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Martedì, 17 Maggio 2022

La storia dell’automobile inizia anche da Piacenza

Strano a dirsi, ma a Piacenza la storia dell’automobile parte grazie alle biciclette. La storia piacentina

La storia dell’automobile inizia anche da Piacenza; paradossalmente da quella della bicicletta. Merito indiscusso di averne tracciato una breve, ma esaustiva narrazione, va ascritta principalmente al giornalista sportivo Gaetano Cravedi che nel 1974 aveva pubblicato una monografia dedicata appunto alla cronistoria delle quattro ruote nella nostra città, un’avventura che iniziò però da quella della bicicletta. Infatti, attorno al 1886, nella nostra città, i negozi “Benedetti” e “Orio” cominciarono a mettere in vendita i modelli di bicicli e tricicli prodotti dalla marca inglese “New Home”, offrendo, oltre alle riparazioni, anche lezioni pratiche di guida su “piste d’istruzione”. Stefano Orio, capostipite dei costruttori piacentini del settore, all’interno della sua modesta officina nel 1890 iniziò la produzione di alcuni esemplari di velocipedi. marchand3-2

Nel proseguo il commercio di biciclette raggiunse livelli tali che l’azienda di Stefano fu potenziata grazie anche al supporto dei figli Bartolomeo, Attilio ed Ettore, ma si ingrandì a livello pre-industriale grazie ai capitali di due facoltosi fratelli, Paul e Léonce Marchand, due giovani imprenditori originari di Dunkerque, importante porto commerciale del nord della Francia. Con il padre Emile, proprietario in patria di una piccola flotta navale, si trasferirono in Italia per operare alcuni fruttuosi investimenti: tra questi, l’acquisizione dei diritti di estrazione delle miniere petrolifere di Montechino e Veleja, nel Piacentino.

Frequentando Piacenza, conobbero gli Orio, un incontro favorito dalla comune passione sportiva per le due ruote: in quell’occasione venne decisa la costituzione di una società per la costruzione di biciclette. In breve tempo, la piccola officina artigianale degli Orio diventò una fabbrica in grado di attuare tutte le fasi della lavorazione, dalla trasformazione della materia prima in prodotti finiti fino al montaggio e verniciatura dei telai. Si produssero anche i primi cerchi in metallo, come quelli britannici, mentre in precedenza erano ancora in legno.

La prima vettura a quattro ruote venne invece progettata da Giuseppe Merosi e fece il suo ingresso sulla scena internazionale: aveva una potenza di 5 HP, raffreddamento ad acqua, senza radiatore, tre cambi di velocità, marcia indietro, arresto progressivo, direzione e volante inclinato, accensione elettrica, freni potenti con disinnesto del motore, ruote di legno, lussuosa carrozzeria stile “umbertino”, un terzo posto sul sedile posteriore. Il progettista piacentino fu uno dei più noti tecnici del tempo e dopo la Marchand e la Bianchi, passò all’Alfa Romeo dove realizzò parecchi modelli divenendone direttore tecnico e capo ufficio progetti.

Ma il vero capolavoro degli stabilimenti Marchand, dopo la scissione con gli Orio che tornarono alle biciclette, fu nel 1904, la 12/16 CV, un modello anteriore a 4 cilindri verticali e separati, cilindrata di 5429 cm3, una potenza di 16 CV a 1500 giri, un cambio a 4 marce più retromarcia, un peso di 1450 Kg. Era un modello di singolare perfezione tecnologica che univa i pregi meccanici, una linea estetico- industriale  degna dei migliori designer dell’epoca liberty, tant’è vero che essa figurerà negli affissi murali del tempo. Il prezzo della vettura oscillava dalle 12 alle 15.000 lire.

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La presenza della “Marchand”, con l’assunzione di numerose maestranze, ebbe un impatto decisamente positivo su Piacenza, sollevando dall’indigenza una delle zone più povere della città: nel 1907, nell’industria di via S. Bartolomeo, lavoravano oltre centocinquanta dipendenti, fra operai e tecnici. La fabbrica sfornava una macchina al mese (vanno considerati i tempi), già con telai in ferro, mentre quelli delle “Fiat” erano ancora in legno. Fu anche perfezionato un accordo con la svizzera “Dufaux”. Ma subito dopo, nonostante i promettenti inizi, la “Marchand” andò incontro a gravi difficoltà economiche, tanto da essere messa in liquidazione con un passivo di parecchi milioni, con effetti nefasti per tutta l’industria locale.

Questa la cronaca delle vicissitudini della fabbrica. Ma ci fu- ricorda Cravedi- anche una parte propriamente sportiva, collegata al nome dell’industria piacentina. Già nel 1899 erano state organizzate tre importanti competizioni in occasione delle feste ferragostane (di cui riferiremo successivamente).

Non si trattò in realtà di un entusiasmante successo di intertesse agonistico- sportivo; l’automobilismo (in un’epoca ancora ostile alle novità meccaniche) non incontrò molto richiamo tra gli strati intermedi della borghesia e della nobiltà, ma animò gli interessi dei nuovi ceti imprenditoriali, sia la curiosità popolare che seguiva queste corse con l’occhio attonito della inusitata novità. E spesso queste gare di velocità erano seguite da un discreto pubblico, tra cui spiccavano le dame in crinolina, con parasoli ornati di pizzi, tante “signorine Felicità”, care alla penna del Gozzano.

La storia dell’automobile inizia anche da Piacenza

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