Sull’utilità del sapere inutile

Le faccine standardizzate di Internet non potranno farci mai innamorare della filosofia o dell’arte. Il pensiero di Carmelo Sciascia

Subordinare qualsiasi forma di diritto al mercato equivale ad una mercificazione di qualsiasi libera espressione propria dell’uomo testi che vengono usati oggi a scuola sono riassunti, interpretazioni soggettive che non potranno farci mai innamorare della filosofia o dell’arte

Si danno in questo periodo, da più tempo oramai, come verità certe ed assolute alcune leggi economiche. Principi che ci dicono essere le uniche capaci di reggere l’ordine mondiale in nome della finanza. Il personaggio portato a paragone di questo sistema dal professore Nuccio Ordine nel suo “Manifesto sull’utilità dell’inutile”, è l’ebreo Shylock de “Il Mercante di Venezia”. Nell’opera di William Shakespeare il creditore reclama, appellandosi perfino ad un tribunale, la libra di carne che il debitore dovrebbe dare, come pattuito, non potendo restituire il debito. Un po’ come avviene per gli Stati europei oggi. In nome di accordi già stipulati intorno al pareggio dei bilanci pubblici, alcuni Stati non potendo realizzare questo pareggio in tempi brevi, in nome e per conto del mercato, si chiede loro l’abolizione del diritto ad avere diritti.

Il diritto ad avere diritti era una frase, già di Hannah Arendt, ripetuta all’infinito da Stefano Rodotà, durante gli anni in cui Piacenza ospitava il Festival del Diritto. Subordinare qualsiasi forma di diritto al mercato equivale ad una mercificazione di qualsiasi libera espressione propria dell’uomo. Un’equazione che ha come risultato ultimo l’abolizione di tutte quelle attività che non abbiano come scopo primario il profitto, il denaro.  La tesi che sostiene il libro di Nuccio Ordine è un inno a tutto ciò che, apparentemente e per il vigente ordine economico, è inutile, intendendo per inutile sia le discipline umanistiche che la libera ricerca scientifica. Sarà vero? La dimostrazione è affidata ai maggiori personaggi della letteratura classica e non solo, ai filosofi, agli scienziati stessi i quali hanno realizzato le più grandi invenzioni permettendo al loro pensiero di indagare nella massima libertà. Il libro cui si è fatto riferimento è di qualche anno addietro e precisamente del 2013 (Les Belles Lettres – Paris), ma mi si è riproposto alla memoria dopo avere letto l’ultimo libro di Massimo Recalcati. Nel suo “A libro aperto” (Feltrinelli 2018) si sostiene che una vita è i suoi libri, sì proprio così: tra vita e libri, non una congiunzione ma una copula. La sua vita, sostiene l’autore, è stata scritta da diversi autori, autori che hanno scritto libri, libri che lo hanno letto: i libri sostiene Recalcati da oggetti passivi diventano soggetti, ci leggono! Un libro è un coltello, nel senso che taglia la nostra vita, la divide tra un prima ed un dopo. Un libro è un corpo, un corpo materiale che attraverso la sua fisicità diventa un vero e proprio corpo erotico; la terza definizione: un libro è un mare. Un mare che apre gli orizzonti, non costruisce muri, non ci limita ma ci dilata.

Tra i libri che lo hanno formato (e quindi lo hanno letto) troviamo in primis l’Odissea. Ulisse è un marito ed un padre e spesso, se non sempre, una figura che rappresenta “la presenza di un’assenza”.  Molto freudiano, ma trattandosi di Recalcati direi meglio molto lacaniano. Un altro libro di vitale rilevanza “La nausea” di Sartre, un incontro che ha posto l’angosciante problema dell’esistenza, della vita che ha bisogno di avere un significato, un senso. Il mezzo migliore per evitare la problematicità della vita (la morte dell’Esserci direbbe Heidegger) è viverla nell’arte, nella ricerca incessante del vero attraverso il bello, come ci suggerisce Gustave Flaubert, il quale ci fa dà una via d’uscita per vivere una vita che altrimenti sarebbe inutile. Perché se per Sartre l’uomo è una passione inutile, nulla esclude l’esistenza dell’individuo come espressione dei suoi atti, l’uomo è la forma che si dà. E la forma che ognuno può darsi non può prescindere dalla ricerca della propria più intima conoscenza (ricordate Sant’Agostino ed il suo imperativo: in interiore homine habitat veritas?). E’ risaputo che la conoscenza ci è data dallo studio, dai libri, dal linguaggio. I confini del mio mondo sono determinati dal mio linguaggio, dalle mie conoscenze e dalla capacità di comunicare. Il filosofo austriaco Ludwig Josef Johann Wittgenstein sosteneva che i confini del mio linguaggio determinano i confini del mio mondo.  - (Che mondo potremmo mai conoscere noi oggi se usiamo per comunicare i nostri più intimi sentimenti solo le espressioni delle standardizzate “faccine” che altri hanno predefinito per noi?) - Il linguaggio si acquisisce e si arricchisce soprattutto con lo studio di tutte quelle materie che sono oggi considerate inutili, il greco, il latino, la letteratura classica letteraria e scientifica. I testi che vengono usati oggi a scuola sono riassunti, interpretazioni soggettive che non potranno farci mai innamorare della filosofia o dell’arte. Sono i testi integrali, i testi classici nella loro integrità che ci potranno sedurre, possibilmente con la mediazione culturale di un buon insegnante. Gratuità e disinteresse sono alla base dell’amore per la conoscenza, l’opposto di tutto ciò che viene richiesto oggi ai giovani, a scuola come nel mondo del lavoro: interesse economico e profitto immediato.

Se Nuccio Ordine sostiene che l’incontro con un classico può cambiare la vita, per Massimo Recalcati ce la può rinnovare, perché l’incontro con il libro ha un effetto domino: un libro non è una realtà isolata, chiusa a se stante, un libro ne contiene tanti altri cui rimanda, quelli che l’hanno preceduto come altri che ne seguiranno. Per questo costruire una biblioteca definitiva è impresa impossibile. (Con buona pace dello stesso Borges).

Ovidio, ci ha lasciato detto, qualche decennio avanti Cristo, che nulla è più utile di quegli studi che non hanno nessuna utilità. Ed aveva ragione. Abraham Flexner nel suo saggio scritto nel 1939, “L’utilità del sapere inutile” riportato come appendice nel già citato testo del professore Ordine, valida (a sua insaputa) con esempi storici la tesi di Ovidio già esposta duemila anni prima. Eccone un esempio: Marconi è l’inventore della telegrafia senza fili attraverso onde radio, ma senza Maxwell (magnetismo ed elettricità) ed Hertz (onde elettromagnetiche) non avrebbe potuto realizzare le sue trasmissioni. Né Maxwell, né Hertz si erano minimamente preoccupati dell’utilità del loro lavoro, mai avevano pensato ad un riscontro pratico. Sono stati guidati da una curiosità disinteressata come lo sono stati scienziati quali Galileo o Newton. Quindi non solo la poesia deve essere e rimanere libera e disinteressata ma anche la ricerca scientifica! Gauss svolge da matematico puro i suoi studi sulla geometria non euclidea, e grazie a quegli studi astratti e disinteressati si è potuta formulare in seguito la teoria della Relatività. È con l’enorme accumulo di sapere teorico puro, considerato inutile, che i problemi pratici vengono oggi risolti dalla moderna tecnologia. «Il vero nemico della specie umana è chi cerca di plasmare lo spirito dell’uomo all’interno di uno stampo, impedendogli di spiegare le ali e volare» scrive Abraham Flexner nel suo già citato saggio, ieri il pericolo di questa omologazione negativa era rappresentato dalle dittature militari e totalitarie, oggi, ahinoi, dalle più sofisticate dittature economico-finanziarie.

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