La felicità povera di Sant’Agnese: osterie, giochi, Pirélu e don Scala

Sant'Agnese, la seconda parte. Nella borgata giunsero negli anni Sessanta numerosi immigrati meridionali, mentre una parte delle famiglie di più consolidata tradizione rimase. Sostanzialmente quindi il suo humus popolaresco perdurò più che in altre borgate e quindi è stato più agevole reperire testimonianze che affondano nei primi del ‘900

Mons. Scala e don Serafino

Numerosi abitanti “storici” di S. Agnese negli anni si trasferirono nella parte nuova della città. Nella borgata giunsero (anni Sessanta) numerosi immigrati meridionali, mentre una parte delle famiglie di più consolidata tradizione rimase. Sostanzialmente quindi il suo humus popolaresco perdurò più che in altre borgate e quindi è stato più agevole reperire testimonianze che affondano nei primi del ‘900. Figure di sapido effetto “macchiaiolo”, a cominciare da “Carlòn dal pont”, uomo di Po, possente tritone dalle mani larghe e rudi come pale di remo, che stracarico di fascine di legna delle boschine, era solito transitare, dall’uno all’altro capo, il ponte sul Po. Abitava in S. Agnese, spesso faceva irruzione, con gli amici, nei depositi di carbone delle Ferrovie. I poveri in canna, “trid ‘cmè la bulla”, (di poco conto, come il residuo della trebbiatura dei cereali), dovevano pure arrangiarsi per non crepare di fame e di freddo. Quella non era certo l’epoca del consumismo, semmai della sopravvivenza.

C’era “testa bianca”, uno della schiatta dei pescatori santagnesini con la moglie Maddalena, venditrice di balìt, una sorta di istituzione sussistenziale per i ragazzi (gli sciuscià del rione, altrimenti detti muclòn) famelici di turno. Ed ancora: Tamagnu, notissimo facchino ferroviario, Garota, venditore di patòna (castagnaccio), sempre alle prese con ragazzini delle elementari dai cui assalti selvaggi doveva difendersi per non “smenarci”, come a volta succedeva, “frutt e capital”. osteriaCinèla-2

E come non menzionare Pirèlu Favari, animatore di tutte le brigate povere e spensierate, prodigioso verseggiatore e rimaiolo di impeccabile, arguta, vena estemporanea, in schietto vernacolo. Peccato che i suoi versi, quasi sempre declinati a memoria, siano svaniti per sempre nel vento delle occasioni festaiole, mai tradotti sulla pagina. Non c’era sagra, simposio, festeggiamento, convivio di combriccola, riunione di buontemponi, cui non fosse presente. Egli era “il maggiordomo “ delle cuccagne erette nelle sagre settembrine.

Pare che cominciasse a declamare fin dalla prima giovinezza. Le rime d’occasione gli sbocciavano dal cuore con strabiliante facilità. Da ragazzo si divertiva a lanciare frizzi e motteggi giocosi ai contemporanei. I versi magari erano un po’ zoppicanti nella metrica, ma le rime, le assonanze erano azzeccate. Bastava che gli mettessero uno sgabello sui cui montare ed erigersi sei o setti palmi al di sopra della ressa degli ascoltatori, perché si sentisse padrone dei propri mezzi espressivi. Dava la stura a spassosissime filastrocche satiriche, a lazzi di umore, a battute di spirito che facevano sbellicare dalle risa amici ed ascoltatori popolani. Nessuno però si offendeva  se le sue strofe erano pungenti e caustiche, ben sapendo che lui si prendeva gioco di tutti quelli che gli capitavano a tiro, guardando nello specchio parabolico vizi e difetti del prossimo, con il fustino sferzante della sua inesauribile verve estemporanea.

Quando scoppiò la Pertite, Pirèlu fu sepolto sotto un capannone crollato; ne venne liberato dopo ore, subendo diverse lesioni da cui non si riprese mai completamente e dopo un po’ di anni la sua vèrve estemporanea tacque per sempre. Tra le osterie più frequentate va ricordata “Fedele” angolo tra via Genocchi e Cantone Camicia; pur ristrutturata, è stata chiusa solo pochi anni fa, mentre è tutt’ora aperta (pur con connotazione diversa) quella della “Camicia”. All’angolo via Benedettine- Melchiorre Gioia c’era l’osteria di “Tri cul”. Il locale gestito nei primi del ‘900 da un certo Achille Ferrari, si guadagnò il successivo pittoresco nome dai coniugi che subentrarono nella conduzione dell’esercizio. Infatti a detta del popolino, assommando le loro natiche, avrebbero appunto formati tri cull. Altri affermavano che il nome provenisse dalla gestione di tre sorelle. Ai posteri…

Ed ancora Cifò, la Cinèla, Boeri, quasi tutti attrezzati con cucina e gioco delle bocce; numerose osterie avevano solo mescita di vino. Ne ricordiamo i nomi: Venùtu (nei pressi dell’ex albergo Piacenza, l’osteria del Giglio (o ‘dla Nena) a metà di via Genocchi, la “Cavamacìa, in via x Giugno e la celeberrima Caròsa che sorgeva non presso l’attuale sede, ma dove venne collocato poi il deposito di De Monti, proprio di fronte. La Caròsa, pur modificandosi nel tempo e trasformata in frequentatissima trattoria, è rimasta praticamente il solo punto di riferimento dell’intera borgata.

circoloMicheleBianchicentroPirèlu-2In via Gregorio X, sorse con il Fascismo il dopolavoro “Michele Bianchi” dove, tra l’altro, si organizzavano gite sociali e varie scampagnate in diverse località della Provincia. Picnic alla “scartassa”, grandi bevute, esibizioni di fantasisti (ne ricorderemo alcuni tra i più famosi), canti corali accompagnati dalla fisarmonica, chitarra e mandolino. 

“Andare verso il popolo” era il motto del regime che, in fatto di folclore populista, aveva immaginazione totalitaria. Tuttavia le sagre di quartiere non le aveva abolite, ben sapendo che il popolo, oltre al tozzo di pane, ha bisogni di svaghi, secondo il vecchio motto latino “panem et circenses”. Quindi lo lasciava sfogare nei suoi giochi di tradizione, come la cuccagna, la rottura delle pentole, la corsa nei sacchi, il bacio della Taitù, la gara della pastasciutta ecc.  Era inoltre l’epoca in cui agli inni prorompenti nelle adunate di piazza (Giovinezza, Fischia il sasso), facevano da contrappunto le languide melodie sentimentali di Andrea Bixio: “Così piange Pierrot”, “Lucciole vagabonde”, “La canzone dell’amore”, “parlami d’amore Mariù”, “Portami tante rose”, “Il tango della capinera”, tutte canzoni che, con le romanze d’opera, si intonavano all’osteria.

Scomparse chiese ed oratori, è rimasta solo S.Maria in Gariverto: una chiesa che fu simbolo di povertà, giacché si dice tutt’ora che “la Gariverta la fa beìn al Domm”, forse perché nei secoli dopo il Mille era tributaria della Cattedrale. Qui operò per quasi quarant’anni, dal ’32 al ’70, mons. Riccardo Scala popolarissimo parroco di S. Agnese, perché fu povero tra i poveri, ascoltato da tutti, credenti e non. Il parroco appariva, anche per la sua statura eccezionale, un personaggio anomalo quando si insediò in Gariverto. Gli abitanti di S. Agnese cominciarono a rendersi conto che quel prete spilungone non si dava arie di superiorità fisica e mentale; era invece una persona di sentimenti miti, affabili, ricca di slanci generosi. Anche i più convinti anticlericali si convinsero che quel “panaròn” di genere ottocentesco, era invece un uomo umile e povero, conduceva un’esistenza sobria, ascetica, convivendo con i più poveri le poche cose di cui poteva disporre.

La sala parrocchiale con il cinema “Don Bosco” attirò nugoli di bambini, finché scoppiò la guerra. Don Scala perse tutto, ossia il piccolo e povero patrimonio della parrocchia. Una bomba lasciata cadere da “Pippo” (l’aereo inglese che compiva ogni notte voli su città e provincia) devastò la canonica, spazzando via le casupole che l’attorniavano. Scampato per miracolo allo sfacelo, Don Scala rimase con i soli abiti che aveva indosso; ridiventò ancora più povero e spoglio; la gente umile si commosse al suo dramma, portandogli chi un indumento, chi qualche fazzoletto, chi un paio di lenzuola, qualche coperta e suppellettili. monsScalaGariverta-2

Il parroco mite e buono, restò un’altra volta provato quando i fascisti fucilarono suo nipote, Don Borea che collaborava con la resistenza partigiana ad Obolo di cui era parroco. Le sofferenze fisiche e morali resero ancora più popolare nella comunità santagnesina la sua figura umana. Lui si rimboccò le maniche, dando avvio alla faticosa ricostruzione del cinema, ricavando un ampio cortile per i gioco dei bambini e dei giovani della borgata, sistemando le strutture del caseggiato frantumato dalle bombe. Nel 1970 si ritirò a vita privata (una foto lo ritrae con don Serafino suo curato prima che assumesse la direzione della Madonna della Bomba). Al  suo posto don Giovanni Zanelli che conosceva bene l’ambiente parrocchiale avendovi trascorso un decennio in qualità di curato.
(prosegue)

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