Sogin: «A Caorso non c'è mai stata alcuna contaminazione»

Intervista all'Ad Giuseppe Nucci che tranquillizza anche sull'inchiesta piacentina. «Il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi non potrà a nascere a Caorso, perché qui c'è un fiume»

Giuseppe Nucci, amministratore delegato di Soagin

“Non c’è mai stata alcuna contaminazione”. E ancora: “Il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi non potrà a nascere a Caorso, perché qui c’è un fiume” una situazione che rende impossibile, per legge, edificarne uno. Qui nascerà, invece, un Parco tecnologico, su un “prato verde”, al termine della bonifica. Sono una ventina i fusti oggetto di corrosione e di attenzione massima da parte dei responsabili della centrale. Proprio lo sversamento di materiale contenuto in quei fusti, materiale a bassa radioattività, ha provocato l’apertura di un inchiesta della procura piacentina, sulla scorta di una relazione dell’Ispra. I dati della relazione dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) sono stati acquisiti dalla procura che ha aperto un fascicolo di indagine. La magistratura ha chiesto ad Arpa di effettuare alcune analisi. E l’inchiesta è stata al centro delle domande poste dai giornalisti a due ingegneri: il direttore di Caorso, Sabrina Romani e il direttore della disattivazione delle centrali del Nord, Davide Galli. Entrambi hanno tranquillizzato i cittadini: non c’è mai stata contaminazione, come ha affermato in precedenza anche lo stesso ad di Sogin, Giuseppe Nucci.

Dallo scorso marzo, Romani, 42 anni, piacentina, è la responsabile della disattivazione della centrale nucleare Sogin di Caorso. “Da sempre - ha spiegato Romani - vengono effettuati decine di migliaia di controlli di contaminazione in aria ed esportabile. Nei depositi ci sono centraline che aspirano aria in continuo e i filtri vengono analizzati ogni giorno per verificare se c’è contaminazione. I dati storici dimostrano assenza di contaminazione. Il deposito è una zona controllata, non convenzionale, a cui si accede con particolari precauzioni, e le persone hanno i dosimetri per misurare la radioattività. Fuori dal perimetro del deposito, è stato dimostrato che non c’è stato rilascio di contaminazione. Oltre ai controlli di routine ci sono quelli, ad esempio, quando c’è una movimentazione di materiale, come avvenuto nel 2011 per l’invio in Svezia di alcuni tipi di rifiuti radioattivi”. Romani, dunque, tranquillizza ed entra anche nello specifico. Dopo la segnalazione della perdita (portata alla luce da un’inchiesta del settimanale ilPunto, il quale ha pubblicato anche le foto di alcuni bidoni corrosi, ndr) Romani ha spiegato quale sia l’iter previsto in questi casi. “La legge sulle radiazioni ionizzanti - ha detto - ci obbliga a fare valutazioni sulla base del principio di ottimizzazione. Quindi, quando verifichiamo l’esistenza di un rifiuto danneggiato e stabiliamo che per intervenire occorre muoverne 1.500, entra in gioco un esperto qualificato, previsto dalla legge, in pratica un consulente della direzione, si fa la valutazione della dose. La legge 230 indica che pesa il costo dosimetrico rispetto ai rischi che si devono sostenere. E si valuta caso per caso”.

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Quando sono stati scoperti i furti corrosi, “erano in corso valutazioni sul danno - ha risposto Romani - e le relazioni ufficiali dimostrano che sono già state fatte alcune azioni. Da parte nostra, abbiamo spedito le relazioni all’Ispra”. Anche Galli parla della sicurezza e risponde a una domanda sulla rete anti tornado: “La legge prevede un’organizzazione per gli eventi gravosi, come i tornado, ma per quelli incidentali c’è un piano di emergenza. Prevede una serie interventi per l’ambiente circostante”. Galli fa un esempio: “Si verifica un incendio che brucia tutto. Parte subito un verifica sull’ambiente e l’attivazione è compito della prefettura. Per il piano di emergenza c’è una valutazione con codici evoluti. E’ stato dimostrato che per Caorso, anche se andasse a fuoco l’intero deposito, la popolazione non verrebbe esposta a dosi superiori di radioattività rispetto a quelle previste dalla legge. È costante che, visto lungo tempo fermata impianti (dal 1987), i piani emergenza abbiano valutazioni certificate da un ente di controllo e questo è comune a tutti gli impianti Sogin”. Sull’usura dei bidoni, Galli afferma che “è dovuta al materiale contenuto. Comunque, va considerato che i fusti hanno circa 30 anni. Il fatto congiunto ci impone di avere procedure per cui noi monitoriamo continuamente lo stato dei bidoni”. Galli, durante la presentazione dei dati, aveva spiegato che esistono, nei siti Sogin, otto reti di sorveglianza ambientale “operativi fin dalla nascita delle centrali e che continueranno a operare anche dopo la fine del decommissioning. Eseguiranno migliaia di controlli su alimenti, sull’ambiente, in un’area vasta. I dati sono stati, e lo saranno ancora, trasmessi a organismi di controllo. Finora non sono mai stati registrati dati anomali rispetto ai livelli di radiazioni prescritti dalla legge”.

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