Fratelli sequestrati a Fiorenzuola, le telefonate scandiscono il processo

Avevano consegnato ai tre 300 euro. In tre davanti ai giudici con le accuse di sequestro di persona ed estorsione. Il racconto dei carabinieri che hanno assistito ad alcune chiamate alle vittime: "Fai una brutta fine", "non hai capito con chi hai a che fare"

Gli arrestati fuori dalla caserma di Fiorenzuola

Una lunga sequenza di telefonate estratte dai tabulati con orari e luoghi precisi e il racconto di quella notte di terrore nelle parole di alcuni carabinieri. Ha preso il via oggi, 21 novembre, il processo a Angelo Losacco, Francesco Caldarulo e Giovanni Solferino, accusati di sequestro di persona ed estorsione a due fratelli di Fiorenzuola. L’obiettivo sarebbe stato quello di ottenere dei soldi per pagare un presunto acquisto di droga. Sarebbero serviti 800 euro, ma i tre, secondo le indagini, sarebbero riusciti a ottenere solo 300 euro prima di venire arrestati dai carabinieri del Nucleo operativo del Norm di Fiorenzuola e dei colleghi della stazione di Lugagnano, il 7 aprile. Nell’operazione era stato arrestato anche Giuseppe Losacco, detto “lo zio”, poi deceduto.

Il pm Matteo Centini ha chiamato a testimoniare alcuni dei carabinieri che hanno svolto le indagini, davanti al collegio composto dal presidente Gianandrea Bussi, con i giudici Luca Milani e Ivan Borasi. Nutrita la pattuglia degli avvocati: Andrea Bazzani difende Angelo Losacco, Alessandro Righi assiste Caldarulo, mentre Gianni Montani è il difensore di Solferino.

Il maresciallo comandante di Lugagnano, Mario Giordani, ha ricordato come uno dei fratelli fosse andato, il 20 marzo, a denunciare il sequestro suo e del fratello - in una cascina vicino a Fiorenzuola - e il ritiro del denaro alla Banca di Piacenza a Lugagnano. Dopo la consegna del denaro, i due fratelli erano stati liberati. Il giorno dopo, un brigadiere, ha raccontato di come uno dei fratelli fosse tornato in caserma a raccontare che riceveva telefonate dopo la denuncia. E mentre sono in caserma, arriva uno squillo. L’uomo mette il telefono in vivavoce e si sentono due persone che lo minacciano dicendo di “pagare la rimanenza”, che avrebbe fatto una “brutta fine” e che “non hai capito con chi hai a che fare”.

Il 30 marzo, ha ricordato un appuntato chiamato a ricordare i fatti, una pattuglia di carabinieri, a Castellarquato, vede in piazza Losacco. L’uomo, in compagnia di un’altra persona, sale subito su una Fiat Punto e cerca di uscire dal paese. I militari li inseguono fino sul greto del fiume. I due vengono fermati e dall’auto spunta un manganello telescopico. Un oggetto che era comparso nella denuncia dei fratelli sequestrati che avevano parlato di essere stati minacciati con un manganello e anche con delle pistole (mai trovate).

Lunga la deposizione del maresciallo Marcello Cotza, Nucleo operativo, che ha snocciolato l’indagine telefonica condotta sui tabulati e che posiziona alcuni dei protagonista tra Fiorenzuola, Vernasca e Salsomaggiore, proprio la sera del fatto e i giorni precedenti e seguenti. Una ricostruzione dei contatti che è stata messa in parallelo con lo sviluppo delle indagini di quei giorni. Dalle telefonate di uno dei fratelli, emerge che anche un’altra persona aveva ricevuto richieste di soldi. Inoltre, aveva saputo che uno dei tre presunti sequestratori era sotto indagine dei  carabinieri. Il suo collega Enrico Savoli ha parlato delle indagini sul manganello che, una volta sequestrato, era stato mostrato a uno dei fratelli fiorenzuolani.

L’inchiesta poi era proseguita anche dopo gli arresti. Intercettati in carcere, emergono una carta di credito che sarebbe stata data a Giuseppe Losacco, mentre alle sorelle di Solferino sarebbe stato proposto di tenere della droga e metterla in casa di uno dei due fratelli per screditarlo. In un’altra intercettazione, infine, Angelo Losacco parla con il padre e quest’ultimo gli fa capire si non parlare perché temeva di essere ascoltato.

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