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Profughi, i sindaci non vogliono essere scavalcati: pronto un protocollo per la prefettura

Si sono riuniti in Provincia i 48 sindaci del territorio per discutere del piano di accoglienza dei profughi. Veneziani (Rottofreno) ha predisposto un protocollo, ma c’è già chi si rifiuta di sottoscriverlo, come il sindaco di Castelsangiovanni Lucia Fontana. Il dibattito

I sindaci dei 48 comuni del Piacentino si sono incontrati per discutere del piano di accoglienza profughi, dopo che nei giorni scorsi il Comune di Piacenza aveva chiesto a tutto il territorio di dare una mano. L’assemblea è stata convocata dal presidente della Provincia Francesco Rolleri, anch’egli convinto che ogni comune deve fare la sua parte, non lasciando da soli il capoluogo, Ponte dell’Olio, Calendasco e Gossolengo. «Ciascuno deve impegnarsi – ha esordito il presidente Rolleri – così si può evitare che la prefettura li imponga in determinati comuni. Chi contribuisce in questo momento poi potrebbe non essere più toccato dalla questione in futuro».

La maggior parte dei presenti ha voluto esporre la sua opinione al riguardo. «Ci vuole una soluzione strategica – il parere di Anna Tanzi, sindaco di Sarmato - di lungo periodo. I bandi di questo genere – che hanno provocato la situazione di Caratta – sono pericolosi. Un privato che si inserisce in questo discorso ci guadagna, con 20-30 profughi può arrivare anche a 250mila euro di entrate all’anno. Non vanno redistribuiti, ma integrati grazie a strutture pubbliche, non private. Se una donna del comune di Sarmato viene struprata da questi, io faccio la rivoluzione». «Penso il male possibile – ha spiegato Raffaele Veneziani di Rottofreno - di come la prefettura stia gestendo la questione. Non tutti i comuni sono capaci di individuare accoglienze idonee. Questa assemblea deve uscire compatta. Questo è un business, ce lo dimostra il caso di Roma. Dobbiamo conoscere bene chi li ospita, e chi li educa. Mi associo al lamento di Zangrandi e Ghillani, sindaci di Calendasco e Gossolengo. Non si possono creare ghetti in paesi che li hanno ospitati. Ci deve essere un limite, delineato dalla demografia di quel paese». Veneziani ha fatto una proposta: definire un protocollo che sancisca alcuni “paletti” sulla redistribuzione dei profughi. Il documento, che verrà preso in esame dai sindaci e votato la prossima settimana, prevede che la prefettura fin dal primo momento informi i primi cittadini dell’arrivo dei profughi. La prefettura deve inoltre, in modo preventivo, segnalare quali siano le strutture del territorio idonee per l’accoglienza, definendo con precisione e chiarezza il numero degli ospiti, di cui deve essere certa la condizione di salute. La tappa successiva consiste nella conoscenza dei gestori dell’accoglienza, con successive verifiche mensili sul piano educativo. Ai sindaci deve essere data la possibilità di stabilire convenzioni con le forze dell’ordine, impiegando inoltre gli ospiti in attività sociali ed educative.

«L’incendio di Caratta mette fine a tutti i confronti e dialoghi – ha detto Angelo Ghillani di Gossolengo -. Noi non siamo stati coinvolti nell’ospitare questi 20-25 profughi in una frazione con un numero di residenti simile. I comuni devono essere più centrali, rischiamo di avere tante Caratta. Il piano della redistribuzione sul territorio va bene, prendiamo però in esame attività d’integrazione.

Chi porta il tema sul piano politico sbaglia, dobbiamo solamente non lasciar sola la prefettura nella gestione».

«Durante la primavera araba – ha preso la parola Jonhatan Papamarenghi di Lugagnano - la gestione è stata diversa, ora sono più concentrati verso alcuni territori. Non possiamo ospitarne un tot a comune, bisogna andare oltre questo discorso. Sul territorio ci stanno almeno 6 mesi, se non un anno. Devono essere accolti in strutture preparate: non è un problema di numeri. Rischiamo di trasformare alcuni paesi non adeguati a depositi»­.  «Rolleri si contraddice. L’Ue – è il parere di Roberta Battaglia di Caorso - ci impone di prendere i profughi, noi siamo sempre lì ad ascoltarli, l’Austria ha chiuso le frontiere, e anche la Lombardia e il Veneto non li accettano. Ci sono sindaci che accettano questa realtà e allora li possono accogliere. Su 100 domande di richiesta per lo status di profughi, 70-80 non vengono accettate. Piacenza dice di sì, mentre altre città si sono rifiutate».

Ha chiamato a partecipare a questo “dramma delle persone” tutte le autorità ecclesiastiche, militari, il mondo associativo e del volontariato il sindaco di Bettola Sandro Busca. «Vorrei sapere la ripartizione su scala nazionale e regionale dei profughi, vediamo se i parametri sono rispettati o si stanno caricando alcuni territori maggiormente. Ci vuole un piano strategico provinciale con un progetto complessivo per gestire le presenze e i percorsi, utilizzandoli anche per lavori di pubblica utilità. Teniamo conto che i comuni di montagna fanno fatica, con i loro pochi servizi, ad accogliere queste persone. Visto che siamo tutti “tifosi” di Papa Francesco, comportiamoci come lui». D’accordo con Busca anche il vicepresidente e sindaco di Gragnano Patrizia Calza. «Sono consapevole che le difficoltà le vivono anche i nostri cittadini, come cattolica non posso non pensare troppo facile finire sul giornale e dire “io i profughi non li voglio, non ho i soldi”, porta un sacco di voti in questo momento storico. Ma io ho la coscienza che mi fa ragionare e non posso cadere in questa risposta, i profughi bussano alla nostra porta. Purtroppo c’è chi specula su queste vite umane. È più difficile gestire queste persone se sono sparpagliate nel territorio: dobbiamo essere coprotagonisti del progetto con la prefettura fin dall’inizio».

Giancarlo Tagliaferri di San Giorgio ha illustrato le sue preoccupazioni. «A San Giorgio la chiusura dell’aeroporto provoca uno spostamento di persone che avrà ricadute sul territorio. I miei cittadini non vogliono ospitarli ma vediamo questo protocollo». «Il prefetto dovrebbe prima rapportarsi con noi – ha detto Roberto Pasquali di Bobbio -, io non sono mai stato convocato dalla mia elezione il 26 maggio. Non stiamo parlando di clandestini, ma di profughi, non facciamo propaganda politica. Noi abbiamo aiutato quelli ospitati a Coli senza tirare in ballo questioni religiose. Non è pensabile però che un sindaco venga a sapere dai giornali che i profughi verranno ospitati in una sua frazione. Ha ragione chi dice che 35 euro più iva è un business. A breve avremo il problema della neve, ci sono dissesti idrogeologici, se li ospito mi devono dare una mano nei lavori socialmente utili. Nel protocollo inseriamoci questi aspetti. Questi vengono da zone dell’Africa, voglio garanzie sulle loro condizioni di salute, viste le malattie: sono il responsabile della sanità, voglio sapere se sono sani, devono arrivare con il certificato nei nostri comuni. A Piacenza abbiamo decine di caserme e spazi annessi utilizzabili».

«Il piano di ridistribuzione – ha detto Stefano Cugini, assessore al welfare di Piacenza - prende in considerazione anche in quale distretto, non si guarda solo alla demografia, ci sono paesi che ovviamente non sono in grado di ospitarli. Le strutture sono militari – ha risposto a Pasquali – non del Comune. Non ce li possiamo accollare tutti noi, dobbiamo fare qualche discorso alla Regione. A noi arrivano etnie che tendono a rimanere sul territorio, mentre in altre province gli eritrei e i siriani rimangono poco tempo. È vero, bisogna controllare in modo più rigoroso chi gestisce queste accoglienze. Se rimaniamo divisi questo rimarrà sicuramente un business per i privati, che telefonano alla prefettura e dicono che hanno strutture libere».

«A Castelsangiovanni – ha puntualizzato Lucia Fontana - abbiamo una grande presenza straniera già di per sé. Ci sono sensazioni di disagio, insoddisfazioni e discriminazioni che vivono nei confronti degli extracomunitari. La mia posizione, netta, è di diniego. Mi aspettavo una posizione unita dei sindaci sul dire “no”. Le leggi che piovono dall’alto, non vanno eseguite in modo supino. I nostri cittadini hanno diritto altrettanto dignitosi. Trovare i locali non è difficile, è la permanenza che va gestita, ci vogliono risorse che ora sono scarse. C’è un limite al di là del quale non si può più andare: si creano conflitti e guerre tra povere. Ho frazioni in cui la gente si sente assediata, da sindaco non posso tollerare. Alziamo la testa, stiamo dicendo delle cose che vanno benissimo, mi piacciono sul piano ideale, ma che devono fare i conti con la realtà. Stiamo imboccando una strada senza ritorno. Basta, abbiamo già dato tanto. Vedo che c’è tanta disponibilità da parte degli altri sindaci, il mio comune non darà nulla. A noi 3 minori costano 130 euro al giorno: è un meccanismo perverso. Se ne arrivassero dieci andiamo in default. La mia posizione non è negoziabile». «Questa gente – chiede Gabriele Girometta di Cortemaggiore - a fine percorso dove va? Rischiamo che episodi come quello di Caratta si ripetano. La solidarietà umana ce l’abbiamo tutti, ma qua non funziona. Sparpagliarli non va bene».

«Il governo paga – è il parere di Francesco Zangrandi di Calendasco – ma poi la sicurezza e i problemi burocratici li deve seguire il comune. Ho delusione per il percorso fatto fino a stasera. I sindaci devono essere sinceri, stasera non lo sono stati. Io dissi no ai profughi, ma ne ho visti arrivare prima 40, ora ne ho 19. Non possiamo nasconderci dietro il “Noi non li vogliamo”, tanto te li impongono lo stesso.  Non c’è campagna elettorale quando si parla di certi argomenti: c’è gente che ha fomentato nelle ultime settimane questi temi, provocando l’incendio di Caratta».

«A Ponte dell’Olio – ha raccontato il vicesindaco Gianni Trioli – è bello che a distanza di tempo, anche nel quartiere, non li chiamino più profughi ma “i ragazzi”. Ci deve essere conoscenza tra loro e i residenti. Si sono dati da fare, hanno aiutato. Non dobbiamo più pensare a un approccio alberghiero». «Alseno non ci sta – il rifiuto di Davide Zucchi di Alseno – perché non conosciamo bene la proposta. Non abbiamo risorse da utilizzare». Mercoledì 10 dicembre i sindaci sono nuovamente convocati per dare il loro parere sul protocollo.

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