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L'odore di caffè, baccalà e petrolio delle vecchie drogherie cittadine

Erano numerose, praticamente in quasi tutte le vie del Centro storico, ma anche in periferia. Fino a pochi decenni fa ne sopravviveva ancora qualcuna, poi il moderno consumismo ed i supermercati le hanno fatte sparire

Erano numerose, praticamente in quasi tutte le vie del Centro storico, ma anche in periferia. Fino a pochi decenni fa ne sopravviveva ancora qualcuna (come quella di Paolo Dodi in via Saline, via Cavour, poi via Romagnosi), quindi il moderno consumismo ed i supermercati le hanno fatte sparire: ci riferiamo alle drogherie, anch’esse immagine nostalgica della Piacenza del nostro passato che desideriamo ricordare grazie al supporto di una delle vecchie guide economiche della città che ne riportavano l’ubicazione.

Antonio Carella, Elia Comolli, i fratellio Quadrelli erano in via S. Raimondo (Corso Vittorio Emanuele); Pietro Corvi e Vincenzo Caccialanza erano in Strà Dritta (via XX settembre); Giuseppe Callegari in via Cittadella; Luigi Dallagiovanna in via Dazio Vecchio (via Romagnosi) e via Calzolai; Argenide Dellepiane in via Sopramuro; Alessandro Lommi in Piazza Cavalli, Luigi Zaffignani in via Garibaldi. drogheria2-2

Una premessa: le vecchie drogherie della città non erano da paragonarsi con quelle di alcuni decenni fa, tutta pulizia, profumo, luci, ridente di cristalli, vetri, colori, dove tutto era ben disposto, ordinato, invitante. Le vetrine qui erano sempre abbellite con grazia raffinata. Le mani esperte del titolare o delle commesse davano prova di gusto artistico collocando scatole di caramelle, di confetti, di cacao, cassette di liquori predisposte con tessuti dai vividi colori per dare maggior risalto al contenuto.

Ma di ben differente aspetto e soprattutto…odore, erano le botteghe della vecchia Piacenza negli anni Venti, così come le descrisse un cronista. “Esercizi press’a poco tutti uguali. Poca luce, scarsa pulizia, un banco grigiastro con varie bilance; scansie divise a vari ripiani dipinte in colori cupi che ospitavano scatole tutte uguali di legno verniciato in verde sbiadito e reso nerastro dalla patina delle mani e della polvere. 

In fondo alla bottega il pentolone del petrolio con un rubinetto accanto, varie misure per la distribuzione del liquido. Sopra le scansie, in un angolo o in mezzo, non mancava un’effigie della Vergine con un lumino acceso,anche se a dir la verità il protettore dei droghieri, distillatori, liquoristi, pasticceri, confettieri, era S. Macario di Alessandria d’Egitto (2 gennaio) che da ragazzo apprese l’arte di fabbricare dolciumi e pasticche che poi rivendeva nelle pubbliche piazze.

Dal cortile accanto alla drogheria proveniva il rumore cadenzato del tonfo del pestello nel mortaio, che riduceva in polvere caffè, pepe o cacao. In vetrina una sfilza di candele di varie dimensioni, caramelle buttate alla rinfusa, qualche pezzo di cioccolato fondente, qualche bottiglia di Fernet Branca: niente eleganza”.

Nella città esistevano anche fabbriche di liquori; alcuni di questi prodotti avrebbero potuto avere anche diffusione nazionale se, sull’esempio di altre città che forse producevano liquori meno “indovinati”, fossero stati sufficientemente pubblicizzati. drogherie3-2

Si ricordano le ottime produzioni di Giuseppe Callegari, della ditta Antonio Francischelli, di Luigi Ghizzoni, di Tito Zatelli. Altra prerogativa di molte drogherie era anche quella di essere spaccio diretto di bevande alcoliche, preferibilmente “bicirèi”, “rumèi”, raccagna” (acquavite) “grapèi”…combustibili prediletti per le fredde mattine invernali. Queste “riscaldatine” secondo la guida, si andavano a prendere da Vittorio Antonini, da Callegari in via Cittadella, da Achille Bocchi sotto i portici del Duomo, da Giuseppe Bonvini in via Tre Ganasce (via Legnano), da Corvi in via XX° Settembre, da Gustavo Ferrari, da Giuseppe Garioni ecc. Con pochi centesimi due chiacchiere, un bicchierino e via ad affrontare intemperie e freddo.

Piuttosto frequentata era anche la drogheria Zaffignani di via Garibaldi, specialmente al sabato e per un curioso motivo: si andavano a comperare pochi grammi di caffè per fare un po’ di “broda” per la famiglia, perché si poteva consultare gratuitamente il bollettino delle estrazioni del lotto (ne tratteremo).

In tal modo si risparmiavano i 5 o 10 centesimi del bollettino venduto e “gridato” per le strade dal “gobetu”, distributore ricercato a quei tempi forse anche per la specifica conformazione fisica che come ben si sa, avrebbe dovuto portare fortuna a chi l’accarezzava.

Di queste usanze, di queste drogherie, oggi non rimane traccia; il moderno consumismo le ha sostituite con i supermercati che, se da un lato sono per fortuna il segno di una nettamente migliorata condizione economica di massa e di una più attenta legislazione igienico- sanitaria, offrono in negativo una disadorna e pianificata, anonima uniformità, priva di calorosi contatti umani.

L'odore di caffè, baccalà e petrolio delle vecchie drogherie cittadine

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