«Chi usa droga finanzia la mafia»

Camp di Libera, con il magistrato Centini e il colonnello della Finanza Sorrentino. «Le mafie sono interessate ai soldi ma chi scende a patti con loro non ne esce più. Servono squadre investigative comuni a livello europeo, perché molti Paesi non si rendono conto della pericolosità del crimine organizzato»

Centini e Sorrentino

Il nome di Giovanni Falcone è risuonato più volte nel capannone Rita Atria, confiscato in una inchiesta di mafia, a San Nicolò. A pronunciarlo sono stati il sostituto procuratore Matteo Centini e il tenente colonnello della Finanza, Marco Sorrentino, comandante del Nucleo di polizia economica e finanziaria di Roma. A invitarli a Piacenza è stata Libera, con la sua referente Antonella Liotti, la quale ha organizzato, con tutti i volontari, il primo Camp “Estate liberi”, dedicato all’approfondimento di temi legati alla criminalità organizzata e alla legalità. Il Camp, oltre che alla presenza di vari ospiti, ha in programma laboratori svolti dai ragazzi dell’Osservatorio antimafia e la redazione del giornale Mafia off line.

libera centini sorrentino-2Sorrentino si è soffermato sull’importanza che l’economia riveste nella strategia mafiosa. Si va dalla gestione degli appalti, sempre con metodi illeciti che privilegiano chi è vicino a una cosca, al denaro liquido che le organizzazioni criminali sono in grado di offrire alle imprese in difficoltà. E una prova ne è l’aumento dell’usura durante e dopo il periodo dell’epidemia.  «Il problema è che - ha affermato Sorrentino - quando scendi a patti con la mafia non ne esci più. La mafia succhia tutto il nettare dell’azienda e poi getta la carcassa ai porci». Purtroppo, molte imprese pubbliche sono talmente infiltrate dai mafiosi che la gestione dei fondi è decisa fin dall’origine». Falcone, che aveva anticipato molte delle tecniche moderne di contrasto alla criminalità organizzata - ad esempio facendo nascere le direzioni investigative antimafia - aveva capito che per colpire al cuore la mafia occorreva “seguire il denaro”. E per farlo, Falcone aveva addirittura inviato investigatori negli Stati Uniti, negli Anni 70 e 80, dove si stavano espandendo le cosche siciliane. «Oggi - ha continuato - stanno nascendo Squadre investigative comuni in Europa per fotografare le mafie da diversi punti di vista». Il colonnello ha poi lanciato un messaggio ai ragazzi e al pubblico presente: «Non abbiate mai paura di parlare con lo Stato. Anche nel vostro territorio sta succedendo qualcosa, ma, come disse Falcone, ogni cosa che nasce ha anche una fine».

Centini ha puntato sulla sensibilizzazione dei ragazzi ed è partito dalla droga. «Rifiutare la coca o le altre droghe è una scelta etica. Chi usa droga deve sapere che sta finanziando la criminalità organizzata. Oggi, i clan hanno fatto sì di abbassare il costo di una singola dose per renderla ancora più accessibile agli strati popolari. Anche un ragazzo può comprare una dose di “coca”, certo della schifezza, a 30 o 40 euro». L’equazione, secondo Centini, è chiara: «La cocaina genera denaro, con questo si ottiene potere e si arriva al controllo dell’economia e della politica». La complicità è un altro fattore tipico delle mafie «Ricordo che - scandisce - un noto docente di diritto tributario lombardo andò in Calabria per trattare con una famiglia. E lo fece in un campo, tra le erbacce. Quel professionista sapeva che avrebbe dovuto reinvestire 30 milioni di euro di quella famiglia. Poi altri 30 e ancora altri 200».

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La ‘ndrangheta si insinua dappertutto. Come ad Aosta dove esiste una “locale” dagli Anni 70. «I soldi - sottolinea - muovono tutto. Ma all’estero non lo capiscono, a meno che non tocchino i loro cittadini o i loro soldi. La camorra è estesa in tuta la Costa Brava, mentre in Germania è pieno di ‘ndranghetisti». Una sola cosa fa paura ai criminali mafiosi: «Il 41 bis, cioè il carcere duro, e l’ergastolo con l’isolamento». Dalla platea è stato chiesto se legalizzare la cannabis possa essere un aiuto per combattere le mafie. «Potrei essere d’accordo - ha risposto Sorrentino - ma ci dobbiamo chiedere se siamo pronti. Così come dobbiamo chiedercelo con la prostituzione e le case chiuse. Pensate che in alcuni Paesi dove è legale rappresenta il 5% del Pil».

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