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Domenica, 5 Dicembre 2021
Attualità Fiorenzuola d'Arda / Via San Francesco

«Con il Covid aumentano le separazioni e le violenze: occorre rieducare gli uomini maltrattanti»

Verso il 25 novembre, Giornata contro la violenza sulle Donne: parlano l'avvocato Grazia Longo e la psicologa Gabriella Petrone. «Intervento clinico in tandem con quello legale per supportare le donne nel loro percorso e far sì che imparino a procurarsi risorse e contesti sani e funzionali»

«C’è ancora bisogno della Giornata contro la violenza sulle Donne perché è ancora necessario portare avanti un processo di evoluzione culturale che superi la visione stereotipata e sessista dei ruoli uomo-donna e che deve insistere sull’educazione dei giovani perché diventino adulti consapevoli e responsabili di un comportamento socialmente funzionale e rispettoso». Ne sono convinte Eufrasia Grazia Longo e Gabriella Petrone, rispettivamente avvocato e psicologa-psicoterapeuta, dello studio multiprofessionale “Le Connessioni", aperto lo scorso settembre in via San Francesco a Fiorenzuola. Longo già in passato si era interessata del tema, partecipando all’organizzazione di corsi di difesa personale psicologica femminile del Comune di Fiorenzuola, e con la sua collega ha avuto più volte a che fare con storie di donne vittime di violenza.

Perché sentiamo parlare quotidianamente di episodi di violenza?

«La violenza una modalità patologica di sfogare la rabbia. Questo comportamento è tipico di una visione scissa delle relazioni e dell’amore stesso: chi agisce violenza vive e sperimenta amore verso una donna, la stessa donna che un attimo dopo odia e maltratta, e che l’attimo dopo ancora ama di nuovo e vuole per sempre. La patologia sta nell’impossibilità di poter accogliere, nella visione della stessa persona, la figura della donna che si ama e contemporaneamente quella con la quale, come ogni sana coppia, si può avere un confronto sano, pur nelle divergenze e nelle individualità di ognuno».

La pandemia ha costretto le persone a stare in casa per molto tempo, cos’è cambiato?

«L'emergenza sanitaria che ci vede coinvolti da circa due anni, ha avuto inevitabili conseguenze sui rapporti interpersonali e nel campo della componente domestica abbiamo assistito, e stiamo assistendo tutt'oggi, ad un aumento di separazioni nonché di casi di violenza: sicuramente la fase di lockdown ha fatto da detonatore a situazioni pregresse conflittuali nonché di violenza mentre in alcuni casi ne ha scoperchiate delle nuove. Queste realtà di violenza e conflitti hanno come diretta conseguenza quella di vedere i minori diventare testimoni diretti o indiretti di quanto avviene attorno a loro: grida, minacce, insulti e, nei casi più gravi, anche di percosse inferte alla propria madre e può avere nel breve o nel lungo periodo riflessi a livello emotivo, cognitivo e comportamentale. Solitamente è proprio quando la donna vittima di violenza prende coscienza del malessere o del potenziale pericolo che i propri figli stanno vivendo, che scatta quel qualcosa che la spinge a chiedere aiuto a qualcuno, e quel qualcuno ci si auspica che sia attento a recepire quella richiesta».

Molte ragazze, donne che subiscono violenze, maltrattamenti non denunciano per timore che venga fatto loro nuovamente del male o perché temono di non essere credute. Altre trovano invece fiducia nelle istituzioni, nei professionisti come legali o psicologi che essi siano: qual è il vostro ruolo?

«Quando le donne maltrattate si rivolgono alle figure professionali che agiscono in prima fila per il loro supporto, quali psicoterapeuti e legali, arrivano impaurite e il più delle volte si interrogano sul dove hanno sbagliato per aver scatenato determinate reazioni, mantenendo, almeno inizialmente, la tendenza a giustificarli. Le storie di maltrattamenti, pur essendo tutte diverse tra di loro, hanno elementi caratterizzanti comuni che terapeuti e avvocati non possono non cogliere. Il ruolo e la responsabilità dei professionisti competenti in questo campo sono di fondamentale importanza sin dai primi momenti in cui si trovano ad accogliere la vittima: si deve avere un grande rispetto dei soggetti coinvolti ed in primis dei minori, ma anche dei tempi. La persona maltrattata fatica a chiedere aiuto e già fare un primo passo e rivolgersi ai professionisti della salute mentale e del benessere, è un grande traguardo. La donna deve inoltre maturare la propria consapevolezza nell' intraprendere un percorso, civile o penale che sia, in quanto sarà poi lei a dover essere protagonista nell'ufficio di una caserma piuttosto che in un'aula di tribunale».

Ci sono novità circa le normative a tutela delle donne vittime di violenza?

«È importante sapere che per le donne vittime di violenza è prevista l'ammissione al patrocinio a spese dello Stato indipendentemente dal reddito (basta solo far riferimento ai legali iscritti negli appositi albi dei tribunali) ed inoltre la legge 134/2021 - entrata in vigore lo scorso 21 ottobre- all'art. 2 prevede l'applicabilità di quanto previsto dal cd. Codice Rosso anche ai casi di vittime di tentato omicidio o alle vittime di delitti, in forma tentata, di violenza di genere o domestica».

Nel vostro studio l’intervento clinico va di pari passo con quello legale: come lavorate?

«L’intervento clinico è indispensabile per supportare le donne nel loro percorso e per produrre il cambiamento necessario a far sì che imparino a procurarsi risorse e contesti sani e funzionali. Per farlo è necessario che il terapeuta, oltre a lavorare sugli aspetti preventivi attraverso la diffusione costante e mirata di informazioni, intervenga supportando le donne a slegarsi dai meccanismi inconsapevoli di dipendenza che le vedono legate ai loro aggressori, supportandole nel percorso legale che inizia con la denuncia dei fatti e prosegue attraverso il sostegno e il rinforzo di dinamiche di protezione verso sé stesse».

Cosa si potrebbe fare per sensibilizzare donne e soprattutto uomini sul tema?

«Bisogna continuare a lavorare, così come si è iniziato a fare, ad un percorso di rieducazione degli uomini maltrattanti in modo da ridurre al massimo il rischio di recidiva e di escalation. Ma per far sì che questo progetto funzioni è necessaria la collaborazione e l'impegno di tutte le figure coinvolte: direttori degli istituti penitenziari, psicologi, psicoterapeuti, giudici, avvocati, centri antiviolenza. Il 25 novembre è la giornata dedicata alle donne vittime di violenza ed è giusto ricordare e celebrare questa giornata ma non bisogna mai dimenticare che ci sono anche uomini che vivono queste situazioni perché la violenza resta violenza a prescindere».

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