Movimento 5 Stelle: «In città tanti negozi non sono a norma ed eludono i controlli»

Intervento del Movimento 5 Stelle di Piacenza sul tema immigrazione. «In città nuovi esercizi guidati da stranieri di origine extracomunitaria non rispettano leggi e norme: c'è manodopera in nero, provenienza sconosciuta dei prodotti, evasione»

Barbara Tarquini e Mirta Quagliaroli

«Da più parti – spiegano in un comunicato i tre consiglieri comunali del Movimento 5 Stelle di Piacenza, Mirta Quagliaroli, Andrea Gabbiani e Barbara Tarquini - siamo stati interessati ad un problema che ha ricadute immediate e dirette soprattutto su alcune categorie di artigiani, ma ha radici lontane e può avere un imprevedibile effetto domino. Un numero sempre maggiore di esercizi vengono aperti a Piacenza da stranieri di origine extracomunitaria in particolare provenienti dall’est asiatico. Sono, nella maggior parte dei casi, negozi di parrucchieri ed estetisti, ma non mancano esercizi commerciali di altro e vario genere. A fronte del tragico dato di 1000 posti di lavoro persi ogni giorno, dato Istat di recente pubblicazione, l’apertura di nuovi esercizi potrebbe essere un segnale positivo, purtroppo non è così. Questi esercizi aprono  e, grazie all’uso di manodopera in nero, all’ elusione dei controlli sulla provenienza dei prodotti, all’evasione degli obblighi fiscali, al mancato rispetto di norme e regolamenti igienico sanitari, riescono a comprimere i costi e proporre le proprie prestazioni a prezzi bassissimi ponendo in essere una inaccettabile concorrenza sleale che i nostri artigiani e i nostri piccoli imprenditori, rispettosi di leggi, regolamenti, vincoli e, ahimè, garbugli burocratici, non possono sostenere arrivando, sempre più spesso, a chiudere! Un fenomeno riportato alla ribalta delle cronache anche da recenti  controlli incrociati compiuti dalle forze dell’ordine in varie parti d’Italia, sono fioccate denunce, sono state comminate sanzioni ed esercizi sono stati chiusi per uso di manodopera clandestina, mancata emissione di scontrini fiscali, violazioni di norme igienico-sanitarie, ma... il risulato sarà, come al solito, che le multe non saranno pagate e gli esercizi riapriranno da un’altra parte, con altro nome e ragione sociale, grazie a capitali di chissà quale provenienza, capitali che in questi esercizi, spesso piccole "lavanderie" di denaro sporco, vengono riciclati e immessi nel nostro sistema economico, che da queste fraudolente "trasfusioni" non può certo trarre giovamento. L’amministrazione ha il dovere di intervenire per tutelare nell’immediato i nostri artigiani e imprenditori, i pochi che ancora sopravvivono. Lo Stato, anche nel proprio stesso interesse, deve garantire il corretto e leale svolgimento delle attività economiche, garantire il rispetto di leggi e regolamenti posti a tutela della salute pubblica, garantire, infine, una soglia minima di diritti, come persona e come lavoratore, a chiunque varchi i confini del paese».


 

«Che senso ha l’accoglienza – continuano i tre consiglieri - verso gli stranieri se si accetta che vengano a fare gli “schiavi”, per organizzazioni criminali, a casa nostra? Che senso ha l’accoglienza verso gli stranieri se una pelosa tolleranza di comportamenti e situazioni irregolari e/o illegali comporta il fallimento del nostro stato sociale e il progressivo deterioramento del nostro già compromesso tessuto economico? Infine che senso ha l’accoglienza se chi viene accolto non rispetta le regole di chi accoglie arrecandogli inoltre danno e compromettendone la sopravvivenza? Nessuno vuole fingere che le politiche internazionali degli ultimi 150 anni siano state tra le cause di forti disparità nord-sud del mondo, non possiamo però accettare che tali responsabilità siano attribuite nella gestione politica sociale ed economica esclusivamente all'Italia, ma devono farsene carico tutti i paesi ricchi che insieme a noi hanno goduto del benessere economico. L’Italia sola, senza un’Europa che si definisce unita solo per batter cassa ai paesi membri, si sta sobbarcando il peso di un problema che non può risolvere nè attenuare senza distruggere tutto quello che ci permette di essere un paese civile. Comuni e governo devono alzare la voce a Bruxelles portando a casa risultati concreti per affrontare un’emergenza che in troppi hanno voluto far credere essere tutta italiana, ma le cui responsabilità sono da condividere con i paesi membri Ue e oltreoceano. La comunità internazionale deve occuparsi anche e soprattutto di intervenire nei paesi da cui provengono i disperati, al fine di costruire lì una società migliore attraverso processi di pace e non di guerra e di sfruttamento sconsiderato delle loro risorse a esclusivo vantaggio dei paesi ricchi».

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