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«Noi, imprenditori con l’affanno costretti a pagare pensioni che non vedremo mai»

Redazione

Riceviamo e pubblichiamo la lettera aperta della nostra lettrice Roberta Chemel, rivolta al Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. 

Gentilissimo Dott. Gentiloni,

mi chiamo Roberta Chemel e sono una piccola imprenditrice bresciana che opera, però, a Piacenza nell’ambito dell’assistenza ospedaliera e domiciliare ad anziani. Lavoro che svolgo con un socio che mi ha dato l’opportunità, credendo in me, di cimentarmi in questo settore. Le è mai capitato di avere un pensiero che le frulla per la testa tanto da sentire il bisogno di doverlo esternare? Questo è quello che mi è capitato stamani, al mio risveglio. Non so se questo mio scritto le arriverà mai, non so muovermi nei meandri politici per far sì che questa mia lettera le arrivi tra le mani e non so nemmeno se, in realtà, possa fare qualcosa per me e per tutti quelli che come me si trovano in questa situazione di confusione totale, o se mai avrò risposta, ma mettere questi pensieri su carta, mi aiuta a liberarmi dalla zavorra mentale che mi assale costantemente. Ho letto che discende da famiglia nobile e, probabilmente, ha avuto modo di crescere in un ambiente pulito, ben educato e frequentato da letterati. Per quanto io sia persona riservata e schiva, le vorrei raccontare due righe di me, solo per darle un po’ il quadro della situazione.

Io sono figlia di un salariato agricolo (ora in pensione) e di una casalinga, ho un fratello maggiore e una sorella minore. Sono cresciuta tra conigli e galline nelle verdi colline gardesane e di questo ne vado fiera. Non ho avuto modo di frequentare letterati, ma senz’altro ho avuto la fortuna di vivere la vita partendo dalla terra. Quella terra tanto bassa da far venire mal di schiena, ma che riempie le narici di quei profumi che purtroppo molti non hanno il privilegio di odorare. I professori, alle medie, dicevano che ero portata allo studio e che sarebbe stato il caso che facessi un liceo e, in seguito, l’università, ma cosi non è stato, perché non c’erano i mezzi e perché era il caso che facessi una scuola professionale per poi mettermi subito ad incassare per il sostentamento. Mi sono laureata quest’anno. All’età di 43 anni, perché era un sogno rimasto nel cassetto e, con molta fatica, questo sogno si è realizzato. Non per la laurea in sé, ma per quello che ho potuto apprendere negli anni di studi superiori, che hanno placato in parte la mia sete di sapere. Si chiederà dove voglio arrivare con questo mio scritto… in realtà non lo so nemmeno io. Si tratta più che altro di una serie di domande, di considerazioni che vorrei sottoporLe, perché confido in una Sua analisi super partes e, purtroppo o per fortuna, non sono mai uscita da quella fase dei perché che molti bambini attraversano. Guardo Lei e mi viene da pensare a mio padre che ha più o meno la stessa sua età.

Nonostante fosse un bravissimo studente, non ha avuto modo di proseguire oltre la quinta elementare perché doveva lavorare. Non per questo ha smesso di leggere e studiare. Penso che la vostra sia la generazione dei figli della guerra. I figli di quegli uomini coraggiosi che sono partiti per combattere per la madre patria, l’ultimo baluardo di testimonianza diretta di chi ha vissuto il tempo gramo della miseria e, allo stesso tempo, il rifiorire del dopoguerra. Molti non sono tornati, purtroppo. Di molti non conosciamo nemmeno la fine. I militi ignoti restano comunque sempre nei miei pensieri. Si aveva poco, ma c’era il mutuo soccorso, tacito o esplicito. Ognuno faceva quel che era in grado di fare e con quello, oltre a sostenere la propria famiglia, aiutava anche chi poteva. Io non ho figli e per un certo punto di vista credo sia meglio così, anche se mi sarebbe piaciuto averne. Cosa potrei mai offrire oggi a dei figli? I valori che ci hanno da sempre contraddistinto si stanno estinguendo come si è estinto il Dodo, tanto da essere quasi ormai una figura mitologica. Alle prossime elezioni, probabilmente, per la prima volta in vita mia, non andrò a votare perchè, in tutto questo marasma, non riesco più a ritrovarmi in un’ideologia che senta veramente mia. Lo dico con rammarico, perché so quanto è costato il diritto di voto, soprattutto a noi donne e so bene che è anche un dovere. Il fatto è che voterei a caso ed, essendo il voto importante, non ci si può permettere di esprimere un voto cosi come se si spargesse sabbia al vento.

Non c’è più un ideale politico nel quale mi senta rappresentata, non esiste più un leader che sia un leader che muova le masse, alimentando ideologie sane e prosperose. Io ho bisogno di un ideale nel quale ritrovare me stessa e ad oggi non c’è. Essendo un’imprenditrice, non ho una busta paga e ogni quattro mesi verso il mio contributo INPS. Non per scelta, sia ben inteso, ma perché sono obbligata a versare questa quota pensionistica che personalmente non vedrò mai, perché serve a tappare i buchi creati in questi decenni. In sostanza sto pagando la pensione a mio padre. Come me, naturalmente, molti altri. A questo punto mi domando… perché anziché versarlo con l’F24 non lo posso versare direttamente sul conto corrente di mio papà? In questo modo sarei sicura che arrivano a lui direttamente. Non per mancanza di fiducia, ma un po’ si. Perché devo pagare un anticipo tasse a fine anno, per l’anno a venire, se non ho idea di quanto fatturerò? E se fallissi?

Perché devo pagare un anticipo IVA su delle fatture che emetterò l’anno prossimo? E se fallissi? Non sarebbe più utile che io investissi quei soldi per migliorare il migliorabile nella la mia piccolissima azienda? Non ho ancora comperato un tappeto (che abbellirebbe il front-office perché ogni mese c’è qualcosa da pagare). Andrebbe a vantaggio anche dei miei collaboratori e io riuscire a dormire la notte e a svegliarmi senza quel senso di affanno che mi coglie ogni mattina, quando mi metto a fare i conti della serva per essere sicura di fare tutto bene, senza fare il passo più lungo della gamba, per preservare il mio lavoro, il lavoro del mio socio e di tutte le persone che collaborano con la nostra piccola azienda.

Lo so, sono domande retoriche alle quali una risposta non c’è. Non la si può dare, perché la politica è davvero complicata. Io ci ho provato a capire la nuova legge elettorale, ma faccio veramente fatica e come me, sono sicura anche molti altri. Per fare un esempio. Perché è sempre tutto cosi complicato e confuso? Le promesse da marinaio dei moltissimi partiti o sotto-partiti (ma quanti sono?!) in fase di campagna elettorale valgono giusto il tempo che trovano e le esperienze precedenti lo hanno ampiamente dimostrato. Le chiedo scusa se mi sono dilungata, non ho il dono della sintesi e per questo non aggiungo altro, anche se avrei altre mille domande o considerazioni da fare. Se Lei volesse dedicarmi anche due righe o una pacca sulla spalla Le sarei enormemente grata e forse troverei un po’ di carica per proseguire con più grinta.

RingraziandoLa per il tempo dedicatomi, Le auguro buon lavoro.

Roberta Chemel

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Commenti (1)

  • Lavorando da più di trent'anni come rappresentante non posso che unirmi al senso di questa lettera ma penso anche che rimanga solo un bel l'esempio di vita che le persone a cui è indirizzato faranno fatica a capire in quanto inesperienza lavorativa.lavorare con febbre mal di schiena raffreddori e magari programmare interventi il più vicino possibile alle ferie d'agosto sono eresia per chi ha la fortuna di godere di ferie mutua e permessi,ma per i liberi professionisti è normale

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