Lunedì, 17 Maggio 2021
Politica

Ferrara in Fondazione: «I leader del momento sfruttano l’informazione immediata e sovrastano il dibattito»

L’editorialista del “Foglio” ospite in Fondazione per discutere di giornalismo e società dello spettacolo: «L’esempio è Trump: potrebbe sbandierare i suoi successi economici, ma fa la campagna elettorale su una fake news che coinvolge gli immigrati sudamericani»

Il presidente della Fondazione Massimo Toscani, Eugenio Gazzola e Giuliano Ferrara

Un giornalismo che sta andando sempre più incontro agli istinti del pubblico e dei leader che fanno demagogia, e si allontana dalla ricerca del dibattito costruttivo. Giuliano Ferrara, ospite alla Fondazione di Piacenza-Vigevano, ha discusso di giornalismo e società dello spettacolo sollecitato da Eugenio Gazzola. L’ex direttore del Foglio – oggi editorialista della testata diretta da Claudio Cerasa – è tornato a Piacenza per rimediare a un problema che impedì la sua partecipazione alla rassegna che la Fondazione ha dedicato nei mesi scorsi al 1968.

Ferrara è entrato subito nel vivo delle “Midterm election”, le elezioni Usa di metà mandato per il congresso americano e per alcuni Stati. PHOTO-2018-11-06-00-19-15-2«Da due anni gli Stati Uniti – spiega l’opinionista - sono governati da un “criminale televisivo”. Donald Trump è un colosso, che twitta in modo compulsivo, che tratta male la stampa, però è anche venuto ad accordi con il dittatore coreano Kim e lo ha fatto ragionare. Disprezza le minoranze, gli immigrati, con le donne ha un rapporto su cui voglio sorvolare». Trump gioca su questi fronti. «La disoccupazione americana è più bassa che a Piacenza, la Borsa ha vissuto buoni periodi fino ad un mese fa, il reddito reale degli americani è aumentato. Obama ha portato a una crescita di 7-8 anni del Paese che però non si riversava molto nelle vite dei cittadini americani. Trump con la sua defiscalizzazione ha fatto aumentare i salari. Ma non ha fatto la campagna elettorale su questi risultati, citati solo “en passant”. Ha fatto leva su una carovana di 5 o 6mila latinos che fuggono dal Centro America arrivando a piedi al confine tra Messico e Stati Uniti. Stiamo parlando di un Paese che ha inglobato centinaia di milioni di immigrati, sono stati la loro ricchezza, non si possono spaventare per così poche persone che vogliono arrivare. E Trump per vincere le Elezioni cita una invasione straniera di qualche migliaio, non i successi economici del suo governo. Così come due anni fa fece la campagna sui messicani, promettendo di costruire il muro al confine. Questa vicenda ci dice che non ha più potere e prestigio un dibattito, argomentato a turno, intorno alle questioni pubbliche».

Ferrara insiste su questo tasto. «Se uno dice che ha “ridotto la disoccupazione”, si espone a una discussione su cui altri fanno valutazioni di vario genere. E si può sentir dire che “ha sprecato troppe risorse per farlo”, “ha creato altri problemi”. È il cuore del giornalismo: mettere in discussione le affermazioni. Il giornalismo nacque in Inghilterra nel ‘700 così, nel Paese della prima democrazia occidentale. Io credo molto nel giornalismo che apre al contradditorio. Invece ci si sta affermando un giornalismo che vede i suoi protagonisti specializzarsi in un settore e fare un resoconto della realtà, racconto neutro e oggettivo di una notizia. Il giornalismo nasce non per l’autonomia e l’indipendenza dei giornalisti – che è un falso mito, i giornalisti sono dipendenti di editori, sono un potere tra i poteri, non sono “contro il potere” -. E non è neanche vero che il “padrone è il lettore”, non vale per nessuno».

Questo mondo dell’informazione è stato distorto, secondo Ferrara, dall’avvento della rete. «La rete è fatta per soddisfare una esigenza senza confini di informazione, mescolata a consigli per l’acquisto, e anche a insulti e sbuffi d’odio. Grazie alla rete potresti avere una informazione vasta, avere la Treccani con un click, ma intanto la rete ti sequestra molto tempo della tua giornata.

Il giornalismo così si fonde con la società dello spettacolo, e diventa privo di criteri di organizzazione della realtà, e si arriva alle fake news. Se Trump vince le Elezioni le vince grazie a una fake news, non c’è una invasione alle frontiere, è una balla che si è inventato: un modo per teatralizzare e sceneggiare un finto problema e mostrarsi difensore del cittadino medio. Potrebbe sbandierare i suoi successi economici, ma così si presta a osservazioni critiche. Meglio, per lui, dividere e unire l’opinione pubblica. È la stessa cosa che ha fatto Bolsonaro in Brasile, che ha vinto perché mostrava il gesto della pistola nei comizi per parlare di sicurezza, che ha detto a una parlamentare che non verrebbe mai stuprata perché è brutta, che è meglio che un figlio gay muoia in un incidente stradale. È un vecchio rottame dell’esercito che sfrutta la rete e i social: con una opinione pubblica istruita e che dibatte non sarebbe mai diventato presidente. Queste persone sfruttano l’informazione immediata e non mediata, l’informazione diretta. Così perforano l’opinione pubblica e diventa una guerra a chi la spara più grossa. È chi è bravo a fare demagogia riesce a cavalcare la rabbia, il risentimento, l’odio dell’opinione pubblica».

Ferrara non coinvolge Silvio Berlusconi in questo ragionamento. «Lui era intrattenimento, si è visto in tutta la sua parabola, dalla fase ascendente a quella discendente. A forza di moralismo, correttezza e esagerato antifascismo, si è andati contro a leader come Berlusconi e Renzi, per arrivare a dare il 40% - stando ai sondaggi - all’altro Matteo (Salvini), significa che qualcosa è cambiato nel mondo dell’informazione. È la costruzione di nuove personalità che sovrastano una opinione pubblica informata e attiva». E il giornalismo si sta spostando sempre di più verso i contenuti che vuole il lettore. «Il giornalismo però dovrebbe essere altro, dovrebbe avere il compito di moderare gli istinti e portare avanti un dibattito critico».

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