Gli scissionisti: «Nel Pd non ci sentivamo più a casa nostra»

Cacciatore, Mazzari, Cammi, Provini, Fornasari, Scagnelli, Ghisoni lasciano ufficialmente il Partito Democratico con una lettera e danno vita a “Democratici Progressisti”

Francesco Cacciatore

Come già annunciato nei giorni scorsi, escono dal Partito Democratico di Piacenza un gruppo di esponenti, che daranno vita sul nostro territorio a "Democratici progressisti", la nuova realtà politica di centrosinistra. Pubblichiamo la lettera con cui sette esponenti locali (fra cui spiccano l'ex vicesindaco Francesco Cacciatore e l'ex sindaco di Podenzano Alessandro Ghisoni) lasciano ufficialmente il Pd. 

Care/i amiche/i e compagne/i,

la nostra assenza alla riunione della Direzione Provinciale di questa sera non è casuale; con questa lettera che abbiamo chiesto al Segretario di leggervi vogliamo comunicarvi la nostra decisione di rinunciare all'iscrizione al Partito Democratico e di conseguenza di dimetterci da tutti gli incarichi che ciascuno di noi ricopre a livello di circolo, comunale e provinciale.

Non si tratta certo di una decisione facile o presa a cuor leggero, ognuno di noi pur con storie politiche ed età diverse con questo atto conclude di fatto una militanza più o meno lunga nel Partito Democratico in cui aveva riposto tante speranze; un rapporto che negli ultimi periodi è divenuto sempre più contrastato, e nelle ultime settimane è arrivato ad un punto di rottura.

La grande intuizione di riunire in un’unica forza politica le migliori tradizioni della sinistra riformista e del cattolicesimo democratico, nata, è bene ricordarlo, in un periodo in cui si andava verso uno scenario tendenzialmente bipolare, probabilmente non è andata di pari passo con una sintesi culturale e politica che una tale operazione avrebbe richiesto.

Per questo, a nostro giudizio, le vecchie appartenenze non ne hanno prodotta una nuova, ma al contrario all'appartenenza al partito si è sostituita quella a vecchie e nuove cordate, a livello nazionale e via via a tutti i livelli territoriali, senza che, spesso, le divisioni nascessero neanche da nobili motivazioni ideali e politiche.
Non si tratta certo di trovare colpe, probabilmente le responsabilità sono di tutti, ma non c’è dubbio che negli ultimi anni si è imposto uno stile di leadership sempre più divisivo che sempre meno puntava sul valore dell’unità del partito da praticare attraverso il confronto facendosi carico di provare a comprendere l’altrui punto di vista.

Ne abbiamo avuto prova a livello nazionale su provvedimenti importanti del nostro Governo quali il jobs act, la “buona scuola” e da ultimo la riforma elettorale unita a quella costituzionale; le modalità e le azioni messe in campo per superare le perplessità e le contrarietà che si manifestavano sono state risolte con metodi sbrigativi e alzate di spalle ma oggi vediamo i risultati di queste pratiche. 
Dopo l’ottimo risultato delle elezioni Europee, testimonianza della fiducia riposta nella nuova leadership del PD, sono venuti i segnali delle elezioni regionali (chi avrebbe detto che in Emilia Romagna sarebbe andato a votare il 37% degli elettori?), poi il risultato delle ultime elezioni amministrative che in altri tempi si sarebbe definito un disastro  e da ultimo il risultato referendario; in tutti questi casi abbiamo fatto finta di niente, senza riflettere su quel che stava succedendo, senza una analisi profonda e men che meno provando a ridefinire la linea politica del PD.

Il risultato che tutto ciò ha prodotto è che buona parte del nostro mondo, della nostra gente ci ha abbandonato; la scissione di cui si parla oggi è già stata preceduta da una scissione silenziosa ma consistente nei numeri di tanti che non si riconoscono più nel PD, di tanti che non ci vedono più come i difensori del mondo del lavoro oggi sempre più precario e svilito, di tanti che non ci vedono più come coloro che tendono a ridurre le disuguaglianze sempre più crescenti ma anzi ci vedono sempre a braccetto coi potenti.

La leadership del nostro partito ha sempre fatto finta di niente e rilanciato proponendo tesi e ricette probabilmente inadeguate ad affrontare le problematiche di oggi che vedono il ripiegamento della globalizzazione cui si accompagna la riscoperta di un nuovo sovranismo unito a rabbia e risentimento che se mal incanalati rischiano di precipitare il nostro paese in una situazione preoccupante ma che testimoniano di una ricerca di protezione che non siamo stati in grado di fornire. In questo senso riteniamo che in questi mille giorni l’azione del governo Renzi non è stata in grado di contrastare il declino del paese né è stata efficace nel rapporto con l’Europa.  Nessuno ha in mano la soluzione giusta per affrontare una tale situazione ma non vi è dubbio che tutto ciò richiederebbe una discussione approfondita da fare in un congresso vero, con i giusti tempi e le giuste regole che garantiscano tutti, come dovrebbe essere in un passaggio delicato come questo e invece anche in questo caso si è preferito tirar dritto con la complicità del silenzio obbediente di tanti che non nasconde la volontà evidente di salvaguardare gli interessi di uno solo a scapito di quelli del partito e della stessa natura del PD che, spero saremo d’accordo, non ha nel suo codice genetico la cultura del “partito del capo”.


Tutto ciò rende evidente come il partito non sia di fatto contendibile rispetto alla possibilità di ridefinire il proprio progetto adottando un programma capace di misurarsi con la nuova fase caratterizzata dalle contraddizioni dovute al riflusso della globalizzazione. Piacenza in questi ultimi anni non ha fatto eccezione; progressivamente i nostri circoli si sono svuotati, le occasioni di discussione e di confronto si sono rarefatte; tanti di noi vedendo praticare scelte e politiche che tendevano ad escludere si sono sentiti sopportati fino a non sentirsi più a casa propria; 
Per tutte queste ragioni crediamo che il Pd avrebbe bisogno, per recuperare un senso, di rifondarsi radicalmente, di decidere cosa vuol essere, chi vuole rappresentare mettendo in campo una proposta politica in grado di affrontare le nuove sfide ma purtroppo non crediamo che possa farlo con le ultime scelte adottate.  E’ per questo che credendo in un centrosinistra che sia in grado di interpretare oltre ai sondaggi anche le idee e le esigenze delle persone, in un partito che metta al centro il lavoro come occasione di dignità e strumento per la realizzazione degli individui, la progressività dell’imposizione fiscale come strumento per ridurre le disuguaglianze   abbiamo deciso di intraprendere una nuova strada. Il nostro obiettivo è ora quello di creare un movimento di Democratici e Progressisti che vuole contribuire a creare nel nostro paese un campo grande del centrosinistra capace di misurarsi sui temi del lavoro, dello sviluppo compatibile, della democrazia e delle sfide che riguardano anche l’Europa e le sue politiche. Ci sono però temi sui quali da subito possiamo lavorare insieme affinchè :
-    Si faccia una legge elettorale che coniughi governabilità e rappresentanza eliminando i capilista bloccati ;
-    Ci si adoperi perché il governo giunga a scadenza naturale cercando di affrontare anche alcuni temi che ci rimettano in connessione col paese (uno su tutti riguarda le opportune modifiche ai voucher...)

Sperando che questo addio possa trasformarsi in un arrivederci vi salutiamo cordialmente.

Francesco Cacciatore      Francesca Mazzari
Paolo Cammi                    Matteo Provini
Maurizio Fornasari                 Gabriele Scagnelli
Alessandro Ghisoni

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