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Politica

«L’Europa per me è un’ossessione in un mondo che vede la democrazia restringersi»

Romano Prodi in Sant’Ilario insieme a Bersani («due emiliani di campagna della stessa pasta»): «L’Ulivo unì il Paese e due culture diverse, il tema è ancora attuale»

Potrebbe essere stata una serata “amarcord”, con protagonisti per qualcuno stagionati e ormai fuori dai grandi giochi. Ma ogni aneddoto, ogni ricordo, ogni riflessione legata al passato, parlava tanto al “presente” del centrosinistra, della politica e dell’Italia. È stato frizzante l’incontro in Sant’Ilario tra Romano Prodi e Pier Luigi Bersani, l’ex presidente del Consiglio e il suo ex ministro. Il reggiano bolognese e il bettolese-piacentino, il cattolico e il comunista che hanno creduto subito nel grande progetto dell’Ulivo (partorito da Beniamino Andreatta) di unire, qualche anno dopo la Caduta del Muro, la tradizione del cattolicesimo democratico e del post comunismo italiano.

L’occasione per questo scambio di opinioni è stata la presentazione del libro “Strana vita, la mia”, scritto da Prodi con il giornalista del “Corriere” Marco Ascione, presente insieme al collega (sempre del Corriere) Venanzio Postiglione. «Siamo due emiliani di campagna, fatti della stessa pasta», ha subito messo in chiaro le cose Bersani, prima di confrontarsi sugli ultimi trent’anni di politica italiana. «È stato abbastanza facile andare d’accordo. Prodi è stato il facilitatore e il “driver” di una cosa che "dormiva sul fondo nel Paese". La possibilità di far convivere più culture».

L’Ulivo aveva veramente buttato giù un altro “muro” nei rapporti umani. «I comunisti facevano i chierichetti e i democristiani andavano alle feste dell’Unità a mangiare i tortelli. Io lo facevo, tanti altri lo facevano. Bisognava prenderne atto. A livello personale quella svolta per me ha significato far pace con mia madre». «La sinistra di governo e il cattolicesimo democratico – ha detto ancora Bersani - si capivano senza bisogno di parlarsi. E Romano non si spaventava di nulla».Bersani e Prodi-3

«Con Bersani ne abbiamo combinate tante – ha esordito l’ospite Prodi, arrivato a Piacenza con la moglie Flavia Franzoni -, c’era tanta passione e anche ingenuità». Quello spirito di coesione nel centrosinistra si è un po’ annacquato. «Il problema di ricomporre le omogeneità con un po' di entusiasmo è un tema ancora attuale. L'Italia era "divisa" dal muro di Berlino davvero e senza tanti “incidenti e giochini” che ci hanno ostacolato il Paese sarebbe stato diverso. Lo ammetto, siamo anche stati aiutati dal maggioritario, che ho sempre tifato. E se avessimo il doppio turno alla francese saremmo più forti della Francia stessa». La serata è andata avanti a colpi di ricordi. «La politica è fiducia personale, guardarsi in faccia. Sarò banale ma il momento in cui ho capito il dramma italiana è nel ’96 appena vinsi le elezioni. Vado in Germania e il presidente tedesco Helmut Khol mi dice: Ci siamo trovati bene, “ma chi viene la prossima volta a rappresentare l'Italia”?».

Eccola, l’eterna instabilità italica che riemerge sempre. Impossibile non parlare di Quirinale. Sul palco ci sono Bersani (segretario del Pd nel 2013) e Prodi (il candidato impallinato dai 101 democratici che tradirono). «È un casino il dibattito – ha detto Prodi - fatto quasi per gioco. Ascolteremo il discorso di Mattarella l'ultimo dell'anno prima di far partire i giochi. E ci aiuterà a capire. Non farà il nome del successore ma capiremo qualcosa. Poi avremo venti giorni di discussione vera». Prima di salire sul palco i cronisti gli chiedono: «Se il centrodestra cerca un patriota, il centrosinistra cosa fa per il Quirinale? «Non lo so, io abito a Bologna. C’è piazza Maggiore - ha scherzato l'ex commissario Ue - c’è la Madonna di San Luca, ma il Quirinale non c’è...».

«Comunque - si fa serio Prodi - più la maggioranza è ampia e meglio è per la Repubblica. Nelle schermaglie di questi giorni siamo stati lontani da questo tipo di discorso. Dobbiamo aspettare, comunque non ci si candida per quel ruolo. Serve dialogo tra tutte le forze».

Draghi dove sta meglio? «Lo deve decidere lui – prosegue il suo predecessore – cosa fare tra “premier per un anno” o “garante per sette”. Sono entrambe due soluzioni buone per il Paese. Ma sono convinto che la legislatura andrà avanti fino alla fine. Il Parlamento farà di tutto per durare, tra il taglio dei parlamentari, il cambio di casacche... Può essere rieletto il 15 per cento di quelli attuali. È naturale che lotteranno per rimanere. Poi gli incidenti possono sempre capitare...».

Qualche segnale che arriva è positivo. «Ultimamente il populismo ha perso vigore ma non c’è ancora unità nei confronti dell’Europa. Il mio amore per l'Europa non è solo per la bandiera, ma anche per questioni economiche. Le divergenze europee si vedono subito di fronte al potere sempre più grande di Russia e Cina. Per me l'Europa è una ossessione, anche perché la democrazia, nel mondo, si sta restringendo e l’Europa è l’unica salvezza». Per questo, quando si parla di politica europea e internazionale, «non bisogna governare guardando sempre nello specchietto retrovisore» e «far valere il proprio peso, cosa che l’Italia non fa».

Per Prodi questa non si dovrebbe chiamare neanche più politica. «Abito a Bologna e conosco a malapena tre o quattro parlamentari della mia zona, non conosco i loro nomi. Non hanno un ufficio sul territorio, non girano. I partiti non esistono più. È politica questa?».

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