L’angoscia e l’orrore dei Gulag sovietici, il racconto del piacentino Pietro Amani

L’angoscia e l’orrore dei Gulag sovietici testimoniati nel “Diario di una prigionia", del piacentino Pietro Amani: «Nelle baracche di venti metri dovevano stare fino in venti, dormendo a turno seduti per terra o ammucchiati sui letti»

Foto di Alessandro Bersani

Evento di risonanza e valore nazionale a Palazzo Galli della Banca di Piacenza: la presentazione del "Diario di prigionia" di Pietro Amani, pubblicato e distribuito dalla Banca ai convenuti, accompagnato dalla presentazione dei quotidiani “Libero”, da un’intera pagina de “Il Giornale” e, nel Salone dei Depositanti, la presenza di cronisti di altre testate nazionali.  Seduto al centro nella prima fila della gremita platea, Pietro Amani è stato festeggiatissimo e bersagliato di attenzioni. Novantaseienne, residente alle porte della città, il signor Pietro è testimone diretto dell’orrore dei gulag di Stalin. Fante dell'82° Reggimento Fanteria, Divisione Torino (la famosa Taurinense), fu catturato il giorno di Natale del 1942 in Russia e internato nel campo di concentramento di Karaganda (oggi nel Kazakistan). Un gulag vasto come la Lombardia e il Piemonte messi insieme. I reclusi vivevano in baracche di venti metri quadri in cui dovevano stare fino in venti, dormendo a turno seduti per terra o ammucchiati sui letti. Nel gulag, tra il 1931 e il 1960, passarono circa due milioni di prigionieri di 40 diverse nazionalità. Si calcola che ben 500mila siano morti in prigionia. A Karaganda finirono circa 20mila militari italiani catturati dall'Armata Rossa durante la disastrosa ritirata. In Italia furono considerati dispersi, a parte le poche centinaia di fortunati che, come Amani, riuscirono a tornare miracolosamente a casa. Il suo viaggio di ritorno in treno, via Berlino, Francoforte e Brennero, durò circa tre mesi e nel tratto italiano fu assistito dalla Croce Rossa di Piacenza. Nel “Diario”, Amani parla di alcuni compagni di prigionia: tra gli altri, il "ten. Girometta" di Castel San Giovanni, Lodovico Botti di Piacenza, Alfredo Trabucchi di Ponte dell'Olio.

A spiegare come sia nata l’opportunità di stampare le memorie di Amani e quale sia il loro valore, è stato Stefano Mensurati, giornalista Rai che nell’ambito di una indagine sostenuta da Assopopolari sulla sorte della comunità italiana di Crimea, aveva saputo del dramma vissuto dai soldati italiani accomunati in uno stesso destino: i lavori forzati nel gulag kazako di Karaganda. Coprotagonisti a Palazzo Galli, i giornalisti Francesco Bigazzi (autore di “Il primo gulag: le isole Solovki”) e Dario Fertilio giornalista al Corriere della Sera, autore di saggi e romanzi. Entrambi impegnati a denunciare situazioni di potere ingiusto e l'autoritarismo; studiosi dell'”universo concentrazionario sovietico”, la rete di campi di concentramento, divenuti tristemente famosi con il nome di «Gulag» - inventati da Trotzkij, adottati da Lenin e “perfezionati” da Stalin - dove a partire dal 1923 i bolscevichi vi deportarono i nemici del comunismo: aristocratici, preti, borghesi, contadini, operai, intellettuali, funzionari, artisti, quadri del Partito caduti in disgrazia. Nel corso dell’incontro l’attore Nando Rabaglia ha letto con partecipazione e toni perfettamente impostati al racconto, le pagine del Diario; proiettati inoltre due filmati inediti con immagini dei prigionieri italiani sottoposti a quella che era definita “rieducazione” da parte dei carcerieri russi: costretti a marciare per ore nella neve o rimanere accanto ai cadaveri di altri internati. Mensurati con alcuni collaboratori e sempre con il decisivo contributo di Assopopolari, ha raccolto tante testimonianze che hanno anche permesso di allestire la mostra itinerante "La tragedia dimenticata - Gli italiani di Crimea" - presentata anche a Palazzo Galli nell’ottobre dello scorso anno - che evidenzia al pubblico i risultati della ricerca sugli italiani di Crimea e sui soldati dell’Armir. Nel corso delle indagini si è, infatti, scoperto che tanti militari dispersi della guerra erano in realtà stati catturati ed erano finiti nei gulag a lavorare insieme agli italiani di Crimea e tra questi Pietro Amani.   

LA TRAGEDIA DEGLI ITALIANI IN CRIMEA - La storia degli italiani in Crimea inizia nell’800, dopo il Congresso di Vienna. Lo Zar decise di ripopolare la parte meridionale dell’impero russo: erano le terre più fertili, con i climi più miti, ma abbandonate. Cercò emigrati disposti ad abitarle: c’erano importanti esenzioni fiscali per loro.  E così arriva gente dalla Puglia, da Genova e da Napoli, fino ad Odessa e altre città. Portano le loro conoscenze nel campo agricolo. Poi arrivarono architetti, medici, ingegneri italiani. Quella italiana a fine ‘800 era una delle tante comunità. Era cattolica, ammirata per le sue capacità. Quando scoppiano le guerre in Crimea il Comunismo requisisce le proprietà private con la collettivizzazione.

La situazione precipita nel ’37-38: scattano le purghe staliniane. Un milione di persone furono fucilate, e ci andarono di mezzo anche gli italiani, accusati di essere spie fasciste. A dicembre del ’41 l’Armata Rossa riprese il controllo della Crimea e rastrellò casa per casa tutti gli italiani che vennero caricati su due navi: una affondò in seguito a un bombardamento tedesco. Gli altri attraversarono il mar Caspio, alcuni perirono durante il viaggio, altri furono vittime del clima, altri finirono internati nei gulag. 

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