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Maria Lucia Girometta

Maria Lucia Girometta

Pubblicità sessiste: «Ledono la dignità delle donne ma anche degli uomini»

Il consigliere comunale Girometta: «I messaggi pubblicitari discriminatori rispetto al genere sessuale contribuiscono a determinare un impatto negativo sulla parità fra i sessi nella sfera privata, come in quella pubblica e lavorativa»

«Le campagne pubblicitarie italiane e i singoli spot hanno subito, senza dubbio, un calo di creatività. Il congelamento degli stereotipi di genere nelle pubblicità e l'utilizzo del sesso e della donna come oggetto sessuale sono spesso espedienti che nascondono una profonda mancanza di idee». Queste le parole in una nota di Maria Lucia Girometta, consigliere comunale Forza Italia. 

«Alcuni pubblicitari si nascondono dietro la scusa "E' il pubblico che vuole questo", ma la verità è che siamo lontani anni luce dal periodo florido degli anni '80, quando alcune pubblicità erano quasi una forma d'arte. Ricordando Il Carosello, sicuramente un po' datato ma espressione di arte e fantasia, non possiamo fare a meno di intristirci, ogni spot era una "storia". Su 135 Paesi, l'Italia è all'ottantesimo posto nella classifica della parità di genere stilata dal World Economic Forum, dopo l'Uruguay, il Botswana, il Perù e Cipro. Ci dimostra che i media e la pubblicità nostrani riflettono il clima generale del Paese».

«Ma che cos'è che permette di definire "sessista" una pubblicità? - si chiede il consigliere - E' sessista una campagna che usa il corpo femminile per promuovere in modo non pertinente un prodotto (un pannello solare, un cibo, un programma software). Ma è sessista anche usare in maniera intensiva stereotipi che riducono l'identità delle donne all'essere "casalinghe" e basta. A fornire rappresentazioni simili sono spesso i prodotti per la pulizia o alimentari, che mostrano donne sorridenti, tutte con la zuppiera o il detersivo in mano».

«Poi ci sono le pubblicità ipersessualizzate, a volte perfino grottesche - continua la nota - alcune comunicazioni della moda o del lusso (profumi, superalcolici) e pubblicità che cercano la visibilità attraverso lo scandalo, tra doppi sensi grevi, giochi di parole imbarazzanti sbattuti sui manifesti, ragazze scosciate messe lì solo per catturare l'attenzione. Non si tratta di essere bacchettoni, di censurare o di avere a tutti i costi la fobia del corpo nudo: si tratta invece di fornire, anche attraverso i media e la pubblicità il pudore e la dignità dei corpi».

«Per far pubblicità ai reggiseni - conclude Girometta - si può mostrare una ragazza in reggiseno ma se la pubblicità è a una linea di traghetti o a una marca di pompelmi, una ragazza in reggiseno che c'entra. I messaggi pubblicitari discriminatori rispetto al genere sessuale o rappresentativi di immagini violente e degradanti ledono gravemente la dignità di donne ma anche degli uomini e contribuiscono a determinare un impatto negativo sulla parità fra i sessi nella sfera privata, come in quella pubblica e lavorativa».

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