Giovedì, 23 Settembre 2021
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«Innovare con la tecnologia significa garantire la qualità e tradizione dei prodotti»

L’incontro si è tenuto con l’obiettivo di offrire una panoramica delle nuove tecnologie utilizzate nel settore agro-alimentare, richiamando l'attenzione sulle principali implicazioni in termini di salute e sostenibilità

«La tecnologia alimentare è un mezzo (e non deve diventare un problema) per migliorare la qualità dei prodotti e per garantire la loro tradizione. Le nuove tecnologie sono indispensabile soluzione per sicurezza alimentare, come per compensare la scarsità di cibo in tante zone del mondo; il tutto sempre più nell’ottica della sostenibilità. Certo: il consumatore va informato, anzi coinvolto, proprio per sgombrare il campo da ogni falsa informazione».

Questo è ciò che è emerso nel corso del webinar che si è svolto alla Cattolica di Piacenza per fare il punto sul progetto D.3.2  avviato con la collaborazione di diversi centri dell’Università : Engage Minds-HUB, CRAST, BioDNA e PRONUTRIGEN., L’incontro denominato “Omic technologies for consumer food engagement: innovazione nella tracciabilità degli alimenti biologici e fiducia del consumatore” si è tenuto con l’obiettivo di offrire una panoramica delle nuove tecnologie utilizzate nel settore agro-alimentare, richiamando l'attenzione sulle principali implicazioni in termini di salute e sostenibilità. 

Dopo il saluto di Marco Trevisan Preside della Facoltà di Scienze agrarie, alimentari e ambientali, con il coordinamento di Guendalina Graffigna di EngageMinds HUB, della Cattolica, ha preso la parola Luigi Lucini, docente di Chimica agraria che ha trattato dell’innovazione delle Tecnologie Omiche per la Certificazione degli alimenti biologici. Lucini ha spiegato la distinzione tra tracciabilità (conoscere ogni singolo processo della trasformazione fino al consumo) e rintracciabilità (le informazioni che accompagnano un prodotto nel codice) ed ha sottolineato l’importanza delle tecniche omiche, ovvero come misurare l’insieme di una classe di composti: genomica, proteomica (proteine) e metalomica (composti chimici) ed ha ribadito la fondamentale interazione genotipo ed ambiente, citando come esempio il terroir per il vino. «Se caratterizziamo i metaboliti siamo in grado di vedere gli effetti dell’ambiente. Oggi per il bio si fa tracciabilità, non l’impronta chimica che ci può fornire indicazioni su tutta la vita del prodotto alimentare».

Lucini ha poi illustrato il progetto OMIC-Eng (non solo per garantire la sicurezza alimentare, ma anche per sostenere la fiducia dei consumatori verso la filiera stessa) ed ha portato ad esempio lo studio tra pomodoro bio e quello “convenzionale” con due cultivar (varietà) ed i due regioni, ovvero Emilia- Romagna e Basilicata dove emergono differenze chimiche e salutistiche sfumate tra le due diverse coltivazioni.

Del rapporto tra Nuove Tecnologie e Benessere Animale ha parlato il prof. Erminio Trevisi, CRAST, PRONUTIGEN della Cattolica in particolare come le nuove tecnologie possano aiutare e misurare il benessere emblematizzato nella note “5 libertà” ovvero dalla sete, dalla fame e dalla cattiva nutrizione, avere un ambiente fisico adeguato; libertà dal dolore, dalle ferite, dalle malattie, di manifestare le proprie caratteristiche comportamentali e libertà dalla paura e dal disagio.

«Per misurare il benessere possiamo misurare le condizioni biologiche e funzionali persino le capacità emozionali, perché c’è sempre una risposta fisiologica ad ogni “stressore”; lo stress- ha chiarito- è una condizione di vita e ci sono i sistemi per studiare quando l’animale non vi sa adattarsi (vedi il caldo)».

Ci sono sistemi per valutare le bovine da latte come alla nuova stalla del Cerzoo dove si utilizzano i più recenti marcatori, esperienze scientifiche che si trasferiscono alle normali stalle in produzione. Alimentazione per fornire le diete più adatte, ma anche studio del riposo, ruminazione, qualità del latte, campioni biologici ed analisi con tecniche omiche: «Il benessere animale- ha concluso Trevisi- è essenziale per la sostenibilità delle produzioni zootecniche».

Alessandra Lanubile, BIO DNA della Cattolica ha spiegato come il genoma editing possa migliorare le piante, per un’agricoltura sostenibile: «E' un intervento di precisione per correggere la sequenza del Dna; il CRISPR si basa sull’impiego della proteina Cas9, una sorta di forbice molecolare in grado di tagliare un DNA bersaglio, che può essere programmata per effettuare specifiche modifiche al genoma di una cellula, sia questa animale, umana o vegetale. A seguito del taglio introdotto da Cas9, attraverso opportuni accorgimenti, è infatti possibile eliminare sequenze di DNA dannose dal genoma bersaglio oppure è possibile sostituire delle sequenze, andando ad esempio a correggere delle mutazioni causa di malattie. Sono piante Ogm o no? Per l’attuale legislazione europea si, ma si va verso una nuova codificazione, un’apertura per questa tecnologia che va fatta conoscere a gran parte dei consumatori». Un concetto ribadito nella conclusioni della dottoressa Graffigna che ha sostenuto la stretta correlazione tra scienza e società, per una ricerca «eticamente orientata».

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