Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

Cementirossi, il fascismo e la guerra non pongono fine all’attività del cavaliere Giovanni

Al termine del secondo conflitto mondiale Giovanni Rossi partecipa alla ricostruzione di Pontedellolio

La Cementirossi nel 1932

Erano i primi anni ’40. Scoppiò la 2° guerra mondiale e come tutte le guerre arrecò disastri e disagi funzionali anche alle strutture produttive. Ma la Cementirossi si arroccò su se stessa e riuscì a fronteggiare le traversie belliche. Rossi si propose non solo di salvaguardare l’azienda, ma anche i dipendenti minacciati dal reclutamento forzato e dalle deportazioni durante l’occupazione tedesca dopo l’8 settembre 1943. Forse si dette troppo da fare e per questo cadde in sospetto di “fronda” antipatriottica. Subì l’arresto e la detenzione. La fase finale del conflitto, con i bombardamenti aerei a tappeto, resero praticamente inutilizzabile lo stabilimento di via Caorsana.

Cessata la guerra, nel 1945 Giovanni Rossi, grazie anche alla collaborazione dei tecnici e delle maestranze a lui legate da vincoli di le fornaci di Pontedellolio-2affettuosa stima, rimise in piena efficienza gli apparati dissestati, con mezzi di fortuna prima, poi con impianti d’avanguardia tecnologica, precorrendo i tempi, con l’innato spirito pioneristico, realizzando nello stabilimento di Piacenza un ufficio-studio per la produzione di grandi elementi in cemento armato pre-compresso. Tra il 1945-1946 per primo in Europa introdusse il gas metano nei processi di combustione.  Le innovazioni della Cementirossi costituirono così un modello che varcò i confini nazionali, assumendo entità esemplare anche in campo internazionale.

Alla progressiva complessità dell’azienda, fece riscontro (ed è questo un caso del tutto singolare) la estrema, quasi disarmata semplicità dei tratti, del comportamento, del costume del suo fondatore. Nonostante il secondo conflitto mondiale avesse messo a dura prova la sua forte tempra, Giovanni Rossi partecipò fattivamente alla ricostruzione del suo paese nel dopoguerra; imprenditore attento alle istanze sociale, costruì le prime case per i dipendenti; diversi immobili divennero proprietà degli operai che vi abitavano. Aprì inoltre spacci cooperativi che praticavano prezzi agevolati. Al termine del conflitto contribuì ad acquistare i banchi delle scuole elementari ed il carbone per riscaldamento, aprì una scuola di disegno per i figli dei lavoratori. Costruì negli anni 54-55 l’asilo d’infanzia di Via Vittorio Veneto e, ad un anno dalla morte avvenuta il 6 gennaio 1959, la figlia Emilia, proseguendo nella linea tracciata dal padre, inaugurò anche la “Scuola Materna Giovanni Rossi”.

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Nel 1984 l’ingegner Aonzo (il nipote a lui succeduto alla guida della Cementirossi) porterà a termine la costruzione del Centro sportivo Cementirossi e nel 2001 donerà alla comunità pontolliese le fornaci, complesso di archeologia industriale. Infine resta da ricordare la donazione di Villa Rossi, della fioriera, ex deposito della calce e del parco circostante, a perenne ricordo e testimonianza di uno dei migliori esempi di illuminata imprenditorialità piacentina. Fu dunque un autentico capitano d’industria, un Cavaliere del Lavoro nell’accezione non certo mistificata del termine. Il suo umanitarismo socialista continuò a funzionare fino alla fine, nella sintesi pratica fra capitale e lavoro.

Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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Commenti (1)

  • Ottimo articolo! Attendiamo il prossimo.

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