Per don Alfonso no ai domiciliari Alfonso Filosa rimane in carcere

Li aveva chiesti il suo avvocato per motivi di salute ma il giudice per le indagini preliminari li ha rifiutati per il pericolo di inquinamento delle prove e reiterazione del fatto. No ai domicialiari per Alfonso Filosa, accusato di corruzione. Vanificherebbe il lavoro fin qui svolto dagli inquirenti anche la convivenza con la moglie, anch'essa indagata

"Alfonso Filosa deve rimanere in carcere in regime di custodia cautelare". Il parere espresso dal giudice per le indagini preliminari di Piacenza Pio Massa coincide sostanzialmente con quanto stabilito anche dal Tribunale della Libertà di Bologna che ha respinto l'istanza di riesame presentata dagli avvocati Luigi Alibrandi e Benedetto Ricciardi che costituiscono il pool difensivo dell'ex direttore dell'Ufficio del Lavoro di Piacenza. Il quale, lo ricordiamo, dal 24 giugno scorso si trova rinchiuso nel carcere milanese di Opera con la gravissima accusa di corruzione.

Il parere del gip di Piacenza e quello dei giudici bolognesi vanno dunque verso la stessa direzione: niente arresti domiciliari per don Alfonso. In particolare, nelle motivazioni della sentenza del riesame si sottolineano le alte probabilità di inquinamento delle prove e di reiterazione del reato: i giudici temono infatti che una volta che si trovasse a casa sua, il 63enne potrebbe avere sufficiente libertà per sfruttare la sua influenza e la sua posizione a vantaggio della sua attuale situazione di indagato numero uno della Tangentopoli piacentina. Senza contare che, nello stesso documento, i giudici affermano più volte come il 63enne (stando alle accuse raccolte e contenute nell'ordinanza di custodia in carcere) sia venuto meno ai suoi doveri di fedeltà e imparzialità propri del pubblico ufficiale.

Inoltre secondo Bologna un'eventuale convivenza con la moglie, anch'essa indagata dalla procura della Repubblica di Piacenza, vanificherebbe il lavoro svolto fino ad oggi dagli inquirenti, in particolare dai carabinieri del Nucleo investigativo di Piacenza. A nulla è valso per la difesa appellarsi anche all'incompatibilità con il regime carcerario per motivi di salute: secondo i giudici del capoluogo emiliano infatti don Alfonso era sufficientemente in salute per svolgere la sua normale attività lavorativa dirigenziale anche a contatto con terzi.
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