Piacenza, una storia per volta

Piacenza, una storia per volta

Un negozio di biancheria divenne uno dei caffè più frequentati della città

Seconda puntata del viaggio tra i caffè storici di Piacenza. Alle porte del '900 ne nascono diversi che riscuotono successo. Questa volta parliamo di “Caffè Grande”, “Caffè Laneri”, “Caffè del Duomo”, "Caffè Zanetti” ed il “Gnerri”

Seconda parte

L’argomento è, come avevamo anticipato nella prima parte, molto vasto e dunque è necessario proseguire ed approfondire il discorso su questi caffè perché, più ci si avvicina al ‘900, e più il loro numero aumenta.

La parte del “leone blasonato”, come riferito, la faceva dunque il “caffè Grande”, più noto come quello “dei nobili”, di cui ci diede ampie notizie Leopoldo Cerri in un interessante opuscolo sulla vita cittadina dove trattava della chiusura di questo caffè (l’aromatica bevanda- scrive- che Voltaire adorò) che sorgeva accanto al vecchio Barino, nei locali della rinnovata sede del Credito Italiano. 

Ne fu a lungo proprietario Luigi Azzilli che gli diede il nome, ma poi il nuovo proprietario, Bertola, decise di cambiarlo. La sua signorilità eclissò quella degli altri locali cittadini. Qui si dava ritrovo l’elite della società piacentina, cosicché il popolo lo denominò “dei nobili”, non tanto perché fosse solo riservato alla clientela gentilizia, ma perché era quella più assidua e fedele e sovente fatta segno di salaci motteggi ironici e satirici da parte del popolino. 

Prima del 1860 fu frequentato da elegantissimi ufficiali austriaci dai modi cortesi e civilissimi i quali, osservava il Cerri, “avevano la sola disgrazia di essere i dominatori”. A loro successero quelli dell’esercito italiano ed anche questa “mini invasione” seccò un poco gli habitués i quali si sentivano trascurati dal personale di servizio le cui attenzioni andavano invece ai combattenti del Risorgimento. Chiuse i battenti poco prima della 1° guerra mondiale.

In Piazza Duomo, c’erano, tra gli altri, il “caffè Laneri” ed il più noto “caffè del Duomo” situato, come ricorda Dosi, sotto i portici orientali della medesima Piazza.  Lo studioso di vecchie reminiscenze così lo tratteggiava:” Era discretamente ampio, la luce naturale non vi penetrava a sufficienza perché lo ombreggiavano le volte del porticato antistante”. Esso poteva considerarsi, in chiave provinciale, la copia minuscola dei famosi caffè nazionali dell’epoca, forse perché vi conveniva una certa “intellighentia” di medio intellettualismo e professionalità concettuale.

Annotava infatti il Dosi: ”quanto alla clientela…si tratta quasi sempre delle medesime persone: professionisti ed uomini d’affari, funzionari ed impiegati in pensione ed ex commercianti. Gente insomma che lasciato, a causa dell’età, l’abituale e spesso duro lavoro, si crogiola in dolce, se pur talvolta stanco, far niente, passando le ore specialmente in rievocazione del “buon tempo antico”. Forse qualcuno aveva militato persino con Garibaldi….”

Particolare spazio meritano invece, anche per il circostanziato colore ambientale ed umano con cui furono riesumati, il “caffè Zanetti” ed il “Gnerri”. Il primo fu descritto da Gino Gamberini nel 1947: non era un caffè, ma divenne tale per una locuzione metaforica. Era ubicato tra via Diritta (XX° settembre) e Piazzetta S. Francesco ed era un negozio di biancheria ed accessori per signore. Ma sul far della sera, sull’attiguo marciapiede verso la Piazza, sostava un discreto numero di studenti delle scuole tecniche e ginnasiali che “ciacolavano” rumorosamente o scambiavano lazzi se passava qualche “personaggio” popolare come il prete Balzarino (tipica macchietta che gesticolava e parlava da solo), o il noto vagabondo “Sangudùs” con cui scambiavano urla ed improperi. Così di quando in quando qualcuno usciva dal negozio ed invitava con vigore i giovani a spostarsi perché i passanti potessero ammirare le vetrine ed eventualmente entrare ad acquistare.

Fu così che una sera un commesso del tutto spazientito fece osservare che quello “non era un caffè” e così da quella volta quando ci si dava un appuntamento, si decideva per “il caffè Zanetti” preso a prestito dal negozio di biancheria….

Sotto sera, scriveva Gamberini, appariva il popolare giornalaio ambulante Merlino che annunciava ad alta voce il nome dei giornali arrivati per ferrovia da Milano, Roma, Bologna o altri centri: "Corriere della Sera", "Secolo", "Fascio della democrazia", persino "La rana" e "Il pappagallo". Una sera vendette "Il ribelle" e "Il cronista", ancora ragazzo, incuriosito, lo acquistò, ma il giornale conteneva ampi spazi bianchi con la scritta “sequestrato” ed il buon Merlino, vista la delusione del ragazzo, gli offrì gratuitamente un giornale di viaggi ed avventure. Altri tempi…

Ma veniamo ora ad un vero locale pubblico: il “caffè Gnerri”, famoso bar di via Garibaldi (allora Del Guasto). Una foto mostra un gruppo di avventori all’esterno; qualcuno si appoggia alla canna della bicicletta. Sono gli habitués (in quella all’interno appare, primo a sinistra, Sandro Cerri la cui famiglia era proprietaria della fabbrica del ghiaccio nel vicino Cantone Manzini) del signor Giannino, al secolo Giovanni Gnerri, proprietario di un bar di prim’ordine a quei tempi dove conveniva la più galante e spensierata gioventù del primo decennio del ‘900. Vi si gustava la cioccolata svizzera a 20 cent la tazza. Era arredato in stile liberty o floreale. caffè esterno Gnerri-2

Nel bar-gelateria Gnerri le sale si prolungavano per quasi tutta la lunghezza di via del Cavalletto ed era frequentato dai figli della buona borghesia, meno da giovani dei ceti subalterni.

Verso il 1910-14 il Gnerri assumerà una patina “più intellettuale” ospitando ai suoi tavolini alcuni pubblicisti del primo anteguerra come Adolfo Franci e l’irrequieto librettista d’opera liriche Luigi Illica, quest’ultimo sempre con qualche idea nuova per la testa, facile alle battute di spirito ma non meno ai colpi di spada, uno dei quali doveva costargli la perdita di un occhio. Il focoso librettista veniva a prendere “un grappino” dal signor Giannino e talvolta, incurante del vocio dei giovani amici, abbozzava a tavolino la romanza di una nuova opera o la scena di un nuovo dramma.

Spesso era accompagnato dalla moglie Teresa alla quale veniva invece servita l’usuale tazza di cioccolata svizzera, oppure nelle stagione estiva, qualche specialità di gelato cui provvedeva lo stesso signor Giannino. Tra i frequentatori più assidui di via Del Guasto si ricordano, oltre alla gioventù studentesca, l’ing. Cappelli, l’ing. Bernardelli, il rag. Ratti, il rag. Missaghi, l’avv. Grandi, il cav. Rocca,il Colonnello Poli ed il giovanissimo conte Bernardo Barbiellini. caffè6internoGnerri-2

E talvolta si notava anche Valente Faustini, poeta della “batùsa” e delle bottonaie che abitava a pochi passi dal Gnerri. Ma di questo e di molti altri locali tratteremo successivamente.

(fine seconda parte)

Qui la prima parte

Piacenza, una storia per volta

" Ho dedicato, anni fa, lunghi periodi di studio e di lavoro, per fissare sulla carta la Piacenza popolaresca delle vecchie borgate. Mesi e mesi chiuso in biblioteca ed altri nelle osterie, in circoli ed associazioni, per farmi narrare dagli anziani personaggi ed avvenimenti di un mondo già svanito. Nei loro racconti tutta la ritrosia, quasi pudicizia, nel parlare di una società reietta, di estrema povertà, di uomini duri, quasi scolpiti nella roccia che il tempo inclemente aveva sgretolato, ma di cui permaneva ancora il ricordo, nel loro cuore. Oggi, di fronte alla proposta di raccontare di questa Piacenza completamente svanita nell'oblio del tempo, sono stato inizialmente restio, perché mi rendo conto, passeggiando nelle vie, che nulla è rimasto, se non i fantasmi dei ricordi trasmessi o appena afferrati, nella mia fanciullezza, mentre già stavano svanendo. Ma poi ho riflettuto ricordando il giorno in cui ho condotto mio figlio in giro per quelle vecchie borgate, ritrovando il gusto di consegnargli il ricordo (se lo accetterà) di una realtà che non trovavo giusto svanisse completamente; soprattutto quei valori di probità e solidarietà in cui credeva questa gente rude e resa aspra dalla vita. Così, con nuovi e diversi strumenti di comunicazione, on line, proverò a raccontare di nuovo Piacenza com'era una volta, il suo vero humus popolare. Ma so già che mi rimarrà di tutto questo, inevitabilmente, parafrasando il poeta… ""la rimembranza acerba!"" "

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