Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

I mestieri umili dei nostri progenitori: gli spazzacamini

Piacenza non ebbe spazzacamini di formazione autoctona, locale. Questi umili lavoranti provenivano dai luoghi natii, la Valle d’Aosta, la Savoia, Il Tirolo, ed il Canton Ticino, luoghi di formazione specialistica di un impiego erroneamente ritenuto infimo, ma che richiedeva doti di peculiare destrezza ed abilità

una squadra di spazzacamini di Piacenza

Nel nostro viaggio a ritroso al tempo della Piacenza che fu, un periplo senza linearità cartografica o temporale, ma vagando a caso, là dove un luogo o un’immagine richiamano un ricordo o una testimonianza (a questo proposito, a breve, è prevista una novità…), non poteva mancare una carrellata sui vecchi mestieri scomparsi, povere attività ormai estinte e nemmeno etichettate dalle organizzazioni di categoria di secolare retaggio corporativo.

Lavori che vennero catalogati da diversi insigni studiosi della cultura folclorico-etnografica, dal Cerri, al Fermi, da Tammi, Repetti, Nasalli Rocca, Ambrogio, Dosi De Giovanni fino all’Artocchini. Occupazioni che potremmo definire, con un termine un po’ abusato, “sottoproletarie”, esercitate soprattutto nei ghetti più poveri delle borgate ma anche, in taluni casi, nelle piazze maggiori o nel centro storico. Operatori che esercitavano nelle loro botteghe senza pareti e senza porte, in pianta stabile o, sovente, itinerante, esposti alla precarietà delle condizioni ambientali o all’intemperie delle stagioni, con il fine principale di riuscire almeno a vivere alla meno peggio, sovente alla giornata, spesso in solitudine, senza il supporto affettivo di una famiglia, ma in ogni caso svolti sempre con la massima dignità. Erano la conseguenza di un’economia antispreco, dove tutto doveva essere riutilizzato, una lunga epoca anticonsumistica che dovrebbe insegnarci ancora molto. spazzacamino2-2

Così iniziamo questa periodica carrellata sugli antichi mestieri con quello dello spazzacamino, a volte poeticizzato nelle favole o trasfigurato nelle canzoni di varia chiave popolaresca.

Piacenza non ebbe spazzacamini di formazione autoctona, locale. Questi umili lavoranti provenivano dai luoghi natii, la Valle d’Aosta, la Savoia, Il Tirolo, ed il Canton Ticino, luoghi di formazione specialistica di un impiego erroneamente ritenuto infimo, ma che richiedeva doti di peculiare destrezza ed abilità.

La pulitura delle canne fumarie delle stufe e dei camini, praticamente l’unica fonte di riscaldamento, non era esercizio semplice, alla portata di tutti. Muniti di attrezzature speciali (corde, raschietti, uncini,piccozze, spazzoloni ecc)gli spazzacamini erravano di borgata in borgata al grido di “spazzacamino, spazzacamino donne! Ve n’erano alcuni anziani di età, altri giovanissimi, appena adolescenti, con mansioni ausiliarie. Si facevano vivi sui primi di novembre, soggiornavano in città dove conducevano tenore di vita quasi randagia, ripartendo all’arrivo della primavera.

Le vecchie generazioni ricordavano queste figure dalle sembianze quasi irriconoscibili sotto la densa e grassa manteca di fuliggine. Una parte di loro si rifugiava alla sera, dopo un magro pasto in qualche taverna, a dormire negli anfratti, o grotte dentro il tratto di mura fortificate a Porta Galera, i medesimi posti dove si rifugiava la “mala” locale inseguita dai gendarmi della polizia di stanza nella vicina Caserma della Neve. Poveri che sopravvivevano con il loro umile lavoro ed erano lasciati tranquilli dai “bulli” nostrani.

La loro decadenza e scomparsa fu decretata dagli impianti di riscaldamento a nafta e a metano, dall’avvento delle stufe elettriche e a gas combustibile. Ma fu una scomparsa contrassegnata da toni patetici ed umanitari. Rimasti senza occupazione, i più noti spazzacamini, decani di un’attività svolta in loco fin dai primi del secolo ed usi a svernare negli stallaggi e nelle stamberghe cittadine, vennero a trovarsi in condizione socialmente drammatiche. Qualcuno dei più anziani, vincendo la ritrosia connessa con una sorta di complesso d’inferiorità classista, si trovò costretto a stendere la mano ai passanti. Negli anni Sessanta, lo spazzacamino uscì con passo felpato dalla scena cittadina che aveva vivacizzato con la sua operosa presenza.

Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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