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La “Grande Guerra”: dalla cucina “regionale” a quella “nazionale”

L’“Alimentazione dei soldati nella Grande guerra" nell’ambito del ciclo di videoconferenze denominato “Carte da cucina”

La guerra del 1915-1918, la “grande guerra”, la prima che ha investito il “mondo” producendo vastissime ripercussioni di carattere sociale, politico, economico in tutti i paesi coinvolti nel conflitto. Così anche per l’alimentazione, perché in Italia la cucina ha in parte cambiato la sua connotazione diventando da “regionale”, a nazionale: emblematica la pasta perché in precedenza, al Nord, prevaleva la polenta come piatto base (e sovente unico…).

Annotazioni e curiosità storiche proposte da Massimo Moreni membro del comitato di Piacenza dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano che ha trattatoMoreni-2 della “Alimentazione dei soldati nella Grande guerra" nell’ambito del ciclo di videoconferenze denominato “Carte da cucina”, organizzato dall’Ufficio Attività socio-ricreative del Comune di Piacenza per la terza età, con il contributo dell’Archivio di Stato.

Moreni ha brevemente ripercorso le cause principali della guerra e gli scenari geo-politici in cui si è snodata, ricordando che furono coinvolti oltre due milioni di soldati (dei sei chiamati alle armi). “Molti provenivano da zone povere e quindi la maggior parte forse mangiava meglio che a casa, anche se la qualità del cibo ammannito non era certo di qualità. A Piacenza - ha ricordato- per la sua posizione strategica sono transitati milioni di animali per il rifornimento al fronte. Il 1915 fu un anno di buon livello ma il 1917, causa la scarsità di raccolti, fu invece molto problematico”.

Ha poi spiegato la “razione viveri giornaliera composta da 750 g. di pane, 375 di carne, 150 di pasta, 350 di patate,, caffè vino, lardo, olio ecc e la famosa razione K. quella per il combattimento. Nelle retrovie la razionale era “territoriale”, al fronte quella invernale forniva maggiori calorie ed era “rinforzata” con lardo ed alcolici.

Nel 1918 la situazione degli approvvigionamenti migliorò grazie all’arrivo degli alleati Usa e concorse ad aumentare il morale dei combattenti in vista dello slancio finale.

Moreni ha quindi ricordato la “galletta”, biscotto non lievitato derivato dall’impasto di acqua e farina, che quindi si conserva a lungo, così come la carne in scatola, prevalentemente di tonno e carne di manzo, scatolette che ancora oggi rispuntano sui luoghi dei combattimenti nel Trentino.

La panificazione avvenne anche con forni “ippotrainati” per esser vicino al fronte. I “parchi buoi” per assicurare la carne si rivelarono troppo costosi e difficili da gestire per cui si utilizzò (addirittura fino agli anni ’70) soprattutto carne congelata di provenienza soprattutto argentina.

Il trasporto viveri avveniva soprattutto di notte a dorso dei muli. Per condurli furono impiegate anche le donne, soprattutto nel Carso. Soprattutto nel Veneto e nella laguna furono molto utilizzati anche i trasporti fluviali grazie alla ricchezza di canali e vie d’acqua, operazioni effettuate dal Genio lagunari che faceva parte del Genio Pontieri la cui caserma, ubicata in Piazza Cittadella a Piacenza, è dedicata alla medaglia d’oro piacentina, il capitano Alessandro Casali.

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