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Sabato, 27 Novembre 2021
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«Sanità piacentina in crisi: vero problema carenza di organico e piano sociosanitario inadeguato»

Intervento del Coordinamento provinciale dei comitati su salute e medicina territoriale: «ll Covid 19 ha contribuito certamente ad inasprire i problemi già esistenti»

«Il presidio degli operatori del pronto soccorso di Piacenza, le notizie sul deficit di bilancio dell'Ausl evidenziano una situazione della sanità piacentina ben più che preoccupante. Alcuni sindaci sono intervenuti chiedendo decisioni urgenti». Lo sostiene il Coordinamento provinciale dei comitati su sanità e medicina territoriale Piacenza, che interviene tramite una nota sulla situazione attuale locale.

«Il problema di fondo è la carenza di organico che, è bene ricordarlo, non è un fenomeno naturale, ma il risultato della politica degli ultimi decenni. Dal 2017 al 2019 sono stati chiusi a livello nazionale 173 ospedali e 837 ambulatori con un taglio di 42.000 unità in una situazione di continuo blocco delle assunzioni. Anni di tagli alla sanità, di contratti di lavoro ridotti all'osso, di presenza sempre maggiore del privato, non rappresentano solo un necessario processo di razionalizzazione, come i dirigenti sostengono, ma un varco aperto al modello della sanità privata, di cui abbiamo potuto appurare i disastri prodotti. Salutiamo quindi positivamente le reazioni di alcuni sindaci ma temiamo che se non si tradurranno in una richiesta chiara ed esplicita per un cambiamento delle scelte fin qui assunte da parte di governi e regioni, il loro lamento  sarà privo di efficacia».

«Sulla situazione specificatamente piacentina – si legge nella nota - il piano sociosanitario approvato anche dai sindaci nel 2017 ha ormai dimostrato una totale inadeguatezza: gli stessi sindaci ormai lo riconoscono. Un piano sociosanitario che prevede la riorganizzazione della rete ospedaliera attorno ad un nuovo ospedale da fare a Piacenza, una trasformazione dell'ospedale di Fiorenzuola (dopo la dismissione di Villanova) a centro provinciale essenzialmente dedicato alle riabilitazioni, la riduzione di Castel San Giovanni a reparto staccato di Piacenza per alcune prestazioni chirurgiche, l'Osco di Bobbio mantenuto a sola assistenza infermieristica per cronicità e lunghe degenze. Quali sono gli effetti di questa pianificazione a distanza di anni e nel post Covid? Si può fare un monitoraggio? Inaccettabili liste di attesa (per visite ed esami) nelle strutture pubbliche, aumento vertiginoso del ricorso alla sanità privata, cittadini dirottati sul capoluogo essendo venuti a meno reparti negli ospedali della provincia, pronti soccorso a ritmo alternato. Per non parlare poi delle carenze del sistema della medicina territoriale, oggettivamente lontana da quanto previsto dai piani e approcciata solo esclusivamente sotto il profilo edilizio, senza spiegare per fare cosa, con quale organico, con quali dotazioni (basti l’ esempio di Lugagnano)»

«Finalmente anche alcuni sindaci se ne sono accorti. Il sindaco di Fiorenzuola denuncia che a Firenzuola non c'è più un ospedale vero e proprio, e neppure un pronto soccorso. Protesta per i ritardi sulla casa della salute di cui (aggiungiamo noi) ancora non si conosce quali prestazioni erogherà, con quale personale, ecc.; la sindaca di Castel San Giovanni che più volte è intervenuta per protestare a proposito di un pronto soccorso che non decolla ed una organizzazione ospedaliera a Castello sempre più ridimensionata; il presidente dell'Unione dei Comuni di alta val Trebbia che rivendica per Bobbio un vero ospedale di montagna quando il piano di Ausl ancora considera Bobbio come un Osco; i sindaci di montagna denunciano le carenze drammatiche dell’assistenza medica di base».

«ll Covid 19 ha contribuito certamente ad inasprire i problemi già esistenti, ma ha soprattutto evidenziato i limiti di un Piano Sociosanitario che mostra tutta la sua inadeguatezza. La realtà è che le uniche risorse effettivamente programmate riguardano essenzialmente il nuovo ospedale (246 milioni) che come tutti sanno sarà pronto (sempre che non ci siano intoppi) fra non meno di 9-10 anni. Poco o nulla nell'immediato, eppure l’emergenza è oggi ed è  enorme, come le difficoltà di Ausl a dare risposte efficaci al crescente disagio dei cittadini stanno  dimostrando». 

«Poniamo dunque ai cittadini utenti del servizio sanitario e ai sindaci un’ineludibile domanda. Di fronte a questi risultati non è il caso di riaprire un tavolo (possibilmente coinvolgendo  associazioni dei cittadini e sindacati), per rivedere il vigente Piano Sociosanitario? Organizzare risposte efficaci alle emergenze che si sono evidenziate salvaguardando e potenziando una distribuzione territoriale dei servizi ospedalieri e delle case della salute? Un nuovo Piano che sia almeno in linea con le indicazioni che la Regione aveva indicato nel 2016? Certo ci vogliono risorse. Ma viene spontaneo porre la domanda: è accettabile trasferire una massa ingente di risorse verso le strutture private anziché concentrare l’impegno verso la riqualificazione e il rilancio dell’assistenza pubblica e della vera medicina territoriale? Non ci sembra una richiesta strampalata né tantomeno eccessiva».  

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