I racconti della "Grande Guerra" rivivono attraverso le parole della stampa e i diari delle crocerossine

Una conferenza emozionante quella di sabato 24 novembre, in Sant’Ilario, dove il reading messo in scena dal Comitato femminile della Croce Rossa di Voghera ha fatto risuonare le parole che emergevano dai diari delle crocerossine, accompagnate da un pianoforte e un flauto

Salvatori e Negri

La Grande Guerra nelle parole scritte della stampa, dei diari delle crocerossine e l’evoluzione del giornalismo che segue i soldati nelle aree di crisi. Una conferenza emozionante quella di sabato 24 novembre, in Sant’Ilario, dove il reading messo in scena dal Comitato femminile della Croce Rossa di Voghera ha fatto risuonare le parole che emergevano dai diari delle crocerossine, accompagnate da un pianoforte e un flauto. Drammatici i racconti dei diari: sangue, sofferenza, fierezza e solitudine. Le donne con la croce rossa sul petto hanno affiancato i soldati, dalle trincee alla retrovie. Hanno patito freddo e fame, hanno visto morire tantissimi ragazzi, si sono sporcate le mani di sangue e, in barba alla Convenzione di Ginevra, alcune di loro sono anche state fatte prigioniere dagli austro-ungarici e spedite nei campi di detenzione.

Il giornalista e storico Ippolito Negri ha raccontato la narrazione della guerra, a partire dal Primo conflitto mondiale. I giornalisti italiani, in genere, non venivano portati al fronte, ma stavano al Comando supremo. Inevitabilmente, essendo vicino ai comandanti, stringevano legami e scrivevano, spesso in modo romanzato, mettendo in luce le doti dei condottieri, più che raccontare cosa accadeva nelle trincee e qual era la reale situazione militare sul campo. Un altro aspetto ha riguardato le fonti: più ce ne sono e più viene snaturata quella che dovrebbe essere la realtà raccontata da un giornalista. Ad esempio, la drammatica sconfitta di Caporetto - dagli emersi sull’analisi di quel periodo - non venne narrata con tanti particolari, né emerse sulla grande stampa il sacrificio di migliaia di uomini né il numero dei caduti. Certo, in seguito emersero grandi nomi, su tutti Luigi Barzini, che fecero il lavoro di cronisti. Negri ha ampliato il suo excursus alla Seconda guerra mondiale e alle guerre degli ultimi decenni.

Gianfranco Salvatori, giornalista embedded che è stato in Kosovo, Libano e Afghanistan, ha raccontato come è cambiato il ruolo del reporter aggregato alle truppe. I temi fondamentali rimangono un po’ gli stessi - verità, libertà di scrivere, conoscenza della situazione geopolitica dei teatri in cui si va a svolgere il lavoro, non disgiunta dalla preparazione fisica - anche se è stato fatto un balzo avanti enorme, rispetto alla Seconda guerra mondiale, quando la narrazione era intrisa di propaganda. Dalla nascita del soldato di professione ai primi impegni internazionali, anche la stampa e le Forze armate hanno dovuto modificare la loro comunicazione e si sono creati degli specialisti dell’informazione in divisa. Le Forze armate hanno aperto le porte ai giornalisti, permettendo loro di seguire i militari nelle missioni all’estero. Il giornalista embedded è sì più “protetto”, rispetto al collega inviato di guerra, ma questo non significa venire meno ai propri doveri, né le Forze armate attuano alcun tipo di censura. Certo, l’inviato è più libero di muoversi e nella vulgata tra professionisti della stampa si pensa ancora che chi è embedded non sia completamente libero di scrivere. Ilsuo compito non è stare in prima linea, ma far vedere che cosa i soldati italiani fanno nelle zone di conflitto, soprattutto nella delicata fase del ristabilimento della pace.

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