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Lunedì, 23 Maggio 2022
Cultura

Il Rinascimento segreto di Palazzo Ducale parte da un Sant'Agostino "piacentino"

E’ cominciato così. Sono a Urbino – Palazzo Ducale – alla mia terza tappa sull’avvincente itinerario del “Rinascimento segreto” di Vittorio Sgarbi. Dopo Fano e Pesaro, sono a “Urbino ventoso”, al momento conclusivo (per me) dell’itinerante trittico di tesori dell’arte rinascimentale, in una capitale della geografia artistica italiana. Ad aprirmi il bel cammino, a darmi il benvenuto alle tante pregevolissime opere esposte nella mostra, provenienti da molteplici parti d’Italia, da collezioni pubbliche e private, fondazioni e istituzioni, un “Sant’Agostino benedicente” di Antonio de Carro, tempera ad olio su tavola, di una forza espressiva e di un impianto compositivo che ispirano un’aura ieratica, una sacralità antica. Il dipinto, si legge sulla targhetta che l’accompagna, viene dalla “collezione Sforza Fogliani”.

Il bel Sant’Agostino con la mano alzata a benedire, la sua prestigiosa presenza sulla straordinaria scena dell’urbinate Palazzo Ducale, dentro le Sale del Castellare, hanno indotto chi scrive ad andare poi ad esplorare fra le pagine di “Banca flash” della Banca di Piacenza, dove ha rinvenuto grazie ad un aiuto amico, in un informatissimo articolo giusto di un anno fa, settembre 2016, firmato r.a., preziose notizie su quest’opera (“tornata dopo vari secoli a Piacenza dall’estero”) e il suo autore, originario sembra di Compiano, nella vicina provincia di Parma, e attivo nella nostra città fra ‘300 e ‘400. Alla sua bottega è attribuita – si apprende sempre da Banca flash – la Madonna del Parto con San Giuseppe che si può vedere nella chiesa di Sant’Anna a Piacenza, dove chi scrive, nativo di via Roma, è stato battezzato. E per questo diventa una delle chiese più belle e più care del mondo.

E’ entusiasmante per chi ha a cuore Piacenza sapere che un’opera - diciamolo pure - piacentina figura, anzi splende nei suoi colori, in questa splendida rassegna del “Rinascimento segreto” (prorogata fino ad ottobre). Anche perché – e non mi sembra un particolare né secondario né trascurabile – il Sant’Agostino che sa di piacentino è l’opera che inaugura il percorso espositivo, la prima opera che il visitatore incontra nell’accingersi a un viaggio in un passato glorioso di tesori rinascimentali, quella che apre l’affascinante sipario ducale del “teatro” prezioso di Urbino. E pensare che in questo cammino d’arte e d’emozione nel cuore del Rinascimento segreto allestito da Sgarbi non mancano altre meraviglie, come disegni di Cellini e Bramante. Chi scrive non è un esperto di cose d’arte, ma ci sono buone ragioni anche per un inesperto come lui per restare a bocca aperta. Così è andata: da Urbino rinascimentalmente montefeltresco e raffaellesco ed anche poeticamente pascoliano, il mio pensiero è corso a Piacenza e al Sant’Agostino ritrovato. Mentre nella malatestiana Fano, dove ho trascorso una breve estate dopo un lungo inverno padano da azzoppato, a Fano cittadina al bacio ho spesso pensato al prof. Francesco Bussi e al suo “Brahms ritrovato”, quello delle composizioni sacre e profane polifoniche a cappella. Sì, un altro tesoro antico ritrovato. Il caso ha voluto che proprio in quelle settimane di vacanza nella cittadina adriatica fosse in corso una rassegna internazionale di musica polifonica, e così ho fatto una cura di cori e di note. E nel concerto finale della 9a Accademia europea per direttori di cori, ecco che m’ha sorpreso un’altra sorprendete sorpresa, questa piacevolmente brahmsiana: ecco il “Warum?”, il mottetto opera n. 74, di cui Bussi, appassionato studioso di Brahms, parla entusiasticamente nel volumetto “Conversazione con Bussi - Conversazione con Brahms” (che verrà presentato alla Famiglia Piasinteina il 29 settembre): “E’ un capolavoro assoluto degno della grande tradizione polifonica tedesca rinascimentale e barocca”.

“Warum?” in tedesco; perché? in italiano. Che emozione ascoltarlo. “Warum ist das Licht gegeben dem M?hselingen?”, vale a dire: perché è data la luce all’infelice e la vita ai cuori amareggiati? Così l’ho ascoltato per la prima volta (dopo averne sentito tanto elogiare da Bussi) sotto le alte volte della chiesa fanese di Santa Maria del Suffragio come ascoltassi una voce che viene di là dal tempo, al di là del mare, con la stessa emozione con cui si guarda lì a Fanum Fortunae all’arco di Augusto, lì al capolinea della via Flaminia che sembra venire anch’essa da di là del tempo, come i miracoli artistici del nostro Rinascimento che vengono da lontano e sembrano destinati all’eternità.

Post Scriptum. La vicenda urbinate del Sant'Agostino benedicente m'ha indotto, una volta a casa, a fare quel che non avevo mai fatto in vita mia: andare nella chiesa di San Pietro in Ciel d'Oro, a Pavia, dove sono conservate le ossa del santo. Non sono andato da turista, ma da pellegrino, a pregare sulla sua tomba. Ma non ho chiesto nessuna grazia. Era già una grazia inginocchiarmi davanti a lui.

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