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«Votiamo no per non dare potere a un premier senza visione politica»

Corradino Mineo sul referendum: moderato dal giornalista Andrea Dossena, l'incontro organizzato dal comitato "No al referendum costituzionale" presso la camera del lavoro della Cgil, ha dato ampio spazio al dibattito sulla riforma

Corradino Mineo, senatore e giornalista, è uomo capace di intrattenere il pubblico in maniera paritetica e confidenziale. Più che una lectio frontalis sule ragioni del no è parso uno scambio di idee tra persone competenti, pubblico compreso, pronte a dare un contributo alla costruzione di una consapevolezza storica collettiva dell'epoca in cui viviamo.

Moderato dal giornalista Andrea Dossena, l'incontro organizzato dal comitato “No al referendum costituzionale” presso la camera del lavoro della Cgil, ha dato ampio spazio al dibattito sulla riforma, un dibattito che ha visto storicamente il senatore impegnato fin da subito in una battaglia critica nei confronti del nuovo corso renziano, culminata prima con l'estromissione dalla commissione affari costituzionali, poi con la decisione di lasciare il Pd e aderire al gruppo misto.

Eppure il peccato della riforma costituzionale prima ancora di entrare nel merito dei contenuti, è per il senatore - che traccia la genealogia della riforma – un peccato originario che vede il già presidente della Repubblica Giorgio Napolitano assoluto protagonista: “Mentre tutti pensavano prima delle elezioni del 2013 che ci sarebbe stato in Italia un sistema bipartitico, ci si è in realtà trovati di fronte a un sistema tripartito per cui il presidente della Repubblica si è rifiutato di dare l'incarico al governo Bersani. Ciononostante, dopo il rifiuto, Bersani ha comunque chiesto a Napolitano di rifare il presidente della Repubblica, vincolandosi di fatto alla teoria delle larghe intese che pur era stata sempre avversata in campagna elettorale. Napolitano voleva le larghe intese e considerava il movimento 5 stelle come terrorismo politico, alla stregua delle Br. C'è un peccato originale di Napolitano nel fare una cintura attorno al movimento 5 stelle. Così legislatura si è messa in prigione con le sue stesse mani”.

Il problema fondamentale del nostro paese – continua Mineo - sono i governi che non governano. L'alibi è che le regole non funzionano. Il Pd con voto plebiscitario alle primarie ha aperto la strada al governo Renzi. Con Renzi, la riforma costituzionale è diventata immediatamente una necessità, instrumentum regni, principale strumento con cui il governo garantiva la sua persistenza. Questa riforma è stata utilizzata per recuperare il rapporto con il Berlusconi condannato e costretto a lasciare il Senato: nasce il patto del Nazareno”.  

Entrando nello specifico della riforma – spiega il senatore – emerge fin da subito un secondo elemento: uno scarsissimo interesse per il contenuto. “ Al superamento del bicameralismo perfetto, si è aggiunta la necessità di togliere potere alle regioni cambiando il titolo V. Le due questioni vengono fuse nell'idea di fare del Senato un Senato delle regioni. Ma non ci si è voluti riferiti a nessun modello esistente. In un senato delle regioni, come il bundensraat tedesco, i membri del senato sono eletti con la proporzionale e non hanno autonomia di mandato, dovendo rappresentare gli interessi delle regioni.

Questa assenza di modello viene coperta con l'immaginazione al potere. Renzi parla di modello rinascimentale con i sindaci al senato. Nel mondo ci sono senati che rappresentato le regioni (Germania) o che fanno altro (Usa), ma mai un dopolavoro dei consiglieri regionali.

Io e il senatore Mauro, contrari a questa disposizione, siamo stati spostati dalla commissione. Questa estromissione ha  ha fatto passare un'idea fondamentale: tu non hai autonomia di mandato, ma rappresenti il tuo partito”.

Giudizio negativo dunque sulla presunta capacità della riforma di dar maggior voce in capitolo alle regioni: “Le regioni non avranno più potere, ci sarà invece una sottorappresentanza delle regioni al Senato. Si lasciano alle regioni tutti i titoli di spesa, mentre si elimina la legislazione concorrente: in un sistema autonomistico non federale, la regione, come centro di decisione politica, dovrebbe avere la possibilità di dare un contributo alla legislazione nazionale. Invece con la riforma, il nazionale avrà una clausola di prevalenza”.

Riforma inutile, scassata, inefficace. Questo il lessico più volte richiamato dal senatore che poi ammette: “Senza una legge elettorale ultramaggioritaria, questi cambiamenti non servirebbero a nessuno. É il combinato disposto con la lege elettorale il vero problema: il presidente della repubblica non nominerà più il capo di governo, che di fatto sarà il rappresentante del popolo. La terzietà del presidente della repubblica non sarà più garantita. Non c'è più bilanciamento dei poteri e in definitiva cambia la nostra forma di governo”.

C'è tempo infine per un giudizio chiaroscurale sul premier Renzi, stimato come politico di grande valore, avversato per la mancanza di lungimiranza e visione storica complessiva: “Ho grande stima di Renzi perchè ha fatto un'operazione perfetta. Avevamo una costituzione coerente, con la riforma una scassata. Si vuole una politica congiunturale e senza visione d'insieme, di cui questa riforma è l'espressione. Lo scopo è un governo che fa prima i conti e che poi distribuisce quel che resta di margine, con bonus e sgravi decisi dal governo. La tendenza storica entro cui questo accade è quello di una democrazia stile russo o turco in cui il capo del governo ottimizza le leggi di spesa e decide su tutto. E' efficace o no l'uomo solo al comando? Renzi non capisce la differenza tra governare una nazione e governare un comune. Lui è il rottamatore della prima fila e il conservatore di tutto l'esercito. Quando vinse le primarie del Pd fece il discorso della “bella addormentata” che dicendo il paese aveva tutto, solo che la sua incapacità di decidere ne precludeva le possibilità di sviluppo cosi come i rovi magici bloccavano la bella addormentata. E questo lui ha continuato a fare, continuando a credere che l'Italia abbia bisogno della sua capacità di decidere.
Eugenio Scalfari e il gruppo di Repubblica hanno sempre cercato un risolutore, prima con Berlinguer, poi con De Mita e Segni, diffondendo  questa falsa coscienza. Io credo che oggi il nostro programma sia di trovare nuove strade allo sviluppo. Come è stato per il New Deal americano. Non si possono fare governi autocratici; questo paese non è più governabile. Bisogna tornare indietro e ricucire i rapporti di rappresentanza. Il no sarà importante per riaprire una dialettica in questo senso”.

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