Biostimolanti in agricoltura: tutte le potenzialità di nuovi prodotti ancora poco conosciuti

Si tratta di una nuova categoria di prodotti, sostanze e microrganismi capaci di modificare la risposta agronomica delle colture attraverso un aumento della biodisponibilità dei nutrienti nel suolo, una maggior efficienza d'uso dei nutrienti, una migliore tolleranza agli stress abiotici e un incremento della qualità del prodotto

Puglisi

Il mercato dei biostimolanti è caratterizzato da una vivace dinamica di sviluppo anche in Italia, con un chiaro trend di crescita. Si tratta di una nuova categoria di prodotti, sostanze e microrganismi capaci di modificare la risposta agronomica delle colture attraverso un aumento della biodisponibilità dei nutrienti nel suolo, una maggior efficienza d'uso dei nutrienti, una migliore tolleranza agli stress abiotici e un incremento della qualità del prodotto. Queste caratteristiche si sposano con la richiesta di una sempre maggiore sostenibilità del comparto agro-alimentare.

Per fare il punto insieme a ricercatori e tecnici del settore, ed essere aggiornati sulle conoscenze relative all'utilizzo dei biostimolanti nelle colture agrarie, si è svolto nella Sala Visconti di Confagricoltura Piacenza un incontro tecnico che si è avvalso della collaborazione della Facoltà di Scienze Agrarie, Alimentari e Ambientali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza.

Dopo il saluto di Giovanni Marchesi, vicedirettore di Confagricoltura Piacenza e Responsabile del Servizio Tecnico è stata la volta di Stefano Repetti, tesoriere dell’Associazione e imprenditore agricolo che ha coordinato l’incontro e che si è attivato per realizzare l’iniziativa ricordando che “sul tema c’è molto interesse, ma ancora poca competenza da parte degli agricoltori; è perciò indispensabile in questa fase avere un’idea non falsata da promozioni commerciali, ma oggettiva, su potenzialità e limiti di questo che si prefigura essere un ottimo strumento dagli interessanti impieghi in campo, seguendo la logica di mantenere alte produzioni utilizzando gli agrofarmaci in modo sempre più razionale e mirato”

Il professor Marco Trevisan preside della Facoltà ha spiegato la differenza «tra gli stress biotici (attacchi di funghi, parassiti o batteri) e quelli abiotici, ovvero più legati alle caratteristiche climatiche ed ambientali come salinità, carenze idriche, eccesso di luminosità ecc, problematiche particolarmente attuali in considerazione dei cambiamenti climatici in atto. I biostimolanti stimolano risposte delle piante ed aumentano la tolleranza agli stress abiotici, favoriscono la crescita produttiva e sono quindi fertilizzanti. Si possono quindi utilizzare tutti gli scarti o specifici batteri (azotobacter, mycorhizae, azospirillum ecc). Inoltre sono stati evidenziati interessanti effetti sinergici sulle colture indotti dall'apporto integrato di sostanze biostimolanti e microrganismi benefici. Tali effetti sono stati ottenuti combinando insieme funghi micorrizici arbuscolari o batteri promotori della crescita con sostanze umiche, estratti di alghe o idrolizzati proteici. In Cattolica- ha detto- da tempo sono in atto prove e verifiche dei dati». 

Il professor Lucini (Professore di Chimica Agraria - Dipartimento di Scienze e tecnologie alimentari per una filiera agro-alimentare sostenibile) ha spiegato che «questi biostimolanti sono sostanze naturali e quindi diverse dai fertilizzanti classici che promuovono la crescita delle piante applicati a basse dosi. Numerose ricerche hanno ormai evidenziato una vastissima gamma di effetti positivi dovuti all’utilizzo dei biostimolanti: si va dall’aumento della fertilità del terreno, alla maggiore resistenza delle piante agli stress, passando attraverso il miglioramento ed efficacia nell’assorbimento e assimilazione dei nutrienti. In pratica- ha chiarito- agiscono sui naturali processi fisiologici della pianta, aiutandola a produrre meglio ed in qualità senza sostituirsi ai fertilizzanti o agli agrofarmaci. I biostimolanti infatti non apportano sostanze nutritive, ma semmai aiutano l'organismo vegetale ad assorbire meglio quelle presenti nel terreno. E d'altro canto non contrastano le aggressioni di agenti patogeni o di insetti fitofagi. Semmai aiutano la pianta a resistere meglio.

La grande crescita del settore ha spinto ora la EU ad avviare un percorso di regolamentazione dei biostimolanti, per la tutela dei produttori biostimolanti. Anche il Mipaf ha finanziato progetti applicativi, unitamente alle industrie del comparto.

«Negli ultimi anni- ha detto- il mercato è cresciuto in modo esponenziale e così le ricerche scientifiche. Oltre al D.Leg. 75/2010 che porta in allegato 6 prodotti da utilizzare sul mercato (tra cui sostanze umiche estratti da alghe brune), ora l’elenco è cresciuto e le prove di pari passo.Con il regolamento (Ue) 2019/1009 del parlamento europeo e del consiglio del 5 giugno 2019 sono state stabilite le nuove norme relative alla messa a disposizione sul mercato di prodotti fertilizzanti dell'Ue. Si tratta quindi di utilizzare in modo mirato queste sostanze che offrono sicuri vantaggi produttivi».

Edoardo Puglisi professore di Microbiologia Agraria alla Cattolica è partito da un’analisi della salute e fertilità del suolo, soffermandosi sui meccanismi di azione dei batteri. I biostimolanti sono prodotti ottenuti da materie prime di origine vegetale o animale, ma possono anche contenere microrganismi (batteri o funghi) o composti inorganici (nanoparticelle) in grado di stimolare la crescita delle colture e la tolleranza verso gli stress abiotici.

Possono essere applicati direttamente sulla parte aerea delle piante o al terreno con effetto sull’apparato radicale mediante assorbimento o indirettamente migliorando la microflora della rizosfera. Sono in grado di attivare diversi processi fisiologici e biochimici che portano a un aumento dell’efficienza d’uso dell’acqua e dei nutrienti Le piante trattate hanno una crescita più veloce e un apparato radicale più espanso, in modo da poter esplorare un volume di terreno più ampio alla ricerca di acqua e nutrienti. Puglisi nell’analizzare le potenzialità ma anche i limiti, ha ricordato che la composizione finale è fortemente influenzata dalla natura della materia prima utilizzata e dal processo industriale di produzione. La concentrazione e la tipologia dei composti bioattivi ottenuti dipendono dal processo di estrazione utilizzato e dalla composizione della matrice organica di partenza,

Per questo il  processo industriale di produzione di un biostimolante deve essere opportunamente studiato e standardizzato al fine di garantire le stesse caratteristiche chimiche in termini di concentrazione e tipologia di composti bioattivi. Il primo passo della standardizzazione deve partire dalla selezione delle materie prime utilizzate. La ricerca deve focalizzarsi sull’identificazione dei migliori protocolli di estrazione per le diverse materie prime. Pertanto, i trattamenti sequenziali di temperatura, di pressione, il tipo di solvente organico o di trattamento enzimatico devono essere opportunamente studiati in modo da garantire nel tempo lo stesso effetto biologico nelle piante. 

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Le conclusioni sono state affidate al presidente di Confagricoltura Piacenza Filippo Gasparini.

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