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Processo per droga: «Così abbiamo trovato i 43 chili di cocaina»

Imputato un cittadino albanese di 56 anni accusato di essere il conducente del mezzo pesante nel quale furono trovati 43 chili di cocaina, con lui fu arrestato un connazionale che ha scelto il rito abbreviato. In aula sfilano i testi dell'accusa che hanno spiegato dove erano nascosti i panetti di polvere bianca

Tir imbottito di cocaina. Iniziato il processo (celebrato con rito ordinario) che vede imputato un cittadino albanese di 56 anni accusato di essere il conducente del mezzo pesante nel quale due anni fa furono trovati 43 chili di cocaina. L'uomo che fu arrestato con lui per il medesimo reato (detenzione di droga aggravata dalla quantità) e accusato di aver fatto la seconda parte del viaggio, ha chiesto e ottenuto il rito abbreviato (il pm ha chiesto dieci anni e la sentenza è prevista a maggio). Oggi ha 41 anni e anch’egli è albanese, al momento agli arresti domiciliari.

I fatti risalgono al dicembre del 2020 quando le squadre mobili di Torino, Forlì e Piacenza avevano intercettato, seguito e poi bloccato un tir proveniente dal Belgio risultato poi carico di polvere bianca. Trovarla – come hanno spiegato i poliziotti al collegio giudicante presieduto da Stefano Brusati, a latere Camilla Milani ed Alessandro Rago – fu molto complicato tanto da rendere necessario l’uso di uno scanner al porto di Ravenna, luogo dove fu portato l’autoarticolato. L’imputato è difeso dagli avvocati Marco Romagnoli e Debora Piazza (foro di Milano), mentre il pm che ha coordinato le indagini è Antonio Colonna.

Andiamo con ordine. Il tir fu fermato in Val di Susa e proveniva dal Belgio. A guidarlo, secondo l’accusa, il 56enne che lo portò fino a Piacenza e lo lasciò parcheggiato in un’area di servizio in via dell’Artigianato per poi allontanarsi. Già a Susa gli agenti con l'ausilio dei cani antidroga lo avevano controllato ma non avevano trovato lo stupefacente che i cani avevano segnalato, perciò fu deciso di lasciarlo andare ma di seguirlo fino a Piacenza. Qui i poliziotti, che intuirono che qualcosa proprio non tornava, lo tennero sotto osservazione per 24 ore al giorno fino a quando – secondo l’accusa e come hanno spiegato gli agenti - «arrivò un’auto con a bordo due persone, una scese, si infilò nella cabina, prese alcuni fogli e li consegnò ad un camionista che stava transitando, poi risalì, mise in moto e prese l’autostrada verso sud, seguito dall’auto che lo aveva accompagnato fino a lì». Era il 41enne.

Dietro ovviamente c’erano alcune auto della polizia senza colori di istituto. «Dopo svariati chilometri  - dice un agente – abbiamo visto che la persona alla guida dell’auto fece cenno al camionista di entrare in una area di servizio in provincia di Parma. A quel punto lo abbiamo raggiunto e dopo esserci identificati e l’arrivo sul posto di una pattuglia della Polstrada, lo abbiamo invitato a seguirci a Modena dove al comando della polizia fu posizionato il mezzo». L’indomani, come spiegato, fu portato a Ravenna dove per ore è stato analizzato, perquisito e smontato. 

Nascosti nel semirimorchio grazie ad una vasca in metallo sostenuta da potenti calamite, erano stati trovati 40 panetti di cocaina per un peso complessivo di 43 chili e un valore superiore al milione di euro, fu dichiarato dagli inquirenti. A spiegare al collegio le difficoltà, gli agenti intervenuti: «Fu molto complicato trovare il nascondiglio praticamente perfetto, tanto che il cassettone era ricoperto da una sostanza bituminosa che ingannava lo scanner che segnalava solo una anomalia». Da quanto ricostruito «per estrarlo occorreva posizionare un gancio/calamita che lo tirasse letteralmente fuori dalla sede dove era stato posizionato e fissato». Ed è proprio su questo attrezzo contenuto in una cassetta in cabina che la difesa ha avanzato alcune perplessità in quanto – sostengono – non è stato sequestrato. Il processo è stato aggiornato.

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