«L’Antonino d’oro ci chiede di mantenere autentica la solidarietà e la vicinanza»

Consegnato idealmente al territorio Piacentino il riconoscimento del Santo Patrono. Il sindaco e presidente Barbieri: «Riconoscimento ai piacentini che hanno affrontato il Covid-19». Il vescovo: «Generosità dei piacentini spesso silenziosa e sommessa, ma si manifesta nei momenti difficili»

Cerimonia insolita per la consegna dell’Antonino d’Oro 2020. Il prestigioso riconoscimento che i canonici della Basilica dedicata al Santo Patrono consegnano ogni 4 di luglio – giorno della Festa patronale della città di Piacenza – è infatti andato a tutto il territorio Piacentino e alla sua gente. A ritirare il premio, simbolicamente, il sindaco del capoluogo e presidente della Provincia Patrizia Barbieri. Sul sagrato, prima della benedizione, è stato suonato il silenzio per ricordare tutte le persone scomparse a causa del coronavirus. Una cerimonia avvenuta davanti alle autorità civili e militari, alle Forze dell’ordine, ai Vigili del fuoco, ai volontari della Croce Rossa e dell’Anpas, e a una trentina di piacentini che non sono voluti mancare alla Festa del patrono. Oltre al sindaco e all’assessore Federica Sgorbati, erano presenti il prefetto Maurizio Falco, il questore Filippo Guglielmino, il comandante della Guardia di finanza, il colonnello Daniele Sanapo, i vertici dei carabinieri, il direttore del Polo di mantenimento, il generale Sergio Santamaria, la deputata Elena Murelli e la consigliera regionale Katia Tarasconi, il sindaco di Gragnano, Patrizia Calza. Poi, la benedizione del vescovo Ambrosio, accanto a lui don Giuseppe Basini, e l’accensione del cero portato dal sindaco Barbieri. In chiesa, distanze rispettate e fedeli con le mascherine. Il momento della comunione ha visto i sacerdoti portare l’ostia ai fedeli tra le navate, sempre per rispettare le misure anti contagio.

«Poter rappresentare oggi la città e la provincia di Piacenza – ha detto Barbieri - è un onore ancora maggiore di quello che quotidianamente provo. L’Antonino d’oro che ho accolto nelle mie mani a nome e per conto dell’intera comunità piacentina è da sempre simbolo, nella tradizione e nella storia del nostro territorio, dell’identità e dei princìpi in cui la comunità crede e si riconosce, ma diventa nelle circostanze attuali tristemente note l’emblema di un incoraggiamento di speranza, di un’esortazione a non arrenderci, di quell’abbraccio carico di affetto, conforto e speranza al quale possiamo abbandonarci con fiducia e profonda gratitudine».

«Accanto a me, a ricevere questa onorificenza ci sono idealmente tutte le persone che hanno incontrato e affrontato, a vario titolo, questo terribile virus, nel commosso ricordo di chi ne è uscito sconfitto e nell’abbraccio alle loro famiglie. C’è il valore della solidarietà, della resilienza, della dedizione e del sacrificio con cui abbiamo saputo farci forza affrontando la sofferenza dei mesi più bui. In tutto ciò proietta la propria luce l’Antonino d’oro, e di questo vorrei ringraziare con tutto il cuore i Canonici del Capitolo della basilica patronale, il nostro vescovo, monsignor Gianni Ambrosio e la Diocesi tutta». «Perché oggi ci viene consegnata non solo un’attestazione di stima e di orgoglio – che rende omaggio innanzitutto all’operato prezioso e infaticabile di chi è stato sempre in prima linea per tutelare la nostra salute e la nostra sicurezza – ma una responsabilità molto grande, che ciascuno di noi è chiamato a rispettare e onorare giorno dopo giorno. Ci viene affidato il dovere morale di coltivare, nell’impegno collettivo per la ripartenza, la consapevolezza delle cose essenziali e importanti, che sono emerse con evidenza ancor più grande nel momento della fragilità e del nostro essere vulnerabili di fronte alla malattia, al dolore, alla paura».

«Oggi ci viene chiesto di ritrovare – ha spiegato Barbieri - nell’Antonino d’oro, quel senso di autentica solidarietà e vicinanza che non possiamo dimenticare né disperdere, perché è ciò che ci ha permesso, ad ogni passo di questo difficile cammino, di guardare oltre. Ed è lungo quello stesso percorso, a cominciare da questa ricorrenza speciale per il nostro territorio, che ci viene indicato di proseguire. Grazie a tutti i piacentini, cui questo riconoscimento più che mai appartiene».

IL VESCOVO AMBROSIO DURANTE L’OMELIA: «SCORRE UN AMORE FEDELE PER QUESTA TERRA»

Carissimi fratelli, carissime sorelle 1. È diversa la festa di sant’Antonino di questo anno 2020. Diversa esteriormente per le precauzioni necessarie per evitare i contagi, ma ancor più diversa interiormente per l’enorme peso di sofferenza per i tanti morti e per l’ansia per i contraccolpi a livello di attività economica e di posti di lavoro. Eppure, anche se diversa, la festa di sant’Antonino è sempre un’importante ricorrenza della comunità civile e religiosa che fa memoria del patrono della città e della diocesi, volgendo lo sguardo al passato per vivere con coraggio i momenti difficili e guardare con fiducia al futuro. La dimensione festiva è una dimensione insopprimibile dell’esperienza umana: proprio nella festa si esprime la memoria di un popolo che ritrova le radici della sua unità e lo slancio per riprendere il cammino. Senza la dimensione festiva si perde il gusto della vita, perché si dimentica il messaggio ideale che ci fa passare dalla dispersione all’unità, dalla divisione alla comunità. Quest’anno festeggiamo il nostro patrono in modo più intimo, più sofferto e più toccante, partendo dalla comune esperienza della pandemia da convid-19 che ha travolto tutto e tutti, dalla nostra città al nostro Paese, al mondo intero.    

Anche il premio Antonino d’oro 2020 è insolito. Saggiamente è stato assegnato dai canonici della Basilica di sant’Antonino non ad una singola persona, ma alla città e alla provincia di Piacenza. Perché la comunità piacentina nel suo insieme ha manifestato una grande forza spirituale e morale, ha saputo far fronte alle molte difficoltà con generosità, coraggio, collaborazione e altruismo. Il premio e ancor più il nostro cuore non dimenticano nessuno, dai fratelli e dalle sorelle che sono deceduti a quelli che sono guariti, dalle autorità a ogni cittadino, dai medici e personale sanitario ai volontari, dalle famiglie alle case di riposo, dai giovani agli anziani, dai sacerdoti alle suore. È un premio per ogni donna e ogni uomo di questa comunità.  Se per caso non eravamo del tutto consapevoli delle potenzialità e delle risorse della nostra comunità, lasciando spazio a quella diffidenza e a quella critica che spesso aleggiano nell’animo e nei discorsi, dobbiamo esprimere sincera gratitudine nel renderci conto che nella città e nell’intero territorio piacentino scorre un amore fedele per questa terra e per coloro che la abitano, con una generosità che è spesso silenziosa e sommessa ma che si manifesta nei momenti difficili e oscuri. Abbiamo riscoperto, prima con trepidazione poi con realismo, la fragilità di cui siamo fatti, come già ricordava san Paolo con l’immagine dei fragili “vasi di creta”.  Abbiamo pure riscoperto, forse con stupore ma anche con gioia, l’appartenenza a un popolo che si è rinnovato in fraternità e ha saputo dire il suo ‘eccomi’ dinanzi all’enorme compito di aver cura della vita dei fratelli. Sempre con san Paolo, possiamo dire che questo è “un tesoro” che è dentro di noi, anche se deboli e fragili.  In questa festa condividiamo la sofferenza che non può essere dimenticata e condividiamo la gratitudine per i tanti segni di amore e di speranza per il futuro, perché anche la testimonianza di dedizione e di buona umanità non può essere dimenticata.

Mi sono spesso chiesto come mai l’antica comunità piacentina abbia scelto Antonino come suo patrono. Nella fase acuta della pandemia, ho pensato a questa possibile motivazione: la piccola comunità piacentina dei tempi di Antonino ha visto nel suo esempio la luce che illumina la storia e la forza che sa affrontare le avversità della vita. Antonino ha vissuto in un periodo molto oscuro: gli storici ricordano la persecuzione nei confronti dei cristiani attuata dall’imperatore Diocleziano come la “grande persecuzione”, perché fu la più grave e dura persecuzione nei confronti dei cristiani nell’impero romano. Possiamo immaginare che nella popolazione piacentina che si stava aprendo all’annuncio del Vangelo di Gesù Cristo, abbia suscitato una grande sorpresa la forza spirituale e morale di un giovane che rivendicava la libertà di professare la fede nel Dio-Amore che il Signore Gesù ci ha manifestato, rifiutandosi di eseguire il decreto che imponeva il “sacrificio universale” agli dei pagani richiesto a tutti gli abitanti.

Forse, proprio per non dimenticare quell’esempio luminoso e coraggioso di fede e di libertà, il martire Antonino venne scelto come patrono. Non fu scelto un vescovo o un prete, ma un laico, diremmo oggi. Ma è meglio dire: fu scelto un giovane che viveva la condizione comune della vita, senza un abito particolare o un ruolo specifico, un giovane con un cuore libero e ricco di amore per Dio e per tutti, grazie alla fede in Cristo: questo è ciò che conta, quello che noi siamo nel nostro cuore e che testimoniamo con la nostra vita. Quell’esempio è rimasto vivo fino ad oggi. Anche se in modo spesso inconsapevole - abbiamo alle spalle secoli di storia -, il grande movimento di solidarietà della nostra comunità non è nato da sé, all’improvviso, ma è derivato da una lunga tradizione, dall’esempio del patrono e da tanti altri esempi che fanno parte della storia di questa terra. Il movimento è sorto in un terreno fertile e si è incanalato dentro la lunga tradizione di carità e di servizio, amplificata dal momento di dura prova per tutti e di tanti bisogni per molti. La tragedia della pandemia ha smosso, ha risvegliato e attivato la lunga trama di quelle buone relazioni che ci fanno respirare a pieni polmoni: protagonista è stata la comunità tutta, che non è la semplice somma di singoli.

Sant’Antonino dice oggi a questa sua comunità: sei stata forte, coraggiosa e generosa, riprendi ora il cammino con slancio e con fiducia. Oltre a rivolgerci l’invito a non dimenticare né l’esperienza della fragilità, di cui siamo fatti, né l’esperienza di condivisione che abbiamo sperimentato, Antonino ci indica la fonte da cui deriva la carità: l’uomo è fatto per la comunione con Dio e con i fratelli e la fede è l’anima dell’amore, della comunione. Se l’uomo si chiude in se stesso e ricerca solo il suo interesse, fa di se stesso un idolo. È come il seme che “rimane solo” senza portare alcun frutto di vita, ci ricorda il brano del Vangelo. Se invece l’uomo si apre a Dio e ai fratelli trova il senso pieno della vita e la capacità di amare e di “produrre molto frutto”. Sappiamo che oggi l’apertura a Dio è in crisi, è quasi disprezzata soprattutto a livello intellettuale. E anche l’apertura ai fratelli rischia di essere spesso ignorata nella quotidianità. Ma ciò che abbiamo sperimentato in questi giorni lancia a tutti un messaggio: non disperdiamo la nostra umanità perché finirebbe per essere svuotata di senso, ma ravviviamola riconoscendo che la cura amorosa della vita umana ha la sua sorgente e la sua ispirazione nell’amore di Dio.  

Sant’Antonino dice in particolare alla comunità cristiana di vivere con convinzione la sua vocazione e missione nella storia: è chiamata ad amare e a servire Dio e l’umanità. Così la vita cristiana diventa esperienza trasparente di questo amore di Dio che si fa servizio “per amore di Gesù”, nella concretezza della realtà, nelle contraddizioni e tribolazioni della storia, come ci ricorda san Paolo nella seconda lettura: “siamo i vostri servitori, per amore di Gesù”. Nelle esperienze condivise e nei buoni rapporti impariamo a vivere l’esperienza della fede sviluppandone la qualità affettiva e intellettuale e trasmettendola con amicizia, volendo il bene di tutti. Cari piacentini, con la protezione di Antonino e illuminati dal suo esempio, riprendiamo il nostro cammino e progettiamo insieme il futuro della nostra comunità partendo dall’esperienza vissuta, ricordando che dobbiamo lavorare insieme aiutandoci e sostenendoci, sapendo che non siamo mai soli, ma accompagnati da Dio che nel suo amore, come ci ha insegnato il Vangelo di Gesù, non può stare senza di noi, suoi figli».

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