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(repertorio)

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Immigrazione clandestina dal Pakistan, nove condanne e sei assoluzioni

Il giudice ha ridotto le pene che erano state chieste dalla Dda di Bologna (da 7 a 10 anni) a 6 anni e 3 mesi e a 4 anni e 5 mesi. I difensori: non ci sono le prove né l’associazione per delinquere. Ricorreremo in Appello

Nove condanne e sei assoluzioni. Si è concluso con queste pene, in primo grado, il processo nei confronti degli imputati di associazione per delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina dal Pakistan. I vertici dell’associazione, secondo la procura distrettuale antimafia di Bologna, sarebbero stati a Piacenza.

Il giudice Fiammetta Modica ha letto, nel pomeriggio del 21 gennaio, la sentenza. Il sostituto procuratore della Dda, Morena Plazzi, aveva chiesto pene dai sette ai dieci anni, oltre a 5 assoluzioni. Per tutti, la pena è stata ridotta.

A 6 anni e 3 mesi, e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, sono stati condannati: Navid Asghar (per lui la richiesta era di 10 anni), che gestiva un ristorante, un call center e un altro locale a Genova; Hayat Sikandar (ne erano stati chiesti 9); Gerardo Palladino (richiesta di 9); Roberto Lisciarelli, (8 anni, all’epoca impiegato dell’ambasciata italiana a Islamabad).

A 4 anni e 5 mesi, il giudice ha condannato: Caterina Riccardi, i fratelli Emanuele e Pasquale Bruno, Giuseppe Pacella, Mohammed Ghoudhary. E’ stato, invece, assolto Muhammad Sohail Hafiz. Per queste persone, erano stati chiesti 7 anni. Per tutti è stata disposta l’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni.

Accolta, infine, la richiesta di assoluzione, avanzata dalla stessa Dda, per Nazid Majar, Muhammad Riaz, Murad Malik, Ali Sajad, Muhammad Ashraf.

Mauro Pontini e Vittorio Antonini, avvocati difensori di Asghar, hanno affermato «che non ci sono gli elementi per condannare il nostro assistito. Così come non c’erano per le altre persone che sono state assolte. Attendiamo le motivazioni della sentenza e poi ricorreremo in Appello». Soddisfatto, invece, l’avvocato Emanuele Solari, difensore di Sohail Hafiz: «Ero sicuro della sua estraneità».

Secondo l’inchiesta della Dda, il gruppo avrebbe favorito l’ingresso clandestino in Italia di alcuni pakistani, da impiegare in agricoltura, in Basilicata. Una tesi sempre respinta da tutti i difensori degli imputati, come l’ipotesi dell’associazione per delinquere, i quali ritenevano improbabile anche il giro di affari, stimato dai magistrati in 800 milioni di euro.

Secondo le indagini della polizia, alcuni imprenditori della Basilicata venivano contattati per far la richiesta di manodopera da assumere. Dopo aver ricevuto un compenso, gli agricoltori avrebbero fatto la richiesta. A quel punto, secondo le accuse, veniva fatto avere il visto di ingresso ai pakistani, dietro il pagamento di 15mila euro. Arrivati in Italia, però, gli immigrati facevano perdere le loro tracce. Per la polizia, nessuno di loro sarebbe stato assunto in provincia di Potenza, da dove sarebbero arrivate le richieste di lavoro.

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