Addio a Bertolucci, Bellocchio: «Con lui muore un po’ anche la nostra generazione»

Il regista bobbiese Marco Bellocchio ricorda l’illustre collega parmigiano scomparso oggi all'età di 77 anni

Marco Bellocchio

«La morte di Bernardo Bertolucci mi arriva questa mattina presto da un sottopancia di un telegiornale. Normale. Sono all'estero per lavoro e mi dispiace non poter essere ai funerali, se ci saranno». Inizia così la lettera aperta del piacentino Marco Bellocchio, lettera dedicata all'amico regista scomparso oggi, all’età di 77 anni, a Roma. «Avevo incontrato Bernardo l'ultima volta a una cena dopo la proiezione di “Novecento” restaurato - ricorda Bellocchio - sofferente ma pieno di progetti, di soggetti. Che dire ora che è morto? Rivolgermi a lui lo trovo falso perché non credo ci stia guardando dal cielo o da qualche luogo misterioso terrestre o extra terrestre. È questa solo una piccola riflessione con coloro che rimangono in vita che lo hanno conosciuto e ne sono sinceramente addolorati. Di una generazione che sta scomparendo, direi naturalmente, di cui i superstiti sono sempre meno. La sua morte è anche un po' la nostra che ci avvicina al “finale di partita” di una vita che è stata, quasi per tutti, insieme commedia, dramma, tragedia e farsa».

«Eravamo molto diversi e i nostri destini si sono incrociati - scrive ancora Bellocchio - molto lontano nel tempo (nel 1962 vide al Centro Sperimentale il mio saggio di diploma e si complimentò. Era vestito all'inglese e aveva una Triumph rossa decapottabile).  Da primo sono diventato secondo. Bernardo mi ha superato, prima mi ha appaiato (Strategia del ragno), poi con Il conformista e con L'ultimo tango è diventato irraggiungibile, nel mondo. In quel sorpasso ho provato verso di lui una forte invidia che è negazione, ma anche riconoscimento del valore dell'altro, che in quel momento era andato molto più lontano poi tutto si è come tranquillizzato. Strade diverse, obiettivi diversi, risultati diversi». «Ci siamo rivisti tante volte pacificamente - aggiunge - non che avessimo mai litigato, ma chi è di Parma o di Piacenza più capirlo. L'ultimo ricordo è della sua tenacia nonostante la malattia, il lavoro e gli affetti naturalmente, Clare che lo ha incoraggiato fino all'ultimo a continuare. E anche per lui bisogna rimettersi al lavoro - conclude Bellocchio - che altro si può fare? Continuare a vivere con la vitalità che ci resta».

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