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Giovedì, 13 Giugno 2024
Il nostro passato

Il madgòn, “guaritore” della tradizione piacentina

Questa pratica è sopravvissuta fino agli anni ’70: si pensava che alcune persone avessero un “dono” tramandato un anziano familiare

Per chi è in giovane età sentir parlare di “madgòn” (medicone) è come rammentare di un personaggio ormai sepolto dalla storia tradizionale piacentina. Eppure fino ad almeno tutti gli anni Settanta era ancora una figura particolare conosciuta da tutti.

Uomo o donna che fosse, solitamente non in giovane età, nei quartieri popolari di Piacenza e nei paesi era una figura caratteristica alla quale rivolgersi per piccoli inconvenienti di salute.

Non era una “professione”, ma lo si diveniva per “investitura” solitamente ricevuta da una vecchia nonna, dalla madre anziana o da un parente uomo o donna che fosse.

Sebbene conducesse una vita normalissima come tutti, aveva però “ereditato” da un parente prossimo questo particolare carisma di guarigione “fai da te”, un misto di magico, di aspetti religiosi e di misterioso.

Certamente il “madgòn” o la “madgona” non prescrivevano medicine, non davano consigli medici, solamente si esibivano in un “rito” curativo particolare, rapido e senza tanti fronzoli con brevi manipolazioni e con altrettante succinte formule propiziatorie.

Senza dover far la fila dal dottore “della mutua” ci si rivolgeva a questa figura senza tentennamenti perché si poteva trovar cura rapida per orecchioni (parotite), pertosse, strappi muscolari e slogature varie o un mal di testa persistente.

Ad esempio “la tosse cattiva” (pertosse) poteva esser curata portando il “paziente” in riva al Po e mentre stringeva con le mani alcuni rami di sambuco, il medicone scopriva alcune radici e vi seppelliva accanto un uovo sodo portato dal malato, in questo modo la pianta “assorbiva” la tosse e in breve tempo sarebbe ritornata la salute piena.

Rimedio che oggi fa sorridere, ma che decine di anni fa in un mondo semplice e popolare, era una alternativa da "mettere in conto" prima di andare direttamente dal medico di famiglia e ad ogni modo i disturbi che potevano esser sottoposti al guaritore erano "dolori" che noi oggi curiamo semplicemente con un antidolorifico e che troviamo senza difficoltà in vendita.

La cosiddetta “storta” alla caviglia si leniva con un lieve massaggio dall’alto verso il basso, ungendo di “sonsa” (sunia di maiale), seguendo la direzione dell’acqua che va dall’alto verso il basso e poi con un segno di croce finale recitando in dialetto piacentino una formula tramandata: “sonsa morta purtè via la vena tòrta”. Anche se ogni medicone aveva il proprio repertorio di formule, la cosa certa è che esse erano brevi, solitamente dialettali ed in rima.

La tosse “asinina” negli anni '50 si leniva dal medicone facendo bere acqua di fonte o di fiume ad un asinello per tre volte e quindi tre piccoli sorsi ne beveva il “malato”, questa era ovviamente una operazione possibile nelle campagne e nei borghi piacentini dove qualche massaro aveva un asino nella stalla.

Molto praticata nel Piacentino la cura del “mal dal sìgn” (male del segno) un acuto mal di testa, persistente dalla mattina al tardo pomeriggio, e si leniva usando foglie di ulivo (tenute dal ramo benedetto della domenica delle Palme) e poi strofinando una moneta d’argento sulla fronte, facendo un segno a stella ed a croce con relativa formula. Gli orecchioni invece si curavano con un ramoscello di salice verde che veniva bruciato sulla punta e con questa parte carbonizzata si segnava la mascella dalla parte del dolore tracciando una semplice croce.

Più o meno in questo modo, con foglie d’ulivo e moneta, si curavano anche gli arrossamenti della pelle e tutte le varie irritazioni e questo andava compiuto per ben tre giorni consecutivi.

Insomma quella del “guaritore” a Piacenza e provincia era una pratica fatta da persone che "si diceva" avessero “il dono” a loro tramandato da un anziano famigliare.

Particolarmente dotati per svolgere questo "metodo" si credeva fossero i figli nati “settimini”, tutta una serie di particolarità che affondano le radici in un vecchio passato, che davvero non c’è più, un mondo di gente laboriosa e semplice, cresciuta tra il senso religioso appreso tra le scure mura odorose d’incenso di una chiesa e l’arte di arrangiarsi per porre rimedio ai piccoli drammi della salute.

E il "madgòn" o la "madgona" non chiedevano mai compenso, al limite il malato guarito, poi provvedeva inviando qualche uovo oppure la classica, immancabile per quel tempo, bottiglia di buon vino genuino di casa.

Umberto Battini

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