Va in archivio la terza edizione del Festival della cultura e della libertà

Il resoconto della seconda giornata di convegni e approfondimenti a Palazzo Galli

Stesso entusiasmo, stessa affluenza di pubblico, stesso interesse per ascoltare i vari relatori. Ore 9, si comincia. Il primo argomento, la globalizzazione con la domanda implicita, se questa sta entrando in crisi. Primo a parlare Nicola Iannello, giornalista e follow dell’Istituto Bruno Leoni. Giovane e di piacevole aspetto, parla con competenza e si dimostra a favore della globalizzazione che ha inizio in Europa. I motivi almeno tre: la riduzione della povertà, l’esplosione della popolazione e l’aumento delle aspettative di vita. Se le parole non sono sufficienti, presenta due fotografie. La prima scattata nel 1991 che presenta il molo di Bari intasato di albanesi che si apprestano a sbarcare da una nave che a mala pena galleggia dato l’alto numero degli occupanti. La seconda scattata 25 anni dopo, inquadra invece tifosi albanesi che arrivati stavolta in aereo intendono partecipare alla partita di calcio fra la nazionale del loro paese e l’Italia. A dimostrazione che nel giro di pochi anni con la caduta del comunismo, le condizioni economiche sono completamente cambiate, alla povertà si è sostituito il benessere e tutto questo per merito della globalizzazione. Ciononostante non tutto è rosa e fiori in merito al questo processo globale. Ce lo ricorda, quasi ammonendoci, il secondo relatore, il prof. Raimondo Cubeddu filosofo della politica all’Università di Pisa. Persona distinta e non più giovane, parla però con voce squillante di timbro quasi tenorile. Le cose secondo lui, in riferimento alla globalizzazione, non vanno del tutto bene, perché se è vero che ha comportato un aumento dei beni di consumo, ha generato anche un appesantimento dei costi dello stato. Inoltre, egli ribadisce, gli stessi beni di consumo sono solo quelli voluti dalla classe al potere. Per cui si può verificare il paradosso di doversi dedicare più ai pannolini (sic), ai cani e ai gatti che non ai bambini. Inoltre altro motivo di perplessità, la domanda: chi governa la globalizzazione? La nostra attuale classe politica che certamente non brilla in fatto di preparazione o le nuove potenze economiche quali la Cina o l’India che potrebbero un domani decidere al nostro posto quello che è bene fare? È ora la volta del prof Roberto Festa, filosofo della scienza all’Università di Trieste. Persona affabile, aperta e simpatica, ha un eloquio tagliente e sicuro, sempre alla ricerca di paradossi o battute di spirito per accattivarsi fra il pubblico quella simpatia da lui, per la verità, già raggiunta al suo primo apparire, per cause, diciamo così, naturali. Fra scetticismo e sostegno alla globalizzazione, sembra che dalle sua parole prevalga il primo. Anzi fa un distinguo a proposito della globalizzazione economica che potrebbe fare bene e la globalizzazione politica che viceversa potrebbe fare male. Per meglio avallare le sue idee, cita Ludwig von Mises, uno dei padri del moderno liberalismo e tra i più influenti economisti della scuola austriaca, mentre di contro riferisce alcuni economisti di cultura comunista i quali vivono e pensano una concezione del mondo troppo intossicato, per loro, causa il liberalismo. Continuando, passa poi a valutare l’Unione Europea che auspica non debba mai diventare un forte superstato con tanto di poteri sovranazionali, tipo l’esercito e la uniformità della legislazione sulla giustizia. Anzi è l’eterogeneità delle legislazioni che crea nuove opportunità di libertà. Chiude in tono provocatorio in sintonia col suo personaggio simpaticamente e causticamente irriverente con questo motto di spirito. Credere che tutti siano buoni, permette a qualcuno di essere… porco. Si generano a questo punto domande e precisazione fra i relatori. Per Iannello la globalizzazione è inevitabile, perché ormai siamo nella storia unificata del mondo, anche se la politica è sempre l’ultima a capire. Per Cubeddu invece il suo scetticismo gli fa dire che se quello prospettato da Iannello è il destino del mondo unificato, questo stesso mondo si sta disgregando. Infatti poiché tutto sfugge alla politica, questa stessa non ha la possibilità di dare risposte. Chiuso il dibattito, subentra una breve pausa per il coffe break, ma alle11, 30 si riprende con il tema: il riemergere del nazionalismo e le ragioni della libertà.  Moderatore ancora il giornalista Triscornia che pone il problema se il nazionalismo è morto oppure no. La sua impressione è che oggi ci siano tanti nazionalismi. Ai quesiti risponde per primo il prof. Luca Diotallevi, sociologo dell’Università di Roma 3. Giovane, barbuto e occhialuto sostiene che le istituzioni della libertà oggi siano in crisi. Perché? Per almeno due motivi: il ceto medio che sta scomparendo e la perdita del principio di identità. Se oggi assistiamo alla contrapposizione fra cities e lo stato, si deve ammettere che è entrato in crisi il rapporto fra liberalismo, quello di tipo anglosassone, il diritto romano e la religione cristiana. Dopo gli applausi di un pubblico convinto, subentra il secondo relatore, il prof Lorenzo Infantino, filosofo ed economista dell’Università Luiss di Roma. Elegante e misurato, si presenta senza il loden verde suo inseparabile capo di abbigliamento. L’impressione è quella di uno spirito anche se molto mascherato, affetto da un certo e vago narcisismo. Ma posso anche sbagliare. Questo il suo discorso che non è mai scontato nei concetti, espressi a loro volta con voce calma e lievemente distaccata. La sua convinzione, quella di contestare il protezionismo e il suo eventuale ritorno, in quanto responsabile di cancellare il liberalismo e la stessa politica sociale della Chiesa. Poi cita a più riprese Einaudi di cui si ritiene grande estimatore. E’ lo stesso Einaudi infatti che fin dal 1900, pensava ad una federazione europea, la cui matrice è quindi liberale. Ed è sempre Einaudi che nel 1918, si dimostrava contro il sovranismo che non lo riteneva mai perfetto, dichiarandosi a favore di una cooperazione pacifica fra popoli e nazioni. Infine è ancora Einaudi che nel 1944 pensa già ad una moneta unica inserita fra una federazione degli stati. E’ ora il momento del terzo relatore, Michele Silenzi, saggista che si presenta con barbetta e baffi di un colore nero come il capillizio. Voce chiara, né alta né bassa, afferma che oggi l’unico vero paese nazionalista è Israele. Ed i motivi ci sono. Quanto a noi che forse viviamo nel migliore mondo possibile, siamo dei perenni insoddisfatti. Accenna poi alla caduta, in seguito al noto attentato, nel 2011, delle torri gemelle a  New York e alla dimissioni del Papa Benedetto XVI che nel discorso di Ratisbona aveva parlato di un rapporto molto stretto fra fede e ragione (scienza). Con le sue dimissioni questo binomio è entrato in crisi come è entrato in crisi il rapporto con Dio. In queste condizioni, rimane all’uomo solo la paura, per affrontare i problemi esistenziali. Su questa tesi si accende un piccolo dibattito fra i relatori. Diotallevi si dice d’accordo con le precedenti esposizioni e ritiene che Benedetto XVI abbia chiuso la questione del confessionalismo. Cita poi Kant a proposito della paura, per la quale secondo il filosofo, l’antidoto non è la sicurezza, ma la speranza. A questo punto replica anche Infantino, sempre con la mente fissa sull’interventismo, responsabile secondo lui della paura. Gli interventisti, conclude, sono degli irresponsabili sia perché costruiscono una democrazia illimitata quindi malata, sia perché non saranno mai loro a pagare il conto dei loro errori. Gli fa eco Silenzi con questa frase: Lo sdoganamento dei peggiori sentimenti è da scrivere al protezionismo. Sono ormai arrivate le 13 e il programma mattutino non è ancora finito. Deve infatti parlare il prof. Stefano Moroni, urbanista del Politecnico di Milano. Presentato da un compunto ed elegante Emanuele Galba che ricorda come la libertà non sia solo un problema fisico, ma anche dello spazio in cui viviamo, il microfono passa al relatore che ha una barbetta appena accennata in sostituzione simbolica della sfera lucida e rotonda, rappresentata dalla testa, completamente glabra. L’argomento da trattare: l’urbanistica liberale. Un ginepraio quello dell’urbanistica dove chi ci capisce è bravo, dice con voce tonante il relatore. Troppo leggi, norme, conflitti, obblighi, permessi, licenze, tassazioni, burocrazie che tendono a lievitare come il pane nel forno a seconda del cambio dei governi. E nel forno ci fanno a finire sempre i cittadini. Cosa auspicare allora? Norme su poche cose e non sui dettagli, atte a vietare solo quello che non si può fare. Inoltre norme che non cambino continuamente a seconda delle maggioranze locali, ma solo per maggioranze qualificate a livello nazionale. Infine non tassare i miglioramenti costruttivi e offrire sgravi fiscali a chi gestisce gli spazi pubblici. Per ultimo lasciare libertà totale al cittadino di scegliere le modifiche nel proprio domicilio e garantire a condomini diversi, regolamenti altrettanto diversi. Applausi del pubblico, convinto delle buone ragioni ma scettico sulle loro realizzazioni. Pausa pranzo. Si riapre con l’ultima tornata del festival alle ore 15,30. Il tema. L’Italia unita, Problema o soluzione. Moderatrice la giovane giornalista Laura Parmeggiani, perfettamente a suo agio fra i due relatori del calibro che adesso vi dirò. Il primo infatti a parlare è Franco Debenedetti, imprenditore e presidente dell’Istituto Bruno Leoni.  Allampanato, contrastano in lui il bianco candido dei capelli voluminosi e cascanti da più parti con la carnagione scura di chi si è sottoposto a lampada. Impressioni. Parla con voce stracca e quella proposta è soprattutto una autobiografia sua e della famiglia realizzata attraverso la citazione dei suoi numerosi incarichi e delle imprese da lui gestite, fra cui un nome, fra tutte, l’Olivetti. Ma sul tema dell’Italia unita, poco o nulla, egli dice. Tocca allora affrontare il tema con dovizia di argomentazioni, attraverso l’impiego di una voce stentorea che non avrebbe avuto bisogno del microfono, il prof. Marco Bassani, storico delle dottrine all’Università di Milano. Il suo intervento è un fluire ininterrotto di ragioni senza alcuna fede verso quella che è stata l’unità italiana. Con la quale e per la quale da un passato prestigioso ai tempi dei Comuni, si è passati con il Risorgimento alla situazione attuale di degrado sotto il profilo sia di uno statalismo parassitario sia della libertà del singolo cittadino. Oggi continua il relatore, sta cambiando la percezione dell’unità d’Italia, ma se ci sarà un decentramento questo non avverrà da noi, ma dall’esterno. Infine l’ultima frase di una negativismo sconfortante: l’Italia non ha dei problemi perché essa stessa è un problema. Con questa ventata di ottimismo, detto in senso ironico, chiude il Festival della Libertà. Ma come sempre spetta al promotore l’avv. Sforza Fogliani, tirare le conclusioni. In forma, sorridente, compiaciuto e contento del successo della manifestazione, si rivolge al pubblico con aria non dottorale, ma quasi confidenziale per rimarcare che il Festival è di tutti coloro che non ci stanno a ragionare secondo un modello unico. Così dopo aver ribadito che il Festival non ha beneficiato di contributi pubblici né della comunità, affronta con molta moderazione il tema storico dell’Italia a proposito del Risorgimento. Non una iattura questo, ma una occasione perché l’Italia grazie a personaggi come Cavour si è guadagnata una rappresentanza territoriale e una rappresentatività politica, in riferimento agli altri stati europei, di tutto rispetto. Per quanto riguarda poi le tasse, queste sono aumentate solo con il governo Depretis, nel biennio 1875-76 mentre prima con la destra, il bilancio era in perfetto pareggio. Insomma, secondo Sforza, l’Italia liberale appena dopo lo stato unitario, ha fatto grandi miglioramenti, quali, promuovere il Codice di procedura civile e amministrativa, rinnovare il Catasto su base non patrimoniale, ma reddituale. Il risultato è che a quei tempi la nostra Lira faceva aggio sull’oro. Passa poi brevemente a toccare altri temi, dopo aver ringraziato Il prof. Lottieri di aver dato la linea a questo Festival. Questi gli argomenti trattati in successione: le banche popolari che difendono la concorrenza a differenza delle grandi concentrazioni bancarie nei confronti delle quali Einaudi dimostrava molte riserve. E ancora. Il tema della globalizzazione che avrà anche difetti, ma di fatto ha incrementato le aspettative di vita. Infine l’argomento del federalismo fiscale che ci obbliga a votare coi piedi onde esse liberi cioè di trasferirsi da luogo a luogo. In conclusione uno sguardo al futuro, serve per definire una nuova statualità attraverso il pluralismo degli ordinamenti giuridici, in quanto lo stato anche se democratico o forse proprio per questo fatto, non sa gestire la spesa pubblica e affossa l’iniziativa privata. Fine del discorso. Gli applausi piovono abbondanti e spontanei e la soddisfazione è negli occhi di tutti. Se Dio vuole il prossimo 25, 26 Gennaio saremo ancora qui, conclude con voce pensosa, l’avvocato Sforza. Così dopo aver scomodato e ringraziato come promessa augurale Dio, non ci resta che chiudere.

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