare la corretta lettura da parte di tutti del fenomeno atmosferico.

Mainetti prova ad aggiungere una spiegazione del perché la struttura organizzativa sia stata così “macchinosa”. «Dal monitoraggio emerge che il 50% della quantità di pioggia caduta che ha formato questa piena storica si è concentrato in una fascia dalle 3 alle 4 di notte, proprio tra Ferriere e Farini. Aveva iniziato molto tempo prima a piovere: l’idrometro di Ferriere era addirittura calato, e poi ha ripreso con uno scroscio potente, all’altezza proprio dei due capoluoghi, in quell’orario. La pioggia si è abbattuta con violenza proprio quando stavamo stilando i documenti nella sala operativa. E così la pioggia ha raggiunto subito i fiumi»…

Ad accompagnare Mainetti in commissione, anche Francesco Capuano, direttore del Servizio Tecnico di Bacino. «La prima segnalazione – ha detto ricordando l’impegno della Regione per rispondere all’emergenza - per buona norma, ci ha imposto di allertare due nostri funzionari in quella notte. Dalle ore 2 i colleghi erano già in servizio e alle 4 per noi il dottor Zanolini era in contatto con la prefettura. È stato subito evidente dalle prime ore la quantità e la vastità dei danni».

Ma Marco Tassi (Pdl) ha ricordato che la piena del Nure delle 4 e il crollo della strada di Recesio non sono bastati per avvisare la città di Piacenza. «Ha iniziato a piovere – ha detto in commissione - alle 23 del 13 settembre e l’allarme è stato dato poco prima delle 5.  Sarà stato un evento eccezionale, ma di piogge simili ce ne sono state tante. Come mai poi non si è chiusa e messa in sicurezza una strada – la provinciale Valnure 654 – a Recesio, a rischio dal 2009? Qualcuno deve spiegare ai familiari delle tre vittime cosa è successo. Perché non si riesce ad allertare la popolazione se a Salsominore alle 2 del mattino c’è l’acqua alta una decina di metri? Con tutti i milioni che spendiamo per questi servizi si deve mettere in sicurezza la popolazione».

«È un sistema – ha criticato Erika Opizzi (Fratelli d’Italia) - che non funziona. Ci sono troppi passaggi per avere un’informazione corretta, che non si capisce a chi debba arrivare. Poi ogni Comune interviene come crede in base alle informazioni in possesso. A Piacenza c’è stato un errore di valutazione conseguente di altri errori a monte. La piena a Parma dell’anno scorso non ha insegnato niente: se esondano un po’ di canali in frazioni di alta montagna in cui ci abita poca gente, non vengono presi in considerazione. Qua prima delle 3 del mattino le dighe ci dicevano già qualcosa sulla pioggia. Perché se a Farini il Nure è in piena, non si è stati capaci di dire al sindaco Dosi e all’ingegner Fedele (capo della protezione civile in città) cosa stava succedendo? Qual è il problema? Non avete i mezzi, gli strumenti? Queste misurazioni non sono mai attendibili. La piena è arrivata a Piacenza dopo le 7: se a Roncaglia avessimo saputo...».

«Ci sono troppe incognite – è l’intervento di Andrea Gabbiani (Movimento 5 Stelle) - nelle comunicazioni. Perché non utilizzare le telefonate dirette, piuttosto che inviare fax? Non si può dare ordini o responsabilità così. Devo sapere che hanno ricevuto le disposizioni». Anche Maria Lucia Girometta (Forza Italia) ha sottolineato i difetti del sistema, che non prende in considerazione notizie evidenti provenienti dalla montagna. Marco Colosimo (Piacenza Viva) ha incalzato il Servizio Tecnico di Bacino a impegnarsi di più nella prevenzione. «I letti dei fiumi sono giganti e alti, siete sicuri di aver fatto il possibile per salvaguardare il territorio?». «Dall’esondazione del Baganza a Parma di un anno fa a oggi – ha chiesto Giovanni Castagnetti (Piacentini per Dosi) – ci sono state modifiche al sistema».

«Tante domande che voi avete fatto – ha replicato ai consiglieri Mainetti - me le sono fatte, e me lo sto facendo, anche io. Mi sono interrogato sul nostro lavoro e sui risultati concreti. Da un punto di vista dell’impegno di Arpa e protezione civile, non ci sono state fasi di panico: abbiamo seguito le procedure che si sono rilevate inefficienti e inadeguate in alcune parti. Dev’essere di insegnamento per tutti, per non cadere in ripetizioni. È un sistema complicato: non c’è una struttura nazionale vera e propria come i vigili del fuoco che comunichi alle istituzioni i fenomeni atmosferici. Ci sono informazioni che vengono fornite a livello nazionale, regionale, provinciale e comunale. Da queste comunicazioni vengono fuori dei risultati, in tempi stretti, non sufficienti. È così oggettivamente. Alle valutazioni politiche, legittime, dei consiglieri, non possiamo rispondere. Gli eventi degli ultimi anni si manifestano con una particolare violenza.

Sono in discussione in questi giorni con le prefetture e i comuni nuove procedure d’allertamento per accorciare le comunicazioni. Non si parlerà più di criticità e fase di attenzione. Con un codice colore ogni comune entra in una fase di risposta. Questa procedura migliorerà le comunicazioni, anche se non è ancora sufficiente. Il sistema non può funzionare se non cresce il qualche modo la capacità operativa dei livelli locali. Ci può essere un’informazione rapida dal sistema di monitoraggio quasi in tempo reale, ma comunque deve essere tradotta in termini di risposte dal territorio. Tutti i comuni si sono attivati come hanno potuto quella notte: sarebbe più utile sapere in modo ordinato chi recepisce i nostri messaggi e dare alcune risposte, soprattutto nelle zone più critiche del territorio».

«I dati dell’Alluvione – ha detto in chiusura Raffaele Veneziani, coordinatore provinciale Anci e sindaco di Rottofreno - erano già drammatici a mezzanotte. Da Cabanne e dalla Liguria parlavano di acque alte del 50% rispetto a tutte le altre piene. Entro una mezzora dal Nure mi deve arrivare una comunicazione per mettere in campo i primi provvedimenti. Non me ne faccio niente di un documento di 600 pagine e svariati allegati. Devo sapere come comportarmi di fronte a una soglia 1, una soglia 2 e una soglia 3 di allerta meteo. Con due ragazzi di "Naquadria" di Bettola e Ferriere stiamo sviluppando la messaggistica di un’App – pronta per Natale – che potrebbe dare -  a costo zero - una mano. Con questo sistema già a mezzanotte avremmo saputo dei rischi che correvamo».

In Evidenza

Potrebbe interessarti

I più letti della settimana

  • «Noi non ce l’abbiamo fatta». Dopo 15 anni di attività la trattoria finisce in “svendita”

  • Ripescata nel Po un'auto con a bordo un cadavere, è Daniele Premi

  • Nuovo decreto e spostamenti tra Regioni e Comuni: cosa si può fare (e cosa no) dal 16 gennaio

  • Per 30 anni in prima linea, il 118 piange Antonella Bego. «Perdiamo una professionista e un'amica»

  • Frontale tra due auto a Fiorenzuola: tre feriti, uno è gravissimo

  • L'Emilia-Romagna resta arancione, firmato il nuovo Dpcm

Torna su
IlPiacenza è in caricamento