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Un momento della cerimonia

Un momento della cerimonia

«La memoria e il ricordo sono strumenti della democrazia, non si utilizzino per rimisurare le colpe»

Cerimonia ufficiale nella mattina del 27 gennaio al Giardino della Memoria sullo Stradone Farnese. Consegna, in memoria del signor Luigino Tavani, della medaglia d'onore

Cerimonia ufficiale nella mattina del 27 gennaio al Giardino della Memoria sullo Stradone Farnese. Dopo i discorsi del sindaco Patrizia Barbieri e del prefetto Maurizio Falco, la cerimonia è proseguita con le parole e la benedizione di don Davide Maloberti e si è chiusa con la consegna, in memoria del signor Luigino Tavani, della medaglia d'onore concessa ai cittadini italiani, militari e civili, deportati e internati nei lager nazisti e destinati al lavoro coatto per l’economia di guerra durante l’ultimo conflitto mondiale ed ai familiari dei deceduti. Luigino Tavani fu deportato e internato nel Campo di prigionia tedesco XII A di Limberg dal 14 settembre 1943 al 26 marzo 1945. La popolazione di questo campo era composta da prigionieri di guerra che si rifiutarono di combattere per la Germania nazista. A ritirare la medaglia sono intervenuti i figli Fulvio e Pierluigi, mentre la consegna è avvenuta a cura del prefetto, del sindaco e presidente della Provincia e del sindaco del Comune di Castelvetro Luca Giovanni Quintavalla. Per la componente scuola erano presenti la Consulta provinciale degli studenti di Piacenza, il Consiglio comunale dei ragazzi di Gragnano più i rappresentanti di tutte le classi medie di Gragnano, la 1^ Linguistico "C" del Liceo Gioia con la prof.ssa Graziella Magistrali, educatrici e ragazzi del Centro socio-educativo del Comune di Stradella.

IL DISCORSO DEL SINDACO PATRIZIA BARBIERI -  “Lavoravo nella cucina delle SS. Dalla finestra aperta, sentii un uomo che intonava un’aria della Tosca. Poco dopo, vidi tre ufficiali che correvano e il canto si interruppe. I nazisti lo fucilarono all’istante. Venni a sapere che era la voce di un famoso tenore del Teatro dell’Opera di Bruxelles i cui familiari, qualche ora prima, erano stati mandati incontro alla morte nelle camere a gas. Ogni volta che riascolto quelle note, su di me scende il buio”. Iniziava così il racconto di Tadeusz Smreczynski (scomparso nel 2018), deportato ad Auschwitz come prigioniero politico. Dopo 40 anni di doloroso silenzio ha trovato la forza di varcare di nuovo la soglia di quei cancelli che si aprirono, agli occhi del mondo, il 27 gennaio del 1945. La durezza della sua testimonianza scalfisce ogni inaccettabile tentativo di negare l’enormità e l’orrore dell’Olocausto: “Ricordo un gruppo di uomini che urlava, mentre passava un carro sul quale giacevano, gli uni sugli altri, decine di corpi senza vita. Quello in fondo respira, gridò qualcuno, dovete tirarlo fuori! Non possiamo, fu la risposta, ormai è stato depennato dalla lista”. Questa era la quotidianità, nell’atroce e perfetta organizzazione dei campi di concentramento. L’umanità cancellata. L’esistenza priva di valore. L’indifferenza che inesorabilmente si insinua, perchè a pochi metri di distanza un fumo denso si leva a coprire tutto, in quel tragico disegno di sterminio volto a calpestare l’identità delle comunità ebraiche, a soffocare ogni forma di dissidenza ideologica, a perseguitare e segregare le minoranze e le popolazioni che resistevano in difesa dei propri territori occupati. A eliminare quanti esprimevano – nei tratti somatici, nell’orientamento sessuale, nella specificità e nel valore delle proprie radici culturali ed etniche, nella disabilità o nella malattia – una diversità rispetto all’aberrante modello della supremazia ariana.

A ciascuno di loro, oggi, è dedicata questa cerimonia. Per non dimenticare, e non lo si ripeterà mai abbastanza. Perché al di là di quel filo spinato e oltre i numeri che la Storia ci consegna, ripercorrendo il destino di milioni di vittime innocenti, c’è una verità incontrovertibile e dolorosa: “Gli esecutori di questo immane delitto erano uomini come noi, come tutti”. Le parole di Pietro Terracina, superstite di Auschwitz-Birkenau mancato poche settimane fa a Roma, ci richiamano – nessuno escluso – al dovere morale e civile di onorare la memoria della Shoah ogni giorno. Nel rifiuto delle discriminazioni e della violenza, nella difesa della libertà e del pluralismo, nel rispetto delle differenze, nel contrasto alla cultura dell’intolleranza e del pregiudizio.

Certo, un Paese civile e democratico non può che provare sgomento e vergogna, guardando a un passato segnato dal crimine delle leggi razziali, dal profilo di corpi scheletrici e violati, esibiti nella loro nudità fragile mentre attendevano il verdetto di un appello che – spesso dopo ore trascorse al freddo, in cui molti caddero per gli stenti – decretava la suddivisione tra la speranza e una fine inesorabile. Oggi più che mai, dobbiamo far sì che quei sentimenti ci esortino a non voltare mai lo sguardo dall’altra parte, ma a voler conoscere, con consapevolezza e responsabilità condivise, ciò che è stato. Ad ascoltarne il monito. A farci interpreti, a nostra volta, di un messaggio di pace. Per le centinaia di migliaia di deportati italiani: perché di religione ebraica, per motivi politici, come prigionieri di guerra. Per le 6000 donne uccise nella camera a gas di Ravensbruck e le decine di migliaia che prima di loro subirono, del lager femminile, le estreme conseguenze. Per i 230 mila bambini e ragazzi che si stima abbiano compiuto quel viaggio verso Auschwitz e Birkenau, provenienti da tutti i Paesi occupati dai nazisti: il 27 gennaio di 75 anni fa, ne erano rimasti 650.

Tra loro le sorelle Andra e Tatiana Bucci, probabilmente sopravvissute perché le credettero gemelle. All’arrivo al campo persero la nonna, condannata subito alla camera a gas. La mamma, costretta ai lavori forzati, ogni sera si infilava rischiando la vita, perché era proibito, tra le baracche destinate ai più piccoli, per sussurrare i loro nomi: “Non voleva che li dimenticassimo o che pensassimo, come volevano indurci a fare i tedeschi, di essere solo un numero". Quello impresso, per sempre, sul braccio e nel cuore di due bambine per le quali il lager era diventata casa, i cumuli di cadaveri intorno a loro la normalità. “Era terribile”, hanno spiegato in anni recenti, “ma dopo un po’ scatta un meccanismo di difesa”. Al punto che non piansero neppure, quando la mamma non tornò più. L’avrebbero riabbracciata solo un paio d’anni più tardi. E’ anche per quell’infanzia rubata, così come per chi non ha più voce, che oggi siamo qui con un senso di profonda e sincera partecipazione. Per tutti i testimoni di questa discesa agli inferi dell’umanità. Si diventa liberi solo nel momento in cui si è testimoni attivi di valori fondamentali come il rispetto e la pace.

IL DISCORSO DEL PREFETTO MAURIZIO FALCO -   Ho raccolto con responsabilità ed orgoglio l’invito del Ministro dell’Interno, sulla linea tracciata ancora una volta dal Presidente della Repubblica (attraverso le recentissime dichiarazioni rilasciate ad Auschwitz), di coordinare le iniziative in ambito provinciale organizzate dalle Amministrazioni comunali piacentine. Oggi la ricorrenza si intrecciava in un momento particolarmente significativo per la nostra Regione. Con il rischio di poter essere un po’ offuscata dalle forti ricadute sulla politica nazionale. E proprio per questo, ho ritenuto doveroso partecipare con un messaggio antico e nuovo allo stesso tempo. Da rivolgere non solo e non tanto a noi adulti; ma soprattutto ai nostri ragazzi.

Ragazzi che non a caso sono qui non tanto per aderire ad un programma di eventi che meritoriamente la scuola ed il comune ha elaborato. Ma per cercare di capire quello scarto di senso in più che le nostre parole possono offrire alla loro comprensione. A loro che, ormai distanti più di mezzo secolo da quegli eventi, rischiano di sentirsi convocati unicamente per un rito lontano; che appartiene piuttosto ad un’altra generazione, e che non sembra impattare più di tanto sulle loro speranze (o paure) di anime in cerca di un orizzonte certo e presente, e di un futuro sereno e globale. Ma purtroppo non è così, il rischio di un impatto forte rimane alto eccome. Basti pensare alla recrudescenza di conflittualità cui assistiamo oggi tra popoli ed all’interno degli stessi popoli. Ed alla circostanza che, intanto, tra rinnovate guerre commerciali tra antichi e nuovi alleati del nostro occidente, si chiudono i serbatoi dei posti di lavoro e gli spazi per una dignitosa convivenza civile.

Avanza pericolosamente un’idea della prevalenza assoluta della ragion di parte, non di Stato, che alimenta la crescita smisurata delle disuguaglianze; Così come l’incapacità delle nostre Comunità occidentali di farsi argine a garanzia della salvaguardia della vita umana verso l’individualismo sfrenato dell’economia globale. La storia ha un suo valore immortale proprio perché trasforma, raccogliendola con obbiettività, l’esperienza in testimonianza; non opera soltanto per l’archiviazione di eventi e persone in volumi (oggi cloud software direte voi) da tramandare ai posteri per custodire radici ed identità territoriali. Ma vuole farsi carico del potere dell’insegnamento che proviene da quelle esperienze, rendendosi, per l’appunto, Memoria, Ricordo. Vuole ammonire - quando l’esperienza è stata tragica per l’essere umano - a non riproporre fatali errori di cui l’essere umano possa così fatalmente pentirsi. E non ha dunque alcun senso, ad esempio, minimizzare quanto accade tra noi, derubricando episodi come quello di qualche giorno fa a Mondovì di Cuneo, in bravata da immaturi o incolti. L’allarme è alto e alto deve risuonare in giornate come queste: perché lo sdoganamento dei peggiori istinti dell’individuo contro i propri simili si nutre dell’indifferenza verso la storia o dell’affievolimento del senso critico delle coscienze. Raccogliamo oggi il peso della testimonianza e la responsabilità della disseminazione, nel consegnare il riconoscimento dello Stato a chi rappresenta, nel giorno della memoria, un collegamento più forte, familiare, con la drammatica vicenda umana della shoah. E sarò pronto a ri-emozionarmi con voi giovani anche tra qualche giorno, allorché ricorderemo le vittime delle Foibe il 10 febbraio, partecipando alle meritevolissime iniziative in preparazione anche per quel giorno. So che anche in quella occasione ci sarà un riconoscimento per una testimonianza di quelle orribili pagine di storia di cui si sono macchiati gli esseri umani contro i propri simili. Ho già detto lo scorso anno che la memoria, il ricordo, sono strumenti della democrazia da utilizzare non certo per rinfocolare vendette o per rimisurare le colpe; o ancora peggio per dar vita ad una penosa contabilità degli orrori tra contrapposti schieramenti. Seppur costellata da tali continue contraddizioni, e capovolgimenti delle sorti tra vittime e carnefici, tutta l’esperienza umana non smette di comunicare che la base delle società democratiche è il rifiuto senza se e senza ma della violenza e della sopraffazione come strumento di potere.

E così anche oggi avremo esercitato nel miglior modo il diritto dovere del ricordare e di scrivere la Storia in maniera completa e credibile, non di riscriverla attenzione, se manterremo quella “prospettiva di lontananza emotiva” dagli eventi, (consentitemi di citare un mio vecchio professore di greco innamorato di Tucidide), che sola consente di capire e di raccontare senza essere turbati dalla vicinanza delle conseguenze dei dolori di ciascuno.  Ai nostri ragazzi, infine, va il nostro sincero apprezzamento di genitori, non la solita ruffiana carezza generazionale, per averli visti con civica attenzione seguire le nostre iniziative, le nostre parole; perché speriamo che insieme a loro si rafforzi una rinnovata fiducia sociale che chiama tutti a guardare un futuro con meno ombre che pure sembrano continuamente addensarsi sul nostro orizzo

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