Venerdì, 24 Settembre 2021
Cronaca Monticelli d'Ongina

«Dall'auto bruciata per intimidazione alla scoperta dell'organizzazione criminale»

Furti milionari in Sda. Si è svolta il 4 febbraio la prima udienza del processo con rito ordinario per quattro persone accusate di associazione per delinquere finalizzata al furto e alla ricettazione nel magazzino. In aula ha parlato il luogotenente dell'Arma Enrico Savoli

Furti milionari in Sda. Si è svolta il 4 febbraio la prima udienza del processo con rito ordinario davanti al collegio presieduto da da Sonia Caravelli, a latere Ivan Borasi e Stefano Tiberti e davanti al pm Matteo Centini, per quattro persone accusate di associazione per delinquere finalizzata al furto e alla ricettazione nel magazzino Sda di Monticelli. Si tratta di Salvatore Pascale difeso da Giovanni Bertolotti (foro di Cremona), Korreshi Besnic difeso da Monica Fassera (foro di Brescia), Salvatore Mesoraca difeso da Gianni Montani (foro di Piacenza), Nicola Dattilo difeso da Marco Fantini (foro di Reggio Emilia). In aula anche l'avvocato Francesca Tomasello (foro di Milano), parte civile per Sda. Per circa due ore ha parlato il luogotenente Enrico Savoli, comandante della sezione operativa del Norm che ha condotto le indagini insieme ai suoi uomini. Il militare ha ripercorso tutte le fasi dell'inchiesta Stealing Job sfociata nei mesi scorsi in 600 pagine di ordinanza, 110 capi d'accusa, 37 ordinanze di custodia cautelare (14 in carcere, 11 domiciliari e 13 obblighi di firma), centinaia di intercettazioni e circa 10 milioni di euro di refurtiva (anche in parte recuperata). Gli altri indagati hanno scelto riti alternativi (abbreviati e patteggiamenti: il 23 febbraio si discuterà dell'ammissione). Gli indagati per lo più sono dipendenti della cooperativa di servizi Elpe Global Logistic Services di Torino collegata alla SDA Exspress Courier (azienda del gruppo Poste italiane società a capitale pubblico). 

Denunciò e gli bruciarono l'auto: sottratta merce per milioni di euro all'Sda di Monticelli-5LE INDAGINI - Le indagini, iniziate nel 2017, hanno alzato il velo su una compagine strutturata e divisa in due fazioni, quella siciliana guidata da Diego Accardi e quella calabrese da Nicola Dattilo, che secondo l'accusa, si appropriavano di merci che venivano fatte uscire dal magazzino della Bassa e poi ricettate sia in Italia sia all'estero. L'azienda  - secondo l'accusa - era diventata zona franca per gli affari milionari che l'associazione compiva avendo costruito una filiera ben rodata composta da ricettatori, autotrasportatori, magazzini di stoccaggio predefiniti e da chi facendo finta di non vedere ma che avrebbe avuto il compito di vigilare (due guardie giurate) lasciava uscire dal magazzino centinaia di bancali (peraltro all'interno non era nemmeno installato un sistema di videosorveglianza e l'anarchia era sovrana). Un cancro che era arrivato anche a controllare  le assunzioni e in caso di potenziali richiami l'operaio nel mirino veniva avvisato per tempo. Solo una persona non si è girata dall'altra parte, ha visto cosa succedeva e si è rivolto ai carabinieri: poche ore dopo gli avevano già incendiato l'auto. Era il 20 giugno 2017. Si trattava di un dirigente che era stato affiancato a colui che gestiva il personale. La vittima dell'intimidazione aveva capito che qualcosa non andava, aveva preso decisioni scomode e per questo doveva di essere punito. Minacce e danneggiamenti alle auto personali erano stati denunciati anche da altre persone estranee al sodalizio.

A raccontare compiutamente quanto accadeva all'Sda di Monticelli un'ordinanza di più di 600 pagine nelle quali vengonopradella centini 2020-2descritti tutti gli episodi e trascritte le intercettazioni nelle quali i committenti ordinavano nel dettaglio ciò di cui avevano bisogno, creando una filiera parallela clandestina ed estremamente fruttuosa. Si sono appropriati di merci in transito destinandole alla successiva immissione nel mercato clandestino, previa ricezione, acquisto, occultamento ovvero intromissione nella ricezione o nell’acquisto, al fine di procurarsi un profitto, così come compiendo altre operazioni volte ad ostacolare l’identificazione della loro provenienza. «Diego Accardi e Nicola Dattilo insieme a Carmine Pascale hanno ricoperto  - sostiene l'accusa -  i ruoli di costitutori, promotori ed organizzatori dell’associazione controllando ogni passaggio e ciascun appartenente al sodalizio».

enrico savoli-2Ma l’ordinanza offre anche uno spaccato della perfetta e rodata organizzazione che era stata messa a punto dai due vertici di questo sodalizio. E accende una luce anche sulle capacità relazionali e manageriali di Diego Accardi (il “siciliano”) Carmine Pascale e Nicola Dattilo (i “calabresi”) e sulla nascita di «un’unica organizzazione criminale costituita da due macro-gruppi, i quali presentavano entrambi una struttura verticistica», si leggeva nell'ordinanza. Una organizzazione che si reggeva anche sul senso di deferenza e rispetto che proveniva dal fatto di essere originari, soprattutto, della Calabria «che risulta riscuotere “credito” nel tessuto sociale locale». L’analisi del gip Luca Milani aveva ripercorso la genesi dell’operazione. Una parte dei colpi (che avvenivano quotidianamente) era stata resa possibile dagli scarsi controlli, tanto che nel magazzino non c’erano nemmeno le telecamere. Sda, stanca degli ammanchi, aveva chiesto alla cooperativa Elpe di assumere personale della GB investigazioni per la vigilanza esterna dove transitavano le merci. Il personale venne poi sostituito da guardie giurate. Nonostante i primi arresti, nell’estate 2017, tra cui quello di Carmine Pascale arrestato su posto lavoro nel giugno, grandi quantità di merci sparivano ugualmente e coloro che agivano lo facevano «perché coordinati tra loro all’interno di gruppi organizzati. 

A quel punto i carabinieri del Norm di Fiorenzuola e quelli di Monticelli (coordinati dal sosituto procDenunciò e gli bruciarono l'auto: sottratta merce per milioni di euro all'Sda di Monticelli-3uratore Matteo Centini) hanno ricostruito giorno per giorno (sia con pedinamenti e appostamenti, sia con centinaia di intercettazioni) cosa accadeva all'interno del magazzino dove lavorano circa 300 persone. Il luogotenente Savoli in aula ha quindi ripercorso la genesi e poi descritto quanto scoperto: «Ci si è aperto un mondo». «Il gruppo dei siciliani (più sfrontato e meno "accorto") - ha spiegato -  gestiva il turno diurno, quello dei calabresi quello serale-notturno. La merce da rubare veniva scelta con cura e stoccata in una parte del magazzino dove non arrivavano le telecamere e in prossimità poi della baia dove si sarebbe posizionato il tir condotto da un camionista prezzolato che avrebbe portato via la refurtiva. La merce (tv, cellulari, abbigliamento griffato, etc) successivamente veniva stoccata in vari garage (sia affittati in nero sia da alcuni famigliari degli indagati) e poi ricettata da professionisti che la vendevano in grandi blocchi o anche al dettaglio. Uno dei ricettatori - intercettato telefonicamente - si occupava anche di appropriarsi di merce rubata all'Xpo di Pontenure».

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