Lo splendore della genialità universale di Leonardo raccontata da Bissi e Laurenzano

Il Comitato piacentino della Dante Alighieri lo ha fatto con una conversazione del dottor Roberto Laurenzano e dell’architetto Manrico Bissi che, nel super affollato Salone della sede della Famiglia Piasinteina, ne hanno raccontato la vita dal multiforme ingegno

Il genio di Leonardo da Vinci non smette di affascinare e tra misteri, documenti e teorie matematiche, il 500esimo anniversario della morte ha unito tante città italiane in un comune ricordo. Il Comitato piacentino della Dante Alighieri lo ha fatto con una conversazione del dottor Roberto Laurenzano e dell’architetto Manrico Bissi che, nel super affollato Salone della sede della Famiglia Piasinteina, ne hanno raccontato la vita dal multiforme ingegno. Tralasciamo l’esauriente percorso biografico illustrato dai relatori per cogliere alcuni aspetti forniti dalla loro conversazione.  

Leonardo non avrà mai una cultura “classica”. Vive nel pieno periodo dell’“Umanesimo” (ritorno culturale alla letteratura e cultura dei Classici latini e greci) e del Rinascimento, mostra un’indole verso l’amore per la Natura e per l’arte. Gli intellettuali del tempo, gli “Umanisti”, consideravano la poesia e la Classicità quali discipline di levatura; per cui il pittore e comunque chi faceva arte, era per loro un semplice “artigiano”.

A circa 30 anni Leonardo lascia la “Bottega” d’arte di Andrea del Verrocchio di Firenze ed entra nella corte del Duca di Milano Ludovico il Moro; in questa città compone il celebre “Cenacolo” o “Ultima Cena” che si trova in Santa Maria delle Grazie. Un “Dipinto” celeberrimo che, purtroppo, a causa della tecnica pittorica utilizzata sulla parete che confinava con le “cucine” del Convento, avrebbe subìto costanti e ripetuti danni per le esalazioni e le non traspirazioni murarie. A ciò si farà fronte man mano, anche nei recentissimi tempi, a ripetuti restauri. Dunque il Dipinto, nel disegno è di Leonardo, ma nei “colori” è in certo modo assai rimaneggiato rispetto all’originale. Resta tuttavia un Capolavoro, i cui “dettagli” vanno “guardati” con massima cura e  attenzione, data la significatività di ognuno di essi.

Orami artista affermato Leonardo lavora a Mantova, a Venezia, a Ferrara alla Corte di Cesare Borgia, con “puntate” a Firenze, ove però trova poca considerazione. A Milano dipinge la famosa “Mona Lisa” comunemente detta “La Gioconda”: ritratto di Lisa Gherardini, terza moglie di Francesco del Giocondo, il quale glielo commissionò. Impiegò quattro anni a completare l’opera, ma poi, anziché darlo al marito di Lisa, lo donò al Re di Francia Francesco I. Ed ecco che “La Gioconda” si trova in Francia.  

Su invito di Charles d’Amboise, rappresentante a Milano del re di Francia, Leonardo risiedette al Castello di Cloux, dove  un paio d’anni dopo, a 67 anni, morì. Era il 2 maggio 1519. Fu sepolto ad Amboise, ma 50 anni dopo circa, in correlazione alle lotte religiose tra Ugonotti e cattolici, la tomba fu profanata, e le sue spoglie furono disperse.

Pochi giorni prima di morire, Leonardo aveva fatto testamento ed affidava al suo carissimo amico, Francesco Melzi tutti i suoi scritti, con preghiera di “conservarli, riordinarli, e saperli interpretare”. Era un onere immane. In quanto Leonardo oltre a scrivere con la mano sinistra, scriveva “da destra a sinistra”. Non si è mai saputo perché avesse scritto in tal modo; è stata avanzata la teoria che lo facesse per non far scoprire e capire agli altri le proprie idee, concezioni, formule, disegni e quant’altro. Melzi riuscì comunque a riordinare una molteplicità di documenti manoscritti tra i quali “I Codici”. 

Leonardo aveva una propria formazione e una propria cultura che si fondava sull’ammirazione e sullo studio della “natura”. E per Leonardo la “Natura” – anche come pensiero filosofico – fu l’elemento vitale di vita e forma alla realtà delle cose. L’uomo non creava nulla, ma solamente “scopriva”. E come la Natura è al di sopra di tutto ed è la “perfezione”, così l’“Uomo”, in  quanto ben proporzionato di per se stesso – come diceva l’architetto romano del 1° secolo a.C. Vitruvio “hoMo bene figuratus” – è l’espressione geometrica della perfezione. Tant’è che Leonardo realizza, alla luce degli studi da lui fatti sulle teorie di Vitruvio, quella che è la celeberrima raffigurazione del cosiddetto “Uomo Vitruviano”: disegno in cui l’Uomo è inserito in un quadrato che a propria volta è inserito perfettamente in una circonferenza, e l’Uomo tocca perfettamente gli spigoli con le proprie  braccia geometricamente allargate e coi propri piedi perfettamente divaricati. 

Nei suoi “Dipinti”, Leonardo introduce un elemento assai innovativo per qui tempi e negli stessi “Ritratti”: il “movimento”; concepisce la scena riportata, come un qualcosa che a propria volta, negli sfondi, esprima la prospettiva, e dunque la maggiore o minore lontananza delle cose di sfondo (ad es. o le colline, o gli alberi), e lo fa con la diversità di colorazione correlativa alla reale man mano distanza delle cose di sfondo che man mano si allontanano.  

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Accenniamo al fatto che la nostra città non è stata toccata direttamente da Leonardo, casomai dalla sua sola ombra. Il genio fu interpellato per realizzare le porte bronzee del nostro Duomo, ma non seguì alcun incarico perché i costi preventivati apparvero troppo alti. Secondo alcuni studiosi elementi di ispirazione leonardesca  sono rilevabili su Palazzo Landi (oggi sede del tribunale di Piacenza), inizialmente costruito da Giovanni Battagio, allievo di Bramante, così come nella pianta centrale della Basilica di Santa Maria di Campagna del Tramello.

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