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Giovedì, 19 Maggio 2022
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Gli irriverenti nomi e cognomi del Medioevo Piacentino

Una curiosa ricerca nelle carte del Comune di Piacenza ci trasmette una serie di cognomi e nomi molto particolari

Registrum Magnum: sembra il titolo di un romanzo medievale, oppure di un vecchio libro di scartoffie antichissime. In effetti è proprio così: è l’imponente raccolta medievale di carte latine del Comune di Piacenza, trascritte tali e quali con un monumentale lavoro qualche decennio fa e contenute in alcuni poderosi volumi.

Questi testi per gli storici locali, e non solo, sono una miniera di informazioni d’attività umane, con nomi di luoghi e di persone d’ogni rango e tante altre notizie utili, ma se li andremo a sfogliare senza pretese il nostro occhio potrebbe cadere su alcuni nomi e cognomi di piacentini a dir poco stupefacenti e irriverenti, almeno per come noi oggi, dopo mille anni, li intendiamo.

Intanto bisogna dire che nel medioevo, il fatto di veder associato un cognome al nome non era ancora una pratica “obbligatoria”, per cui non è raro vedere comparire in atti notarili ufficiali ed anche magari importanti, solo citato il nome di battesimo dei contraenti. Una prassi assodata era anche quella di mettere accanto al nome il luogo di nascita o di provenienza, oppure il mestiere svolto o il titolo nobiliare.

I nomi e cognomi che abbiamo “spulciato” dagli atti notarili si riferiscono a uomini che vivevano a Piacenza o nel suo districtus (territorio) nel pieno medioevo intorno agli anni che vanno dal XII al XIII secolo.

La maggior parte di questi sono di casate più o meno nobiliari quali i De porta, i Confalonerii, i Da Fontana, Landi e Siccamelica, oppure Mantegacii, i Mussi, Sordi, Muggiani, Degli Andito e tantissimi altri magari arrivati fino ai nostri giorni.

Ad esempio legati ai luoghi di nascita si trovano citati Oberto de Preduca (meta oggi in Valtrebbia), Berni de Travazano, Fulchonis de Pigazano e Marco de Pegoraria (Pecorara), Guilelmo de Rottofredo (Rottofreno) e tanti altri legati a località della nostra provincia.

Se tutti sanno il significato della desinenza latina caput (capo, testa) ci pare abbastanza curioso vederla associata ad un cognome e così abbiamo il piacentino Caputasini (testa d’asino nel 1184), Capitisporci (testa di porco nel 1189), Capitisagni (testa d’agnello, forse perché piccola nel 1186) e un Caputdeca (testa quadra nel 1210); quindi i nomi di derivazione animale Porcello, Rondana, Scorpione e Lupum.

Legati all’essere militi “cattivissimi” troviamo un Porcello Squarciavilla ed un certo Cacciaguerra. Interessanti e buffi altri nomi generici, che al solo pronunciarli ci indicano a cosa si riferiscano: Buccapiccina, Ugo Buccabarile (riferito a bocca grande), un Buccamatta e altro Calcabrina (schiaccia brina), Passaguadi, Malparente, ed il nobile di nome Leccafarina della casata dei Fontana.

Ma un altro notaio ci trasmette pure la memoria di un Baciadonna e di Paucamcarnem (pocacarne, forse perché molto magro) e di un Ottobonus Cugnambigulo con Spezacaviliam. Curiosissimi i cognomi Mazaboro (zuppa di salnistro) e il prete Guilelmo Mazavegia (zuppa vecchia), Jacopo Malacorigia (mascella di cuoio) e un Isenbardi Collumdezuca.

Infine, sempre dal Registrum Magnum, cinque cognomi irriverenti desunti così come appaiono scritti tra le carte di notaio. Oltre a farci sorridere ci dimostrano come tutto rientrasse nella normalità in quel medioevo piacentino: nel 1173 Niger Cacaterra, nell’anno 1191 Hubaldus Cacaincampo e poi nel 1181 Lanfranco Cacalardum e quindi un certo Albertus Cagaspelta nel 1209 (la spelta è una antica qualità di farro a quel tempo molto coltivato) per finire con Obertino Cagarabia nel 1360. Come recita l’adagio latino: “nomen omen”, ovvero un nome e un destino.

Umberto Battini

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