Porta Galera: la famiglia “canterina” lirica dei Bobba

La passione per la lirica della nostra città. Bastava che un melodramma andasse in scena al Municipale che subito dopo la “première”, il mattino seguente, si sentissero lattivendoli ed operai, mentre andavano al lavoro, fischiettare i passi più melodiosi

Premetto: non sono un intenditore. Della musica lirica conosco solo quel poco che mi ha trasmesso mio padre che, al contrario di me, come molti della sua epoca, conosceva quasi tutte le opere a memoria. Una città, Piacenza, dove tutti erano melomani e che ha dato i natali ad alcuni tra i cantanti più importanti del panorama lirico mondiale come Rosmunda Pisaroni, Cristalli, Poggi e Labò; ed ancora Carlo Torregiani, Franco Piva e Carlo Menippo, tanto per citare i più famosi. Numerosissima poi la schiera di eccellenti coristi.

Bastava che un melodramma andasse in scena al Municipale che subito dopo la “première”, il mattino seguente, si sentissero lattivendoli ed operai, mentre andavano al lavoro, fischiettare i passi più melodiosi: costume e “controllo” piacentino che confermavano subito il giudizio popolare irrefutabile riportato dall’inflessibile loggione. E se si zufolavano per la strada, si cantavano all’osteria, perché quasi tutti (bene o male) “gorgheggiavano”. Anzi: c’erano osterie più note di altre, proprio perché lì si radunavano i “patiti” del bel canto.

Infatti tra gli indiscussi pregi che caratterizzarono le nostre osterie va ascritto senza dubbio anche quello di essere state fucine della lirica luogo di pubblica esibizione per i più popolari strumenti concertistici del tempo (primi del Novecento), chitarre e mandolini e, più tardi ed in misura assai più ridotta, le fisarmoniche.

Essendo l’Emilia, soprattutto Piacenza, Parma e Reggio, sedi di tradizioni liriche radicate e patria di ottimi cantanti, era ovvio che tra il popolo germinasse la passione per il bel canto. Queste romanze si ripetevano nelle osterie e si mescolavano, quasi “sacro e profano”, con altri repertori cantati, sfruttati nelle locande, dai canti più “carnascialeschi” e sboccati, ad altri più noti: dalla “Cavalleria rusticana” che “gareggiava” con il “Brindisi” della “Traviata”, Libiam nei lieti calici”; seguiva, o precedeva, il mascaniano coro “Viva il vino spumeggiante”. Era tra quelli più graditi ed in voga, perché consentiva a qualche voce tenorile di popolano (ed erano molte), più o meno rinforzata o debilitata dal vino, di esibirsi.

Così Mascagni, come Verdi ed altri operisti, passò dal palcoscenico all’osteria ed è interessante per la psicologia musicale notare i trasporti, gli adattamenti, le alterazioni, gli “insulti” cui erano sottoposti le arie musicali. Ogni parte in origine scritta per soprano, contralto, tenore, baritono e basso, era, con molta disinvoltura, adattata all’estensione di voce dell’individuo. Questo quanto agli “a solo”, perché verso i cori, si era generalmente più rispettosi eseguendo solo quelli maschili. (Impossibile che una donna entrasse all’osteria!). C’era quindi una naturale distribuzione delle parti, sia pure sopprimendo qua e là le partiture troppo impegnative; ma anche qui uno solo, come regola, svolgeva il ruolo del tenore e tutti gli altri completavano il coro.

Difficile che in una prima esecuzione si giungesse alla fine del brano perché intonando senza direttore del coro, accadeva che si arrivasse ad un punto in cui il tenore si esibiva una maledetta “stecca” perché impossibilitato ad azzeccare l’acuto. Ed allora… si riprendeva dall’inizio e si riprovava varie volte, con la mano accostata vicino all’orecchio per…accordare lo “strumento”, finché trovata l’inclinazione giusta in rapporto alle capacità, con le gole che, tra una prova e l’altra, avevano trincato per darsi forza, si giungeva alla fine ed allora l’aria era ripetuto fino alla nausea, con “corone” finali senza termine.

Quanto s’è accennato dei costumi canori dell’osteria “operistica” accadeva finché, diciamo per celia, il livello del vino era basso,Cristalli Crepuscolo dei-2 perché se la “temperatura” saliva, le voci diventavano un coacervo informe di cui non si riusciva più a distinguere neppure una sillaba. A questo punto anche gli stonati potevano dire la loro…

All’angolo con Cantone della Neve rivestì un proprio ruolo di mondanità popolaresca l’albergo Cavallotti gestito dalla famiglia Valla. In questo locale che fungeva anche da trattoria, erano di casa i fratelli Bobba stirpe di tenori. Cantavano infatti i genitori “Pepìn” e la “Cìna” e la loro nidiata di figli: Uberto (Bartìno), Mario (Brandò), Piero (Suelu), Carlo (Pipàn), Camillo (Mamà), Maria e Luigi.

Madre e padre erano dotati di “orecchio fino”; la “Cìna” gorgheggiava per tutto il giorno popolari romanze verdiane e wagneriane, spesso accompagnata dal consorte e dai figli. Maria era nota ed applaudita per i concerti nei Dopolavoro rionali; Piero che gestì nel dopoguerra a Cremona la trattoria del Dragone, cantò in opere e concerti persino al Municipale. Con Camillo formò la copia beniamina degli amanti locali del melodramma.

Infine Uberto, “Bartìno”, caro al cuore dei piacentini, ma specialmente a quelli delle borgate di Porta Galera e S. Anna, scomparso negli anni ’60. Studiò al Nicolini e cantò alla presenza del celebre maestro Guarnieri nella villa che fu di Toscanini.

Il maestro gli offrì l’opportunità di studiare con lui, ma Bartìno declinò l’offerta: non si sentiva in grado, essendo gracile e di bassa statura, di calcare le scene in grandi teatri e preferì i modesti successi e gli immediati compensi che gli derivavano dalle prestazioni nelle sale degli hotel sul lungolago di Como e nelle ribalte dei teatri minori di provincia. Ma sostenne sempre ruoli impegnativi, esibendosi in centinaia di concerti, perché la sua voce era veramente bella.

Molti piacentini lo ricordavano quando cantò al microfono della radio in Piazza Cavalli gremita di gente o dietro lo schermo del cinema Corso (allora Italia) dove la sua voce trepida e gentile commuoveva gli spettatori con i motivi romantici della celebre canzone Ramona, mentre si proiettava l’omonimo film muto con la famosa attrice Dolores Del Rio.

Ebbe dunque tante soddisfazioni e battimani, ma per un’errata sottovalutazione delle sue doti artistiche, non ebbe mai vera celebrità. E fu un vero peccato.

Uberto Bobba (centro) e Campolonghi-2

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